UN’INTRODUZIONE ALLE RAPPRESENTAZIONI DRAMMATICHE, NON TRAGICHE, NELL’ANTICA ROMA di Giulia Cammilletti

by Lilibeth

Satura quidem tota nostra est

(Quintiliano, Institutiones oratoriae, X, 1, 93)

Quando si tratta un argomento relativo alla Roma storica è necessario avere presenti alcuni punti fondamentali.

Il termine Roma è un contenitore: indica un insieme di culture che, unite e amalgamate, hanno dato vita ad un sistema culturale che ancora oggi incide sulla cultura mondiale.

La fondazione della Città, avvenuta probabilmente nel 753 a.C. ad opera del leggendario Romolo, è solo la creazione di una città latina, in un sito peraltro già abitato (come mostrano le evidenze archeologiche sul Palatino); di per sé nulla di realmente rilevante, se non fosse che, poco dopo, tra le due cime dell’attuale Campidoglio venne tracciato l’Asylum, l’essenza stessa di quello che diventerà il più importante impero dell’antichità.

Roma, infatti, è la perfetta mescolanza di genti e culture, di usi e tradizioni, di teorie e di realizzazioni pratiche, di conoscenze e superstizioni: il centro e l’unione di tutta la cultura occidentale del tempo, l’umbilicus orbis.

Pertanto, parlare di alcuni argomenti non è cosa semplice, perché individuare l’origine di alcune manifestazioni risulta assai difficile.

Spesso, poiché i Romani sono ritenuti un popolo pratico, poco incline all’astrazione, alcune materie vengono attribuite all’influenza greca, come la filosofia, l’ideale artistico, la retorica, ecc.

In realtà, la cultura greca entrerà sì a far parte del patrimonio romano, ma dopo qualche secolo dalla fondazione, anche perché una parte della storia delle due civiltà è contemporanea. Per esempio, nel 753, come già detto, si assume che vi sia la fondazione di Roma, mentre in Grecia le Pòleis si iniziano a formare solo una ventina di anni prima, nel 776 A.C.; nel 509 a.C. si conclude l’epoca monarchica romana mentre nel 495 a.C. nasce Pericle.

In questo periodo Roma cresce grazie all’apporto delle genti laziali che via via entrano a far parte della Città; ogni popolazione contribuirà alla creazione della cultura romana; le popolazioni più simili ai fondatori, ossia pastori ed allevatori in genere, contribuiranno con conoscenze nei settori specifici e con manifestazioni e riti semplici, oggi diremmo rozzi; le popolazioni più raffinate daranno apporti di maggior levatura creando dei nuovi modelli.

Non a caso le prime opere serie di urbanizzazione sono attribuite a due monarchi etruschi, Tarquinio Prisco, che diede inizio alla fortificazione attraverso l’edificazione delle mura, e Servio Tullio, che ne concluse la costruzione e al quale è ricollegata anche l’ancóra funzionante Cloaca maxima; due monarchi proveniente da una cultura molto più sofisticata ed avanzata di quella latina, dedita al commercio e quindi con conoscenze tecniche maggiori.

Questa commistione di culture così fortemente legate tra loro si ritrova anche in altri settori, come quello della produzione teatrale.

I Latini, come i Sabini che componevano il primo nucleo della Città, erano pastori, legati a culti animisti (la Fonte Giuturna e la sua divinizzazione ne è un esempio) e le loro rappresentazioni rituali erano semplici, derivavano da eventi stagionali o meteorologici, prevedevano tutte il sacrificio, il sacrum-ficium avveniva tramite il versamento del sangue. Per questo il rito antichissimo delle lotte tra uomini diventerà poi il ludus per eccellenza, i giochi con i gladiatori.

Le prime rappresentazioni teatrali, ancora acerbe, si svolgono, secondo Tito Livio, intorno al 364 a.C. ad opera di attori etruschi, gli istrioni (termine etrusco che significa attore, divenuto di uso comune a Roma per poi assumere, col tempo, una valenza dispregiativa). Costoro, durante i Ludi diedero vita alla fescennina licentia. Sembra che queste rappresentazioni, del tutto inedite fino a quel momento, siano state inserite nei Ludi per placare l’ira divina e far cessare una pestilenza (cfr. Livio, Ab Urbe condita, VII, 2).

I Fescennini, che sono una delle quattro forme arcaiche di rappresentazioni teatrali in senso lato, sono talmente arcaici da lasciare dubbi sulla etimologia del termine: forse da Fescennium, una città falisca dove, in occasione dei raccolti, i contadini davano vita a manifestazioni con scambi di versi vivaci, rozzi e sboccati per ringraziare le divinità; forse da fascinum, malocchio, quella forma di maledizione invidiosa che veniva urlata da un carro all’altro in occasione della vendemmia; forse dal significato fallico del termine: probabilmente una unione delle tre ipotesi.

Si trattava di una rappresentazione priva di un canovaccio, costituita da maschere e danze, che nel tempo raggiunse un grado di mordacità tale da essere censurata nelle XII tavole, laddove venne stabilita la pena di morte nei confronti di chiunque avesse composto versi infamanti nei confronti di un cittadino romano (v. XII Tabulae, Tabula VIII, 1A-1B).

Un esempio letterario di versi fescennini lo ritroviamo in Catullo, nell’Epitalamio a Manlio (Carmina, LXI).

Orazio ci regala una descrizione di queste rappresentazioni che sembrano quasi delle moderne gare di improvvisazione di versi (cfr. Epistulae, II, 1, 139-155).

Le Atellanae derivano direttamente dalla città osca di Atella, che si schierò contro Roma durante la seconda guerra punica, subendo, poi, una durissima punizione.

Si tratta di rappresentazioni farsesche, di breve durata: venivano usate per concludere spettacoli tragici e alleggerire gli animi. Esistono dei personaggi fissi, delle “maschere” che ripropongono delle caricature popolari. Gli attori recitavano a braccio seguendo un canovaccio detto tricae (da qui la parola intrigo). Le rappresentazioni hanno un’origine greca, ma il lato mordace è talmente marcato da renderle altro rispetto a quelle greche.

Il Mimo, che segue temporalmente le Atellanae, era una rappresentazione drammatica caricaturale, forse anch’esso di derivazione greca.

Era in voga a Siracusa e Taranto e, per quello che riguarda Roma, compare in concomitanza con la guerra di Pirro.

Giunge nella Città unitamente al culto della Magna Mater, poiché le feste in onore di Cibele manterranno il carattere mimico.

Una delle caratteristiche di questa forma teatrale consisteva nel fatto che i ruoli femminili erano recitati da donne.

Infine, la Satira.

Anche qui ci sono numerose interpretazioni etimologiche: satyra, termine greco, quindi derivazione dotta; satura lanx, il piatto offerto agli dèi; per saturam, inteso quale carattere misto; lex satura per il numero di soggetti in una composizione metrica.

Si trattava di una rappresentazione composta da danze, musica e recitazione che, nel tempo divenne una critica della società e dei personaggi in vista, come nel caso di quella verso Publio Cornelio Scipione, a protezione del quale venne creata una legge ad personam che proibì la satira personale.

Quintiliano rivendicherà la satira quale creazione tipicamente romana.

In realtà elementi satirici sono presenti in Aristofane e in altri autori greci.

Lo sviluppo di tali elementi; l’aggressività, la mordacità che presso gli autori romani caratterizzeranno la satira, la tipizzeranno talmente da trasformarla in qualcosa di unico.

Un esempio ne è il famosissimo ambiguo senario di Nevio (Bellum punicum, VI, fr. 46)«Fato Metelli Romae fiunt consules», il quale può significare sia che «è destino di Roma che i Metelli siano fatti consoli» sia che «è sventura di Roma che…», con l’altrettanto ambigua risposta fornita al verso medesimo dai Metelli: «malum dabunt Metelli Naevio poetae», la quale può significare tanto che «i Metelli offriranno una mela al poeta Nevio» quanto che «i Metelli faranno del male al poeta Nevio».

Questo piccolissimo articolo ha voluto percorrere un breve tratto di quella che è l’origine delle rappresentazioni arcaiche che diedero vita alla commedia romana.

L’argomento è vastissimo, poiché la Roma arcaica aveva tantissime rappresentazioni e non tutte legate ai riti divini.

Possa questo piccolo contributo essere di stimolo per approfondire un tema interessante e per alcuni aspetti attualissimo.

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