LES PLAIDEURS DI JEAN RACINE, OSSIA IL CONFLITTO POLITICA-MAGISTRATURA DIETRO UNA COMMEDIA DEL SEICENTO di Pierluigi Cipolla

by Lilibeth

1. Premessa.

Esiste la commedia di mera evasione (rosa, sexy, noir, poliziesca, ecc.), la commedia parodistica, la commedia satirica spinta fino al cinismo (Buñuel, Ferreri docent), la commedia dell’assurdo (Ionesco, Beckett, Genet), la commedia horror (ad es., Gremlins, Frankenstein junior, Un lupo mannaro americano a Londra), la commedia a tesi (sovvengono, tra le tante, L’isola degli schiavi di Marivaux e Le Nozze di Figaro di Beaumarchais), la commedia di costume (tra le tante, Il medico della mutua, di Luigi Zampa e il séguito Il prof. dott. Guido Tersilli …, Il boom, del 1963, di Vittorio De Sica, C’eravamo tanto amati, 1974, di Ettore Scola), ecc. Ed esiste anche la commedia giudiziaria, in cui le vicende legali dei protagonisti (giudici, avvocati, parti in causa) si intrecciano con quelle personali, dentro e fuori i tribunali. L’ultimo gustoso esempio è “Mon Crime, la colpevole sono io”, di François Ozon, incentrata sulla strumentalizzazione dei processi per ottenere popolarità mediatica (ma anche sull’ottusità dei giudici istruttori e dei pubblici ministeri). Ma sarebbe ingiusto non ricordare Un giorno in Pretura, Sedotta e abbandonata, Febbre da cavallo, In nome del popolo italiano (che forse è più una tragedia di una commedia).

In questo ampio panorama si inseriscono le commedie politico-giudiziarie, laddove il racconto delle azioni di giudici e avvocati ha lo scopo (palese o recondito) di creare o sostenere un movimento di opinione, generalmente a vantaggio di questa o quella ideologia e, quindi, indirettamente, di questa o quella parte politica. Esempi paradigmatici sono Divorzio all’italiana, del 1961 (appunto, sul tema del divorzio), Detenuto in attesa di giudizio, del 1971 (in cui si censura l’abuso della carcerazione preventiva), Tutti dentro, del 1984 (che anticipa di dieci anni l’inchiesta “Mani pulite”).

Se la libertà di manifestazione di pensiero, frutto duraturo della Rivoluzione francese, ha consentito alla fantasia di commediografi, registi e sceneggiatori di sbizzarrirsi nella ricerca dei più vari intrecci per dare corpo alle idee politiche, proprie o della consorteria di appartenenza, anche in aperta contrapposizione con i Poteri costituiti, nell’Antichità e durante l’Antico Regime lo spirito comico non poteva manifestarsi in tutta la sua virulenza: il rischio di imbattersi nella suscettibilità di questo o quel Potente era alto (con conseguenze gravi, anche letali). Tanto meglio dunque occuparsi di facezie, fare satira di costume o, al limite, se si volevano percorrere i terreni sdrucciolevoli della politica, mettersi al riparo dei forti e prendersela con i meno forti.

È il caso de Les PlaideursI litiganti –, del 1667, l’unica commedia scritta da Jean Racine, il severo tragediografo francese del Secolo di Luigi XIV, «quegli che meglio ha conosciuto il cuore umano tra tutti i poeti»[i].

 2. Les Plaideurs: la trama.

In breve, questa è la trama della Commedia: Petit Jean, custode dell’abitazione del giudice Perrin Dandin, ha vegliato tutta la notte davanti all’uscio per impedire al giudice di esercitare il suo ufficio incessantemente. Fanno ingresso sulla scena il segretario Intimé e Leandro, figlio del giudice, il quale confida il suo amore per Isabella, figlia di Chicanneau, un ricco borghese vicino di casa, affetto da querulomania. Ed infatti Chicanneau si reca dal giudice, e qui inizia a litigare con la Contessa di Pimbesche, che pure si trovava colà per prospettare una questione. Intimé, su richiesta di Leandro, spacciandosi per un ufficiale giudiziario accede nella abitazione di Chicanneau per consegnare un biglietto amoroso dello spasimante; interviene Chicanneau, la ragazza fa a tempo a distruggere il biglietto. Intimé presenta al commerciante una richiesta che gli ha affidato la Contessa, ma Chicanneau lo percuote. Interviene Leandro, travestito da agente di polizia, che constata il delitto e pretende di interrogare Isabella, ma il verbale che padre e figlia sottoscrivono in realtà è un contratto di matrimonio. Arrestato, Chicanneau è condotto in tribunale. La Contessa, Chicanneau e Intimé vogliono rendere dichiarazioni ma il giudice Dandin non si presenta, essendo stato rinchiuso da Petit Jean in una cantina. Leandro convince il padre a tenere udienza in casa: si tratta di giudicare il cane Citron che ha rubato un pollo; si dà inizio a un processo in piena regola, durante il quale Petit Jean sostiene l’accusa mentre l’Intimé funge da avvocato difensore. Intervengono Chicanneau e la figlia; quando Leandro mostra la firma sul contratto di matrimonio, Dandin lo dichiara valido. Chicanneau coglie l’occasione per un nuovo processo. Il giudice Dandin si lascia impietosire dallo spettacolo dei cuccioli del cane Citron, che Intimé gli mostra. Alla fine, il cane Citron è assolto.

3. La tradizione letteraria: la satira antigiudiziale.

Come si intuisce, la commedia di Racine è incentrata sia sulla ridicolaggine di coloro che fanno dei processi la ragione di vita sia sui difetti dei magistrati: la pompa delle vesti, il linguaggio altisonante, l’ottusità, la tendenza a trattare allo stesso modo questioni serie e meno serie.

In questo senso la pièce si inserisce in una lunga tradizione letteraria, la satira degli uomini di legge, che affonda le radici in Aristofane (si allude a Le Vespe) e in Francia si esplica in sermoni di predicatori, cahiers de doléances, suppliche al Re, racconti romanzeschi e, appunto, commedie in cui mutano i toni ma l’argomento è sempre lo stesso: l’avidità, l’arroganza e l’ignoranza dei magistrati. Il tutto era favorito dal sistema della venalità ed ereditarietà delle cariche e dal tradizionale criterio retributivo in base al quale i compensi erano erogati dalle stesse parti in causa; ma l’acrimonia era dovuta anche al fatto che i giudici reali costituivano la force de frappe mediante la quale la monarchia da tempo sottraeva competenze giuridiche e influenza sociale ai ceti privilegiati.

Esempio sommo della tradizione letteraria in parola è il Gargantua e Pantagruel di Rabelais, in cui, al capitolo X, il protagonista decide in via equitativa una controversia complicatissima che oppone il signore di Baisecul e il signore di Humevesne, dopo che celebri giurisperiti avevano rassegnato conclusioni difformi. Qui si legge una requisitoria feroce contro le «tromperies, cautelles diaboliques de Cepola et subversions de droit … ineptes opinions de Accurse, Balde, Bartole, de Castro, de Imola, Hippolytus, Panorme, Bertachin, Alexandre, Curtius et ces autres vieulx mastins …»[ii]. E quando non si censura l’ignoranza dei magistrati, se ne condanna l’arbitrio (è il caso del giudice Bridoye, che decideva lanciando i dadi), l’avidità e la ferocia (nel dialogo su Mordigraffiante, i gatti-giudici venivano descritti come bestie orribili e spaventevoli, adusi a mangiare su pietre di marmo)[iii].

Meno noto di Rabelais, Bonaventure de Périers, segretario della sorella del Re Francesco I, più o meno nello stesso periodo fu autore di una raccolta di novelle, una delle quali, la sessantaseiesima, è dedicata al giudice Hautmanoir, il cui “cervello era fatto come di cera”[iv]. Qui alligna la figura del giudice ottuso, più che ignorante.

Ancora, un secolo dopo, l’avvocato-poeta Antoine Furetière, essendo ormai arcinoti i motivi tradizionali di rampogna, si soffermava sull’abbigliamento dei magistrati: «Tel a le chapeau plat, tel autre l’a trop haut/ tel a talon de bois, tel souilers de pitaut/ tel haut-de-chausse bouffe, et tel serre la cuisse/ l’un tient du Pantalon et l’autre tient de Suisse./ Tel a petit collet, tel des plus grands rabats/ tel sur habit de drap, manteau de taffetas/ ils faisaient tant de bruit que leurs voix confondues/ comme en un grand chaos n’étaient point entendues/ tant qu’on parla de boule, alors chacun cèda/ et ravi d’y jouer à l’instant s’accorda»[v].

Più meno nella stessa epoca il disfavore dell’opinione pubblica nei confronti dei giudici trova un’eco letteraria nel ritratto impietoso tratteggiato da La Bruyère, nei Caractères del 1688 («Il se trouve des juges auprés de qui la faveur, l’autorité, les droits de l’amitié et de l’alliance nuisent à una bonne cause et qu’une trop grande affectation de passer pour incorruptible expose a être injustes»)[vi].

Peraltro, la polemica antigiudiziale non fioriva soltanto in Francia: agli albori dell’età moderna risalgono l’iconografia del giudice come un folle con la bilancia in mano, dovuto a Sebastian Brant[vii] e l’immagine della giustizia bendata nell’atto di rivolgersi a orfani e vedove, ma ben occhiuta nei confronti dei benestanti, quale si rinviene nel frontespizio della Praxis rerum civilium di Damhouder, del 1567[viii]. Ivi si accentuano caratteri già presenti nel giudice ingiusto rappresentato nella Iniusticia giottesca, nella Cappella degli Scrovegni: «l’ingiustizia è rappresentata dalla figura di un uomo maturo, con barba lunga e lunghi capelli bianchi, seduto su un trono che ha come sfondo una porta merlata … Elegantemente vestito, indossa un copricapo e una cappa bianca che farebbe pensare a un giudice o a un nobil signore, ma sotto le vesti spunta una cotta di ferro, di cui si vede solo la parte superiore, che gli protegge il collo. Nella sinistra tiene stretta l’elsa di una spada, rinfoderata e legata alla cintura, mentre con la destra impugna un lungo sinistro raffio: le dita hanno unghie adunche; dal labbro inferiore gli vestono orride zanne … Piante spuntano ovunque ai piedi di quello che ora ci appare come un tiranno subdolo e sanguinario»[ix].

Dunque, Les Plaideurs sono soltanto un capitolo della pluricentenaria satira antigiudiziale?

4. Il contesto storico istituzionale: l’incipiente conflitto politica-magistratura.

Vi è una coincidenza illuminante: la commedia Les Plaideurs fu messa in scena nel 1667, lo stesso anno della promulgazione dell’Ordonnance civile, atto iniziale della Codificazione colbertina, con cui vengono poste le basi del moderno positivismo giuridico, ossia del predominio della volontà politica sul cd. diritto naturale e sulla discrezionalità giudiziale, con tutto ciò che ne è derivato nei secoli a seguire: il cd. assolutismo giuridico, la riduzione del diritto a mera tecnica, la prevalenza dell’interesse del più forte, il giusvolontarismo dominante, e da ultimo, il nichilismo giuridico[x].

In origine le Cours Supérieurs erano state favorite dai Re di Francia perché utili nella lotta per l’indipendenza dello Stato nazionale contro le pretese dell’Imperatore e del Papa, e in vista dell’unificazione politica e giuridica del territorio contro le resistenze dei grandi feudatari[xi]. Tuttavia, per il fatto di partecipare al potere sovrano per via di delegazione[xii] e, in facto, a causa dell’ampio spazio acquisito nei periodi di decadenza del potere monarchico e in virtù dell’indeterminazione dei poteri conferiti e della equiparazione alla nobiltà di spada[xiii], gli alti officiers de judicature nel corso dei secoli XVI e XVII esercitarono una sempre più ardita ingerenza negli affari di alta amministrazione. Tale interferenza si risolveva, nei momenti di conflitto, nel potere di «inceppare, modificare e sopprimere ciò che nella legislazione sovrana era sgradito»[xiv] e ordinariamente, nell’ampia potestà regolamentare in materia amministrativa e giudiziaria, oltreché nella funzione di controllo degli editti reali e delle finanze, che si estrinsecava nell’antico diritto di verificazione, registrazione e di rimostranza. Si inseriva, in questo contesto, per la capacità modificativa del dictum principis, la potestà interpretativa giudiziale esercitata alla luce dell’equità e del diritto naturale, che gli stessi monarchi avevano autorizzato e financo sollecitato[xv]. La conseguenza era quindi stata che nell’àmbito parlamentare a partire dal XV secolo[xvi] era sorta – e con gli anni si era rafforzata, tra le righe delle Remontrances durante tutto il regno di Luigi XIII, nelle opere di Theveneau e La Roche Flavin, nelle memorie di Mathieu Molé e di Omer Talon[xvii], nei discorsi pronunciati[xviii] e nei libelli pubblicati durante la Fronda[xix] – la convinzione che il re fosse titolare del potere sovrano, ma non potesse esercitarlo personalmente ed illimitatamente, poiché tenuto a lasciarne l’esercizio ai suoi rappresentanti, in primis le supreme magistrature, veri custodi dei mores institutaque majorum[xx].

Le velleità di spartizione della sovranità erano fondate sulla vantata provenienza dei Parlamenti dell’antica assemblea dei Franchi[xxi] e sul fatto che la “giustizia” emanata dall’autorità sovrana nei periodi di interregno sopravviveva alla persona del monarca[xxii]. Valgano a questo proposito queste parole del primo presidente Guillaume de Lamoignon dirette al giovane Luigi XIV, quando gli avvenimenti del 1667-1673 sembravano ancora lontani: Les moins intelligents ont toujours reconnu que le magistrat était la vive image du prince et se sont formè une noble idèe de son élévation. Ils ont d’abord compris qu’il ètait l’oracle des lois, le dispenseur de la justice, le dèpositaire de la puissance souveraine, la terreur des méchants, la consolations des bons, la source du repos public et la règle de la vie civile … le magistrat qui l’exerce souverainement est un roi sans sceptre et sans couronne et le souverain qui la néglige, fût il maitre de cent provinces et de cent peuples, n’est que l’idole d’un prince[xxiii],e di nuovo, in un discorso pronunciato dal medesimo, alla vigilia della riforma colbertina, allorché il clima era mutato: ce caractère de pairs ou de juges souveraines empreint, pour ainsi dire, sur leur front de la main de Dieu et des rois dont ils exerçaient le pouvoir, car ceux qui n’etaient pas noble d’origine le devenaient par leurs vertus et par la noblesse de leur fonctions[xxiv].

Quelle ambizioni sembrarono concretizzarsi durante la Fronda allorché le Corti superiori avversarono ripetutamente gli editti in materia finanziaria (cd. bursaux), istitutivi di nuove cariche, in tal modo mettendo apertamente in discussione l’assolutezza della sovranità monarchica[xxv].

In un tale stato di cose, per chi volesse attuare il potere assoluto, sarebbe stato inevitabile contenere l’indocilità delle Corti superiori.

E infatti il giovane e volitivo Luigi volendo riaffermare la sovranità monarchica, così com’era stata propugnata da Bodin, Loyseau e Le Bret, fece della delegittimazione delle magistrature, così come della riottosa nobiltà feudale, il più urgente dei punti del programma di governo[xxvi]. Ed in effetti i primi dieci anni del regno furono caratterizzati da misure dirette ad incidere sui poteri deliberativi (droit de remontrance) e regolamentari (droit de police) delle Cours Supérieurs.

Al fine di imporre la propria volontà, il monarca dapprima si limitò a misure simboliche. Ma dopo le schermaglie, era ormai maturo il tempo della spada sulla magistratura: contenimento della funzione politica delle Corti superiori, sottoposizione dell’amministrazione della giustizia alle direttive impartite dal potere centrale, ridimensionamento dell’attività di con-creazione del diritto, insita nella interpretatio/aequitas da secoli associata alla Giurisdizione.

La previsione di una pesante responsabilità disciplinare, quale si rinviene in abbondanza nelle prime due Ordonnances colbertine, così come il divieto di interpretazione delle norme regie e le altre misure di compressione dell’arbitrium judicis, sancito nell’Ordonnance civile, nonché la reductio delle giustizie signorili che pure caratterizza in modo evidente l’Ordonnance criminelle costituiscono i modi con cui la monarchia attuò la sua vendetta dopo i fatti della Fronda.

Dunque, se si inquadra la commedia di Racine nel clima teso tra gli uomini del re e gli alti magistrati, viene il sospetto che Les Plaideurs non fosse affatto un’innocente parodia dei giudici, scritta da un drammaturgo in un momento di relax. D’altra parte, se di deve colpire qualcuno, non si inizia mettendolo in ridicolo? Così accadeva nello stesso periodo con Tartuffe, nei confronti dei Gesuiti e così sarebbe accaduto cent’anni dopo con Le nozze di Figaro, nei riguardi degli aristocratici.

5. Les Plaideurs, chi piange e chi ride.

Resta difficile pensare che Jean Racine abbia scritto les Plaideurs su istigazione di Luigi XIV o qualcuno dei suoi numerosi cortigiani. Per quanto ognuno abbia un prezzo, specie nei momenti di difficoltà, nessuno più di Racine – l’ultimo sommo poeta cristiano[xxvii], l’allievo di Port-Royal[xxviii], il feroce fustigatore della pazzia morale insita nell’amor sui[xxix]appare più lontano dall’egotismo spinto all’estremo di colui che descrisse il programma di vita e di governo nell’ambizioso motto nec pluribus impar («al sopra di tutti e di tutto»).

Non sappiamo se il poeta scrisse la commedia per far divertire il giovane Re, oppure per aiutarlo nella sua politica antigiudiziale, oppur per rivaleggiare con il grande Molière, ovvero soltanto per sbarcare il lunario. Il dato di fatto è che Les Plaideurs piacque all’Autocrate e molto: i memorialisti dell’epoca raccontano con dovizia di particolari le roboanti risate con cui il re Sole nel 1668 lasciò attonita la Corte durante la rappresentazione della commedia, soprattutto nei punti in cui metteva alla berlina i modi di fare, di parlare e di essere della gens de robe[xxx].

Invece, lo stesso anno, gli alti magistrati di Parigi piangevano lacrime amare. Il giorno 20 aprile 1667 l’Ordonnance civile, venne registrata nel Parlamento di Parigi nel fragore di trombe e tamburi; M. A. Giustinian, ambasciatore della Repubblica di Venezia, presente ai fatti, così scriveva: «Il Primo Presidente si diffuse nelle lodi di Sua Maestà e nel merito grande che si guadagnava con la promulgazione del Codice Luigi le di cui leggi, disse egli, saran forse un giorno fatte obedire da tutto l’universo. L’avocato generale Talone per un hora continuata e più si trattenne nell’esaltazione et encomj di Sua Maestà con eccessi d’espressioni tali, che cambiavano natura alla lode […] Non era valso però i raggi di così luminosa eloquenza ad abbagliare la massa degli auditori sì che molti di loro non riconoscessero il discapito anzi esterminio che deriva nel proprio interesse per l’Ordinanze qui dette, et ad impedirli il fare palese il sentimento con le lacrime istesse che gli caderono dagli occhi»[xxxi].

E così, il positivismo giuridico vedeva la luce tra le lacrime degli uni e le risate di un altro, il primo di una lunga serie di sovrani assoluti, con e senza corona, nei secoli a venire.

Guardando le cose con il senno di poi, per chi ha nostalgia del diritto naturale, il sorriso che les Plaideurs suscita, qualunque fosse l’intento del grande Racine, nasconde un retrogusto amaro.


[i] F.-M. Arouet, detto Voltaire, Il secolo di Luigi XIV ed. it. Torino, 1994 p. 449 (titolo originario, Le Siècle de Louis XIV, Paris 1751).

[ii] F. Rabelais, Gargantua et Pantagruel,cap. X, Paris 1973, p. 77 s.

[iii] F. Rabelais, op. cit., libro V, cap. XI. Il racconto così prosegue: «Essi impiccano, bruciano, squartano, decapitano, massacrano, imprigionano, minacciano e rovinano tutto, senza distinzione di bene o di male. Perché tra essi il vizio è chiamato virtù, la malvagità è soprannominata bontà. Il tradimento ha nome di lealtà. Il ladrocinio è chiamato liberalità: ruberia è la loro vita e commessa da loro, è trovata giusta da tutti gli umani, eccettuati gli eretici; fanno il tutto con sovrana e irrefragabile autorità.».

[iv] In Conteurs français de la Renaissance, Paris 1956, p. 1371.

[v] A. Furetière, Le jeu de boules des Procureurs, 1655, cit. in J.-Y. Huet, La satire des hommes de loi, appendice a Racine, Les Plaideurs, Flammarion, Paris 1999, p. 147.

[vi] J. de La Bruyère, Caractères. Ou les moeurs de ce siècle, Morizot, Paris 1864, p. 305. 4

[vii] A. Prosperi, Giustizia bendata, Percorsi storici di un’immagine, Einaudi, Torino 2008, p. 35 s.

[viii] A. Prosperi, op.cit., p. 172.

[ix] G. Pisani, I volti segreti di Giotto. Le rivelazioni della cappella degli Scrovegni, Editoriale programma, Cormons 2015, p. 160 s.

[x] Sul punto, V. Possenti, Nichilismo giuridico. L’ultima parola?, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2012, passim.

[xi] P. Koschaker, L’Europa e il diritto romano, ed. it., Sansoni, Firenze 1962, p. 291.

[xii] In questo senso, in antico, tra gli altri C. Le Bret, Traité de la souveraineté, 1632, in Oeuvres, Chez C. Osmont, Paris 1689, II, I: «Il y a principalement de trois sortes d’Officiers, dont le Roi se sert en l’administration de son Roiaume, savoir est de Judicture, de la Guerre et des Finances … Elles dépendent absolument de son autorité souveraine»; Traité, cit., II, II: «Et l’on doit remarquer, que pour faire voir que ce Parlement ainsi que tous les autres, ne subsistoient que par l’autorité souveraine du Prince, cest qu’il ne pouvoient ouvrir à la S. Martin, ni fermer en Septembre, qu’en vertu des Lettres Patentes de sa Majesté». Conforme, in tempi moderni, F. Olivier-Martin, Les lois du roi, Diplôme d’études supérieures, Droit public, Paris, 1945-1946, p. 160.

[xiii] Sull’argomento, J.-P. Labatut, Le nobiltà europee dal XV al XVII secolo, il Mulino, Bologna, 1982 (ed. originaria, Paris 1978) p. 60. C. Le Bret equiparava la professione legale a quella militare, in «gloria, onore, e reputazione» (Remonstrance VIII, in Oeuvres, pp. 728–739). Sull’equiparazione tra nobiltà di spada e nobiltà di toga, soprattutto F. Bluche, Le magistrats du Parlement de Paris au XVIIIe siècle, Les Belles Lettres, Paris 1960, passim; contra, R. Mousnier, Lettres et mémoires adressées au chancelier Séguier, Presses Universitaires de France – PUF, Paris 1964, passim.

[xiv] P. Goubert, La Francia del re Sole, in AA.VV., La Storia, 8. Il Seicento, l’età dell’assolutismo, La biblioteca di Repubblica,Roma – Torino 2004, p. 581. Sul punto anche I. Birocchi, Alla ricerca dell’ordine. Fonti e cultura giuridica nell’età moderna, Giappichelli, Torino 2002, p. 85. Lo stesso Colbert nel rievocare i fatti della Fronda, affermando che i Parlamenti avevano nobilitato il potere acquisito grazie a monarchi deboli e ai tempi tormentati dai torbidi ricorrendo ad antichi diritti, indirettamente faceva riferimento alle pretese dei Parlamenti di ripartizione della sovranità (J.-B. Colbert, Moyens de parvenir à remettre le parlement dans l’estat où il doit estre naturellement, in Lettres, instructions, et mémoires – Publiés d’après les ordres de l’Empereur par Pierre Clément, VI, Imprimerie impériale, Paris 1869, p. 16). Una grossa eco di quelle pretese si rinviene nella lunga, dotta ed articolata discussione tra i membri del Conseil du Roy all’inizio dei lavori preparatori per la riforma della giustizia in merito all’opportunità di eliminare dalla futura compilazione l’appellativo “souveraines”, di cui i Parlamenti da tempo si fregiavano, così di escludere ogni equivoco sulla esclusività del potere sovrano in capo al Re (J.-B. Colbert, Procès-verbal des conférences tenues devant Louis XIV pour la reformation de la justice, in Lettres, instructions, cit., t. VI, appendice, n. 5, p. 379 ss.).

[xv] Così Carlo VI, che in una comunicazione alla Cour des aides affidava ai magistrati il potere di «corriger, augmenter, accroître, diminuer ou éclaircir, interpreter … tout ainsi comme si ce fut fait par Nous, en propre personne» (riportato in J. Krynen, L’État de justice, France, XIIIe-XXe siècles, I. L’idéologie de la magistrature ancienne, Gallimard, Paris 2009, p. 15).

[xvi] Già C. de Seyssel, ne La Grand’Monarchie, de France, del 1557, aveva riconosciuto il ruolo primario dei Parlamenti, in quanto «istituiti principalmente … allo scopo di tenere a freno il potere assoluto di cui vorrebbero far uso i re» (cit. in J. Jacquart, Francesco I e la civiltà del rinascimento, Mondadori, Milano 1983 [ed originaria, François Ier, Fayard, Paris 1981], p. 310). Apertamente, nel 1527, durante il lit de justice tenuto da Francesco I il 24 luglio, il primo presidente Guillart fece intendere che spettava al Parlamento fare in modo che il re facesse «ciò che è ragionevolmente buono ed equo, cosa che non vuol dire altro che giustizia» (cit. in Jacquart, Francesco I, cit., p. 223). A sua volta Théodore de Bèze, nel De iure magistratuum in subditos, et officio subditorum erga magistratus, Paris 1574, aveva teorizzato il diritto di resistenza dei soli signori feudali, dei magistrati municipali e dei magistrati superiori e il cardinale Du Perron aveva confermato il concetto nei discorsi pronunciati durante gli Stati generali (sul punto, v. I. Comparato, Cardin le Bret, “Royauté” e “ordre” nel pensiero di un consigliere del ’600, Olschki, Firenze 1969, p. 101).

[xvii] Durante la Fronda, l’avvocato generale Talon espose apertamente la tesi secondo la quale le corti sovrane possedevano un potere secondario, destinato a moderare il potere del re, consistente nel rifiuto di registrare gli atti e nel presentare rimostranze (J.-L. Harouel, J. Barbey, e. Boutnazel, J. Thibaut-Payen, Histoire des institutions de l’époque franque à la Révolution, Presses Universitaires de France – PUF, Paris 2003, p. 435).

[xviii] Scrisse il primo presidente del parlamento di Parigi, Molé, al cancelliere Séguier, dopo l’esortazione di questi, del 31 luglio 1648 di ritornare all’esercizio ordinario della giustizia distributiva, che «le compagnie sovrane non erano tenute ad un’obbedienza cieca, i suoi membri essendo obbligati per effetto del giuramento a eseguire le leggi controllate (vérifiées) con votazione libera, non per effetto di una autorità assoluta» (L.-A. Le Paige, Sur le Parlement, origine des troubles 1754-1755, Bibliothèque de la société de Port-Royal, Fond Le Paige, cit. in F. Di Donato, L’ideologia dei robins nella Francia dei lumi. Costituzionalismo e assolutismo nell’esperienza politico-istituzionale della magistratura di antico regime 1715-1718, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 2003, p. 154).

[xix] Nel Judicium Francorum, del 1732, ristampa di un libello del periodo della Fronda, veniva così sintetizzato il pensiero dei sostenitori della riforma dello Stato in senso parlamentare: «Quando si tratta di questione in cui il popolo sia interessato, non è nel Consiglio del re che essa può essere risolta. Il re non può contrattare con i suoi popoli se non in seno al parlamento, il quale, antico quanto la Corona e nato con lo Stato, costituisce la rappresentanza dell’intera monarchia» (riportato da P. Alatri, Parlamenti e lotta politica nella Francia del Settecento, Laterza, Bari 1977, p. 71).

[xx] Questa la tesi dei legisti dell’entourage regio; tra essi C. Le Bret, il quale, a proposito degli Offices, scriveva: «(Les Rois) pour retrancher aussi les entreprises de plusieurs Magistrats qui s’étoient atribuez le pouvoir de créer et d’instituer les Officiers que leur étoient subalternes, ils les défendirent et les révoquerent, et voulèrent que la création et l’istitution de toutes sortes d’Offices dépendissent absolument de leur autorité.» (Traité, cit., II, 1).

[xxi] Già nel 1525, durante la reggenza di Luisa di Savoia, il Parlamento di Parigi presentò rimostranze contro i più recenti provvedimenti reali, vantando di essere erede della corte del re associata alle decisioni dei primi Capetingi. Nel 1614 il Parlamento di Parigi affermò espressamente la propria provenienza dall’assemblea generale dei Franchi, e quindi di costituire l’unico vero Consiglio del Re, al quale era attribuito il potere di discutere e votare gli editti proposti dal re. Sulla base di quello che Mousnier ha definito «il grande mito», il Parlamento di Parigi nel 1648 respinse gli editti fiscali per cinque volte (R. Mousnier, La Francia, da Richelieu a Mazzarino, in AA.VV., La Storia, 8. Il Seicento, l’età dell’assolutismo, La biblioteca di Repubblica,Roma-Torino 2004, p. 146). Contro questa teoria, lo stesso Colbert, in un manoscritto inedito della Biblioteca nazionale, concernente le Ordonnances in generale, trascritto da R. Petiet, Du pouvoir législatif en France, Paris, 1891, p. 269 ss. osservò che il Parlamento di Parigi era inferiore agli Stati generali, dato che non poteva impedire l’esecuzione delle decisioni degli Stati in tema di diritti e domaine della Corona e in considerazione del fatto che gli Stati erano autorizzati a effettuare riforme che riguardassero i Parlamenti; tra l’altro, secondo il suo avviso, la registrazione delle decisioni degli Stati era finalizzata solo a diffonderne la conoscenza presso i sudditi e a conservarne la memoria.

[xxii] Sul punto B. Vonglis, “L’Ètat c’ètait bien lui”. Essai sur la monarchie absolue, Cujas, Paris 1997, p. 50.

[xxiii] Riportato da F. Monnier, Lamoignon et Colbert, essai sur la législation française au XVII siècle, Didier et C., Paris 1862. p. 17 s.

[xxiv] G. de Lamoignon, Discours au Roi (sur un edit portant fixation du prix des offices), in F. Monnier, Le chancelier Daguessau, Didier et C., Paris, 1863 (reprint Genève, 1975), appendice, p. 491.

[xxv] Trattavasi di editti con cui il re costituiva nuovi uffici di solito per trarre ulteriori risorse per le sue guerre.

[xxvi] Così scriveva Luigi XIV a proposito dell’ostacolo alla sua politica rappresentato dai parlamentari: «La loro autorità, finché veniva considerata opposta alla mia, per buone che fossero le intenzioni, produceva pessimi effetti nello Stato e intralciava qualsiasi cosa potessi intraprendere di più grande e più utile» (Louis XIV, Mémoires pour l’instruction du Dauphin, a cura di J. Lognon, Paris 1927, p. 41).

[xxvii] F. Orlando, Due letture freudiane, Fedra e il Misantropo, Einaudi, Torino 1990, p. 111.

[xxviii] P. Benichou, Morales du grand siècle, Gallimard, Paris 1967, p. 169.

[xxix] Risale al 1677 la tragedia Phèdre nella quale J. Racine, nel rappresentare vividamente le conseguenze disastrose della abominevole passione della sposa di Teseo verso il figliastro, sollevava il velo classicheggiante calato da Luigi XIV sulla Corte e sulla Francia intera, per denunciare i pericoli del caos (morale) sempre pronto a riemergere. Sugli influssi giansenisti in Racine, v. M. Bouvier, Une dramaturgie de l’amour-propre: le théâtre de Racine, 2004, in G. Declercq, M. Rosellini, (a cura di), Jean Racine, 1699-1999, Actes du colloque Île de France, La Ferté Milon, 25-30 mai 1999, Presses Universitaires de France – PUF, Paris 2004, pp. 189-210.

[xxx] J.-P. Royer, Histoire de la Justice en France3, Presses Universitaires de France – PUF Paris 2001, p. 34.

[xxxi] M. A. Giustinian, Missiva da Parigi 26 aprile 1667, in Archivio di Stato Venezia, Senato Secreta, Dispacci Francia, Filza 140, e parzialmente in G. Cozzi, Repubblica di Venezia e Stati italiani. Politica e giustizia dal secolo XVI al secolo XVIII, Einaudi, Torino 1982, p. 193.

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