TORINO, CAPITALE DELL’EGITTOLOGIA di Emanuele Casella

by Lilibeth

Oggi Torino è conosciuta nel mondo per la sua straordinaria collezione di antichità egizie, conservata ed esposta presso il Museo Egizio e seconda solo a quella del Cairo. Ma la storia stessa della città sabauda è strettamente legata all’archeologia egizia e agli studi di egittologia.

Nel 1567, dopo lo spostamento della capitale del ducato da Chambery a Torino, durante la costruzione della nuova fortificazione della città voluta da Emanuele Filiberto di Savoia, venne ritrovata una base marmorea di una statua con un’iscrizione di dedica alla dea Iside; questo rinvenimento fece sorgere l’ipotesi che, in antico, in città vi fosse un Iseo, un tempio di Iside cioè, localizzato probabilmente dove ora sorge la Chiesa della Gran Madre.

Nel 1761 il naturalista inglese J. T. Needham scoprì, tra i reperti raccolti nell’allora Museo d’Antichità dell’Università, un busto in marmo nero di donna, con il volto ed il petto decorati da strani segni. Egli formulò allora l’affascinante teoria che il busto fosse di Iside, e fece una traduzione (alquanto fantasiosa) delle iscrizioni su di esso apposte, ipotizzando che i segni costituissero dei geroglifici e che fossero una versione arcaica della scrittura cinese. Più recentemente, il Direttore del Museo Egizio S. Curto ha interpretato l’immagine femminile come un modello a tutto tondo della dottrina cabalistica “dei grani di beltà”, sviluppata nel ’500 da Cardano, escludendo completamente l’origine egiziana del reperto.

Gli storici di Corte sabauda elaborarono quindi molte teorie piuttosto “fantasiose” sulla nascita mitica di Torino, ovviamente con il benestare dei Savoia che volevano dare lustro alla nuova Capitale del Regno.

Il barone Filiberto Pingone aveva già proposto nella sua opera del 1577, Augusta Taurinorum, che la nuova Capitale sabauda avesse origine egiziane: «[…] regnava Eridano, che dalla Grecia o dall’Egitto, fondò colonie in Italia, nei pressi del fiume Padus».

Fu solo nel 1679 che Emanuele Thesauro, al servizio di Madama reale Maria Cristina, pubblicò la Historia della Augusta città di Torino. Lo storico si ispirò alle ipotesi di Paolo Perugino, bibliotecario a Napoli di Roberto d’Angiò, secondo cui Eridano-Fetonte era giunto sulle coste del Mar Ligure con un compagno di nome Genuino: questi era rimasto nel luogo dell’approdo e aveva fondato Genova; Eridano invece, valicando l’Appennino, era giunto nei pressi del grande fiume che aveva preso il suo nome e aveva fondato la città di Torino. I Romani avevano poi chiamato il fiume Eridano con il nome di Padus, e tale nome era stato infine modificato in epoca moderna in Po.

Thesauro, tuttavia, andò molto oltre questa teoria identificando Fetonte con Pa Rahotep (nome totalmente di fantasia!), un principe egizio che, in séguito a contrasti con la casta sacerdotale in Madre Patria, era partito alla volta dell’Italia, dove era approdato e aveva fondato la città di Torino. Lo storico data questa spedizione al Regno di Amenofi I, precisamente nel 1523 a.C., giustificando anche il nome della città sabauda e l’emblema del toro: «[…] sopra le sponde del Po fondò questa colonia. Tra le altre singolarmente onorata, prendendo gli auspici del dio Api, adorato in Egitto per patrio nume, sotto sembianze di toro, del nume istessa le diede le insegne e il nome!».

Come è chiaro, in questo racconto mitico vi sono molti punti che non collimano con la ricostruzione  archeologica odierna, che vede in Torino una colonia romana fondata intorno al 9 a.C. Ma Thesauro portava alcune “prove” tratte dalle fonti greche e latine, come gli scritti di Omero, Esiodo, Erodoto e infine dalla celebre narrazione di Ovidio nelle Metamorfosi, che raccontava la sfortunata morte di Fetonte, caduto nel fiume Eridano.

Thesauro identificò il luogo in cui Fetonte sarebbe annegato nel fiume con l’odierna Chiesa della Gran Madre, dove si riteneva che fosse collocato l’antico Iseo della città e da cui proveniva probabilmente la base marmorea ritrovata un secolo prima.

I Savoia, quindi, incoraggiati e galvanizzati dalle “teorie storiche” dell’epoca, iniziarono una ricerca di oggetti egiziani in tutto il mondo, partendo dall’acquisizione di lotti privati: il primo fu Carlo Emanuele I, che già nel 1626-1630 comprò 269 pezzi dai duchi Gonzaga di Mantova, fra i quali spicca la famosa Mensa Isiaca, una tavola d’altare in bronzo ageminato, argento, rame e niello con figure di divinità e faraoni, attorniati da simboli geroglifici. Gli studi recenti hanno tuttavia confermato la produzione italica dell’oggetto, probabilmente proveniente dall’Iseo Campese a Roma e ora conservata presso il Museo Egizio di Torino. Gli oggetti di questo lotto confluirono nel neonato Museo dell’Università fondato per volere di Vittorio Amedeo II nel 1724.

In séguito, Carlo Emanuele III, dopo aver creato due musei reali distinti per le Antichità orientali e per la Storia naturale, volle incrementare entrambe le collezioni mettendo a capo di una spedizione in Egitto e Indie il medico padovano Vitaliano Donati.

Questi, dal 1759 fino alla sua morte su una nave turca nel 1762, viaggiò lungo il Nilo esplorando i siti e i monumenti più famosi dell’Egitto; grazie ai suoi giornali di viaggio siamo a conoscenza del percorso che fece e degli oggetti che ritrovò; tuttavia, non tutti i reperti arrivarono a Torino dopo la di lui morte. Sono da citare le magnifiche statue di Iside, acquistata a Coptos e interpretata oggi come un ritratto di Tiy (sposa di Amenofi III), la statua di Sekhmet assisa e una scultura in granito rosa di faraone di età tutmosìde con i cartigli di Ramesse II, la quale oggi accoglie i visitatori all’entrata del Museo Egizio.

Il più grande acquisto di antichità egizie da parte dei Savoia però fu senza dubbio la Collezione Drovetti, primo nucleo ufficiale del Museo Egizio di Torino.

Già nel 1816 il console di Francia in Egitto, Drovetti, tentò di vendere al Governo piemontese tutte le antichità accumulate durante gli anni di servizio, facendo trasportare alcuni oggetti a Livorno per mostrarli direttamente agli acquirenti.; il conte Carlo Vidua di Casale Monferrato, dopo aver fatto un inventario di questa collezione egizia, si fece promotore presso la Corte della necessità di acquistare questo patrimonio incredibile: «Questo affare mi sta moltissimo a cuore. Desidero che i forestieri non possano più dire: “Turin est une ville fort jolie et fort  regulière, mais il n’y a presque rien à voir. En fait de beaux-arts on ne s’aperçoit pas encore d’être en Italie”», e ancora: «Il Piemonte avrà la gloria di conservare, e di mostrare agli stranieri una raccolta unica, e formata da un suo figlio, e sarà l’Italia quella che possederà il primo e più ampio Museo Egizio di Torino, come possiede la prima raccolta di sculture greche e romane in Roma, e la prima di tutte le gallerie a Firenze».

Finalmente il 23-24 febbraio 1824 Carlo Felice, dopo varie vicissitudini causate dall’abdicazione di Vittorio Emanuele I, firmò il contratto definitivo che sanciva l’acquisizione della collezione di antichità egizie per 400.000 lire piemontesi. Esse furono sistemate nell’ala destra del Palazzo dell’Accademia delle Scienze, sede ancora oggi del più antico Museo Egizio al mondo.

Lo spostamento stesso delle statue fu un’impresa “faraonica”, poiché gli oltre 3000 oggetti furono trasportati via nave fino a Genova e poi mediante carri a Torino.

Alcuni degli oggetti più iconici del Museo Egizio facevano parte della Collezione Drovetti come il Papiro dei Re, la statua di Ramesse II o il Libro dei Morti di Iuefankh; purtroppo, però mancano riferimenti al contesto e al luogo di rinvenimento, se non per qualche statua che porta delle iscrizioni con il nome dello scopritore.

Comunque, l’allestimento della collezione all’interno del Palazzo dell’Accademia delle Scienze comportò numerosi problemi a causa del limitato spazio che si aveva in rapporto allo spropositato numero di oggetti che dovevano trovare collocazione.

Al completamento dell’esposizione, lo studioso Luigi Cibrario appose due lapidi in onore di Drovetti e di Jean-François Champollion, pioniere nella ricerca egittologica. Infatti, lo studioso francese era giunto a Torino nel mese di giugno del 1824 per studiare direttamente i reperti della collezione egizia che erano appena arrivati nella Capitale sabauda; anche se fu accolto con tutti gli onori dai membri dell’Accademia delle Scienze che lo nominarono “socio corrispondente”, egli ebbe rapporti poco pacifici con il Direttore Cordero di San Quintino, che lui stesso chiamava “une espèce de Directeur”.

In effetti, molte soluzioni che Champollion voleva adottare per studiare i reperti erano piuttosto opinabili e vennero criticate giustamente dal direttore del Museo che, ad esempio, si rifiutò di tagliare i papiri in strisce per incollarli su cartone e renderli più agevoli da consultare.

Altro episodio importante di dissidio tra i due fu quando lo studioso francese pubblicò un pamphlet a sue spese, Pétition du Pharaon Osymandias à S.M. le Roi de Sardaigne, nel quale si immedesimò nel faraone Sethi II, la cui statua colossale era stata posta dal Cordero di San Quintino momentaneamente nel cortile del Palazzo e ricoperta di paglia per preservarla dal freddo invernale; all’interno dello scritto il Re augurava al Direttore di essere anche lui impagliato e portato al Museo di Storia Naturale. Tuttavia, bisogna osservare che, aldilà della originalità di Champollion per questa finzione letteraria, le scelte del Cordero San Quintino erano più che giustificate, all’epoca, poiché il Francese voleva posizionare la statua secondo l’alloggiamento originale all’esterno della Cappella per la barca processionale a Karnak, con l’ingente peso di sei tonnellate che minava la stabilità dei pavimenti interni.

Dal suo canto il Direttore aveva una certa antipatia per lo studioso francese, come si legge nelle sue lettere, nelle quali lo accusava di mettere “a soqquadro” tutto il Museo; inoltre, il Cordero di San Quintino dubitava della teoria di Champollion sulla traduzione del geroglifico dicendo che preferiva “meglio impiegare il proprio tempo”.

Nessuno mette in dubbio l’enorme lavoro che fece Champollion per formare un Catalogo ragionato di tutta la collezione, Catalogo che però non ebbe mai il permesso di pubblicare; lo studioso francese fu il primo a creare un itinerario conciso e interessante del Museo in corrispondenza dell’apertura al pubblico della collezione nel giugno 1824.

La storia della nascita del Museo Egizio si conclude con la partenza nel gennaio 1825 dello studioso francese.

Pochi anni dopo, nel 1831, il re Carlo Alberto, privò il Cordero di San Quintino del suo incarico a séguito di un’accusa di plagio ai danni dello Champollion, per il restauro fantasioso di alcuni pezzi, fatti ridipingere in base alle suggestioni ricavate dalle tavole di I. Rosellini, oltre che per alcuni contrasti avuti dal Direttore con i colleghi dell’Accademia: aveva infatti proposto un Regolamento per il Museo in cui veniva attribuito un enorme potere al Conservatore, a scapito di tutti gli studiosi che intendevano visitare il Museo e studiarne i pregevoli pezzi.

Come si evince da queste pagine, la città di Torino ha sempre avuto un legame stretto con l’Egitto, l’egittologia e l’egittomania. Il suo Museo Egizio è ora uno dei poli turistici più importanti d’Italia, nonché un centro di ricerca rinomato in tutto il mondo in campo archeologico per le sue numerose attività di scavo ancora attive, lo studio continuo dei reperti accessibili anche a studiosi esterni e la modernità del percorso espositivo.

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