LA FIGURA DEL GIURISTA NELLA COMMEDIA DELL’ARTE: DALLE ORIGINI, AL DOTTOR GRAZIANO E A DOTTOR BALANZONE di Massimiliano Kornmüller

by Lilibeth

Nell’ambito della Commedia dell’Arte che, ha dominato le scene d’Europa per quasi due secoli, la figura del giurista è identificabile con una delle due maschere che venivano definite “vecchi” o “Padri nobili”.

La prima di queste è rappresentata da Pantalone, mercante veneziano aperto a tutte le determinazioni possibili, a scelta del comico, tanto che poteva essere intelligente o stupido, innamorato o severo, affettuoso o violento, cornuto o seduttore, oppure tutte queste cose nella stessa commedia, come convenuto dal canavaccio.

La seconda figura di vecchio è invece quella del Dottore che, al contrario ha contorni meno definiti e rimane sempre una maschera verbale caratterizzata dal suo modo di parlare, sia nel linguaggio tronfio, artefatto e pseudo accademico che si risolve in argomentazioni tautologiche ( “un che abbia stort, mai ha razon”) o paronomastiche, ossia sullo stravolgimento della parola dalla storpiatura di un suono simile spesso caratterizzati in un periodare eccessivo, ridondante, pieno di ridicole assurde citazioni ed argomentazioni, ovvero di solennissimi luoghi comuni.

Gli studiosi sono concordi nell’intravvedere le origini della maschera del Dottore nella maschera di alcuni senes della commedia greco-latina, taluni addirittura identificandolo nel Dossennus delle Fabulae Atellanae, anziano gobbo abituato ad argomentazioni capziose per procurare a se stesso qualunque tipo di vantaggio, per lo più piatti prelibati e denaro.

C’è addirittura chi ha intravisto il prototipo del Dottore nella figura di Socrate nell’Le Nuvole di Aristofane: infetti in questa commedia vengono presi in giro il modo di argomentare e di parlare dei sofisti…!

Se rimaniamo più vicini nel tempo, è facile rinvenire la figura del Dottore nel personaggio del Pedante delle commedie erudite del rinascimento cui la Commedia di Arte si contrapponeva per la sguaiata eccentricità basata sull’improvvisazioni su canovacci e su “cavalli di battaglia”, repertori elaborati da ogni singolo comico e buoni per ogni occasione.

Possiamo allora identificare ne Il Pedante del romano Francesco Belo (1537) la prima commedia ove appare la figura del pedante che esprime concetti banali o sciocchi in un prolisso e screziato linguaggio polilinguistico (latino ed italiano), linguaggio che vede le sue origini tanto nella prosa quanto nella poesia del tardo ‘400.

La lingua artefatta, mista di latino e italiano di cui si avvale il pedante è parodia del linguaggio volutamente artefatto, tendente a nobilitare latinizzando la lingua italiana, che Francesco Colonna utilizzò per il suo romanzo esoterico Hypnerotomachia Poliphili (1499).

In ambito poetico questo linguaggio è esemplato nei Cantici di Fidenzio Glottocrisio Ludimagistro (1545) del giureconsulto vicentino Camillo Scroffa (1526-1565) inventore della poesia fidenziana detta anche pedantesca. A titolo d’esempio si cita un frammento tratto dai Cantici in cui Fidenzio recatosi in una taverna di sosta durante il viaggio si trova in mezzo ad “ homini novi et adventitij” e così narra la sua avventura.

Che colloquio, o dij boni, empio et nefario
Pervenne a l’aure nostre purgatissime,
da mover nausea a un lenone, a un sicario!
Io con reprehensioni modestissime
Prima cercai quel rio sermon distrahere,
poi question proposi lepidissime;
né mai li puoti a le proposte attrahere,
anzi, fecer da un puero scelestissimo
con fraude il scamno a me recto subtrahere,
tanto che quasi- seculo immanissimo!-,
volendo io poi seder mi ruppi un cubito
nel precipitio mio grave et altissimo.
Prorupper tutti in un cachino subito,
che mostrò del mio mal gaudio incredibile,
ond’io che fosser fiere ancor mi dubito…

                                                                             Cantici, XIX, vv.75-90

Tuttavia non va neanche dimenticato il contributo linguistico del latino maccheronico creato da Teofilo Folengo, nel suo Baldus o nella Zanitonella, ove in questo caso forme del discorso e parole dialettali vengono nobilmente latinizzate…

O Zannina meo plus stralusenta badilo
Cur sguardaduris me, traditora, feris?…

                                                                                   Zanitonella, III, vv. 1 e 2

Nemmeno può essere passato sotto silenzio l’assurdo di versificare dei sonetti di Burchiello:

 Nominativi fritti, e Mappamondi,
e l’arca di Noé fra due colonne
Cantavan tutti Chirieeleisonne
Per l’influenza de’ taglier mal tondi
La Luna mi dicea che non rispondi?
E io risposi: io temo di Giasonne,
però ch’io odo, che ‘l Diaquilonne
E’ buona cosa a far i capei biondi…

                                                                                               Sonetti, X, vv.1-8                                

Al di là di queste considerazioni linguistiche, cui deve aggiungersi anche una qualche influenza dai monologhi giullareschi medievali pieni di spropositi, tirati virtuosistiche grottesche e giochi verbali, la figura del Pedante dopo la commedia del Belo divenne un personaggio molto presente in tutta la drammaturgia colta per tutto il ‘600 e ‘700 ( non solo quella italiana ma anche quella tedesca, francese e d addirittura inglese): pensiamo alla figura del Pedante Manfurio ne Il Candelaio di Giordano Bruno, al Pedante della Commedia di Scambi di B. Bulgarini, al pedante Felisippo ne Le querele amorose di G.B. Ranucci, al pedante della Commedia I duo fratelli simili di G.B. della Porta, al pedante Agrimonio nella commedia La Turca di G.F. Loredano che rivolge il saluto finale agli spettatori:

Agrimonio: Spectatores, la favola è finita e, per non avere in ea
trovato la licenza, putabam l’autore essersi scordato di porverla,
quo circa egli fuit a me interogatus de causa. Respondit non essere
necessaria. Interogatus perché? Dixit quotiescumque: tu tacerai,
eglino si piglieranno il congedo sua sponte. Hoc tantum superest. Se
la commedia vi è piaciuta , datele il plauso ambabus manibus.
                                                                                                    La Turca, V, XVI  

Sed ad rem redeamus: se quindi è stato dimostrato con dovizia di particolari l’origine moderna e “dotta” della figura del Dottore, è da aggiungere che essa, vien presto differenziandosi dal prototipo tramite l’elaborazione della Commedia dell’Arte da parte di alcuni comici bolognesi che iniziarono a prendere in giro un certo notaio un loro concittadino, tal Graziano de Bombaglioli autore di un pedantissimo Trattato delle volgari sentenze sopra le virtù morali che veniva studiato all’università.

La figura di questa persona realmente vissuta fu rielaborata e calcata in maniera grottesca (partendo dalla serietà della figura del Pedante) da tal Lucio Burchiella ( ancora qui Burchiello e i suoi sonetti senza senso…) e soprattutto dal comico Ludovico de Bianchi da Bologna che nel 1578 introducendo il dialetto bolognese che nel testo letterario verrà gradualmente a sostituire il linguaggio ibrido italiano-latino parlato dal Pedante, scrisse un canovaccio con le sue “Cento e quindici conclusioni”.

Ineffetti il Pedante il latino lo conosce bene, forse fin troppo…! mentre il Dottor Graziano è un millantatore ignorante (in dialetto emiliano si chiama Sbonfione) che non solo non sa quasi parlare in italiano ma nel dialetto bolognese deforma parole e concetti usuali creando un effetto comico non indifferente.

Un altro bolognese nello stesso periodo rese celebre la maschera del Dottor Graziano: si tratta di Adriano Banchieri (1568-1634) che nella commedia madrigalesca da lui scritta e musicata intitolata La pazzia senile fa del Dottor Graziano lo sgangherato rivale di Lelio, innamorato di Lauretta figlia di Pantalone, raffigurandolo come un assurdo e stupido vecchietto che gira le frasi a vuoto e che,  sfortunatissimo amante, canta col chitarrino in mano una buffa parodia del Palestrina:

anziché: vestiva i colli alla sua diva alla sua diva intorno

canta: rostiva i corni e le castagne in forno…!

In altre situazioni il Dottor Graziano viene persino bastonato o diviene oggetto di lazzi scurrili da parte di altre maschere affinché interrompa lo sproloquio.

Come se non bastasse nella Bologna di fine 500 viveva anche Giulio Cesare Croce (1550-1609), autore di Le sottilissime astuzie di Bertoldo, Le piacevoli e ridicolose simplicità di Bertoldino ( cui il Banchieri aggiunse anche Cacasenno) che tra le varie sue opere ridicolose pubblico anche L’indice universale della libraria del plusquamperfecto arcidottor Grazian Furbson da Francolino, pieno di fantasiosi e assurdi titoli di libri rilegati nelle più eterodosse maniere…

C’erano ormai tutti gli elementi perché gli attori della Commedia dell’Arte creassero un nuovo personaggio legato per sempre alla città di Bologna nella cui università rinacque lo studio del diritto romano e quindi luogo giuridico per antonomasia.

Dottor Graziano, arruffato affabulatore che si perde nel suo stesso discorso, nasce un nuovo personaggio, non più timido e confuso, ma prepotente nella sua sicumera e pseudoscienza: il Dottor Balanzone, sapientone presuntuoso sempre pronto a vantarsi dei suoi titoli, in rebus omnibus peritissimus et in quibusdam aliis.

Il costume di Balanzone è quello del giurista dell’epoca toga nera, colletto e polsini bianchi, gran cappellone nero con giubba mantello e vari libri o pergamene in mano.

Gode di ottima stima tra le altre maschere che si rivolgono a lui per avere un parere che fornisce con sussiegosa prolissità senza risolvere alcunché.

Pur essendo giurista sostiene di intendersi di tutto (e per questo motivo nascerà successivamente la maschera del Dottore Medico di molieriana memoria) e trova sempre qualcosa da dire su qualunque argomento, spesso lanciandosi in discorsi senza capo né coda, tanto da lasciare stupefatti a bocca aperta tutti quelli che lo ascoltano.

Forse dalla maschera del Dottor Balanzone i giuristi veri potrebbero cavare una qualche morale circa l’uso del “giuridichese” nei confronti delle persone che non hanno molto studiato…!

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