L’ARTE VINCOLATA A FIRENZE: ANNA MARIA LUISA (O LUDOVICA) DE’ MEDICI E IL PATTO DI FAMIGLIA di Alice Frontini

da Lilibeth

La tutela dei beni culturali viene sancita dall’art.9 della Costituzione. Allo Stato compete l’onere di porre in essere attività di riconoscimento, protezione e conservazione del paesaggio nonché del patrimonio storico e artistico nazionale. Proteggere l’arte, in ogni sua forma, appare oggi un concetto inopinabile, eppure nel lontano 1737, anno in cui venne stipulato il celebre Patto di Famiglia, aveva dell’incredibile.

Il merito della stesura di questo Atto spetta ad Anna Maria Luisa de’ Medici, ultima discendente della casata granducale, la quale diede prova di rivoluzionaria avanguardia. Attraverso il suo lungimirante volere vennero poste le basi per la creazione di una fra le più amate e preziose raccolte d’arte mai esistite. E l’Atto fu il preludio della norma che tuttora garantisce l’integrità e la fruibilità del pilastro identitario che la memoria storica ed artistica italiana rappresenta.

L’Elettrice Palatina

Anna Maria Luisa de’ Medici è generalmente conosciuta come l’Elettrice Palatina. Tale titolo le venne conferito in circostanza delle nozze con il Principe elettore del Palatinato Giovanni Carlo Guglielmo nel 1691. Ma tuttavia non fu l’unico onore a spettarle di diritto. Difatti, Anna Maria Luisa, chiamata anche con il nome di Ludovica, è stata l’ultima discendente della potente famiglia Medici, nota come una fra le più rilevanti dinastie del Rinascimento italiano. Nacque il giorno 11 agosto 1667 a Firenze; seconda di tre figli, fu l’unica femmina dei coniugi Cosimo III de’ Medici e Margherita Luisa d’Orléans. Il matrimonio di Cosimo e Margherita Luisa, celebrato per procura dei genitori, si presentò fin da sùbito difficile a causa di decise ed inconciliabili differenze caratteriali, tanto che nel giugno del 1675 Margherita Luisa, ricevuto il consenso del marito, fece ritorno in Francia, dove si spense all’età di 76 anni. Sebbene il trasferimento di Margherita Luisa avesse decretato la fine del rapporto con Anna Maria Luisa, quest’ultima venne, in compenso, molto amata dal padre, il quale nutrì nei di lei confronti un’ammirevole e sincera devozione. A lei non mancò inoltre la guida decisa ed autoritaria della nonna paterna, la granduchessa vedova Vittoria della Rovere.

Un matrimonio politicamente accettabile

Quando Anna Maria Luisa era poco più che bambina iniziarono le trattative volte alla celebrazione del miglior matrimonio possibile. A soli sedici anni, Anna Maria Luisa venne proposta in moglie al duca di Savoia, Vittorio Amedeo II. Data la ferrea disapprovazione della madre di quest’ultimo, le nozze non andarono mai a buon fine. Si presentarono nuovi pretendenti: dapprima il duca di Modena, Francesco d’Este, al quale Ludovica non volle concedersi per timore di vedere così sminuito il suo rango di principessa granducale. Poi, nell’ultimo decennio del sec. XVII si prospettò una possibile unione con il re di Spagna Carlo II: la negoziazione intercorse tra Cosimo III e la corte di Madrid, ma si rivelò anch’essa una strada senza sbocco. Altrettanto non poté dirsi infine per il candidato individuato dall’imperatore Leopoldo I del Sacro Romano Impero, ovverossia l’Elettore del Palatinato Giovanni Guglielmo, con il quale la Principessa Granducale convogliò a nozze per procura il 29 aprile 1691. Questa unione incontrò il favore di Cosimo III, al quale, attraverso la gentile intercessione del futuro genero presso l’imperatore, venne conferito il titolo stimatissimo di Altezza reale. I coniugi, si presume a causa di una malattia cagionante sterilità, non ebbero il piacere di divenire genitori; tuttavia, questa condizione non precluse loro una felice e stabile vita di coppia. Un matrimonio ideato per configurarsi come politicamente accettabile divenne, fin da sùbito, luogo di reciproco e benevolo conforto, fintanto che non sopraggiunse la prematura scomparsa, all’età di 58 anni, del Principe elettore nel 1716.

L’amore per l’arte come percorso condiviso

L’amore per l’arte, nelle sue diverse e sempre magnifiche espressioni, accompagnò e colorì l’intera esistenza della saggia Principessa di Toscana. Il merito del suo precoce e tenace interesse per la cultura deve indubbiamente attribuirsi allo zio, il Cardinale Leopoldo de’ Medici. Quest’ultimo conservò eccellente conoscenza delle discipline scientifiche senza tuttavia mai trascurare gli altri aspetti del sapere; a tal proposito si ricordano le sue collezioni preferite, fra cui si annoverano: libri rari, dipinti, statue e monete. Ebbe l’abilità, poi trasmessa alla nipote, di intrattenere rapporti con meritevoli artisti, agenti d’arte e collezionisti del tempo. È doveroso osservare come la passione per l’arte, amata e coltivata, abbia rappresentato anche un impegno condiviso nel corso del tempo da tutta la famiglia Medici, oltre che il fil rouge lungo cui Anna Maria Luisa ha percorso ogni tappa della sua vita. La famiglia Medici ha influenzato e caratterizzato la storia del Rinascimento italiano, non solo a causa dell’indiscusso potere politico ed economico conquistato, ma anche, o soprattutto, per gli intrighi e le passioni animate dai suoi membri. Attraverso una copiosa e costante attività di mecenatismo, la dinastia fiorentina si fece baluardo a salvaguardia di opere dall’inequivocabile e molte volte incalcolabile valore. Le commissioni medicee incarnarono ideali diversi ed estetiche mutevoli, espressione degli intenti e dei costumi sociali propri del tempo in cui furono ideate. Al riguardo si rammenta come nel 1444 Cosimo de’ Medici pretese un’architettura tradizionale e conservatrice per la realizzazione a Firenze di Palazzo Medici. Questo edificio commissionato a Michelozzo doveva esprimere solennità ma non risultare in alcun modo sfarzoso, onde evitare l’invidia e il malcontento dei cittadini. Al contrario, alla fine del XV secolo, in virtù di un ritrovato periodo di calma per la Repubblica, prese vita un dipinto denso di meraviglia, capace di rinnovare lo stupore dell’osservatore, sino ai nostri giorni, la Primavera di Botticelli. Tale opera, evidente espressione dei nascenti ideali umanistici, avvolge nella sua raffigurazione elementi naturalistici e mitologici. L’autore, come auspicato dai committenti, diede efficace rappresentazione della rifiorita stabilità del popolo fiorentino.

Il difficile ritorno a Firenze

Il Principe elettore si rivelò essere un valido e affiatato consorte. Attraverso il sinergico supporto della moglie, manifestò considerevoli capacità amministrative, ebbe modo di accrescere in dominio e bellezza architettonica la sua città natale Düsseldorf. Nel corso di una fastosa e impegnata vita di corte conobbe e promosse l’operato di numerosi artisti ed artigiani, fra i quali si ricordano il pittore tedesco Johannes Spilberg, gli italiani Antonio Bellucci, Giovanni Antonio Pellegrini e Domenico Zanetti. Si consolidò celebre nel tempo la sua pinacoteca, ricca di opere, le più numerose di Rubens; questa raccolta rappresentò il fulcro di una delle più antiche e gloriose gallerie del mondo, l’Alte Pinakothek di Monaco. A distanza di soli pochi mesi dalla scomparsa del marito, Anna Maria Luisa fece ritorno nella sua Firenze, ad attenderla vi era il padre Cosimo III, divenuto ormai un vecchio sovrano stanco ed angosciato per le sorti future del Granducato. La preoccupazione del regnante era più che comprensibile: l’assenza di nipoti diretti decretava la fine della dinastia al governo. Nell’ottobre del 1723 Cosimo III mise in scena un ultimo, forse disperato, atto a tutela delle sorti della sua famiglia. Egli emanò un proclama, con quale imprimeva nero su bianco la volontà di mantenere la Toscana indipendente; a tal fine stabiliva che alla scomparsa del suo ultimo discendente maschio, Gian Gastone, il trono sarebbe spettato ad Anna Maria Luisa; costei avrebbe in séguito adottato il suo successore. Cosimo III si spense dopo sei giorni, insieme alle sue disilluse speranze. Difatti, malgrado una felice alleanza coltivata in gioventù, i fratelli Anna Maria Luisa e Gian Gastone non erano riusciti né riuscirono a conciliare i loro intenti ed umori, complice un pessimo rapporto di Anna Maria Luisa con la cognata, la Principessa Violante Beatrice di Baviera, moglie del defunto fratello maggiore Ferdinando, nella quale Gian Gastone aveva trovato una fedele consigliera. Dati gli evidenti dissidi, la Principessa Palatina decise di modificare il suo luogo di dimora. Lasciò quindi l’appartamento in Palazzo Pitti per trasferirsi fuori città presso Villa La Quiete, cui diede nuove vesti attraverso una sapiente ristrutturazione condotta dagli architetti Giovanni Battista Foggini e Paolo Giovanozzi. I giardini della residenza vennero curati da Sebastiano Rapi, del cui indiscusso genio presenta memoria il giardino di Boboli.

La fine della Dinastia

Sebbene i rapporti fra i fratelli, unici superstiti della dinastia fiorentina, avessero subìto un progressivo deterioramento, negli ultimi tempi di vita dell’ultimo Granduca di Toscana il legame fra i due ebbe un improvviso e rigenerato cambio di rotta. Difatti, Gian Gastone si congedò dalla vita terrena il 9 luglio 1737 abbracciato dal conforto della sorella maggiore in un clima di  pace recuperata. Il titolo granducale passò poi nelle mani di una nuova dinastia, quella dei Lorena. Le ricchezze ereditate da Anna Maria Luisa riguardarono possedimenti allodiali, gallerie d’arte, danaro liquido (stimato in una cifra superiore a due milioni di fiorini) oltre che le proprietà nel Ducato d’Urbino, le cui origini andavo ricondotte alla famiglia della nonna paterna. Dinanzi ad una così immensa fonte di risorse artistiche, l’Elettrice Palatina diede prova di illustre senso di responsabilità elaborando un abile, quanto ingegnoso accordo per vincolare le sue ricchezze all’amato popolo toscano.

Il ‘Patto di Famiglia’

L’intento da cui nacque il celebre Patto di Famiglia fu quello di evitare la dispersione di quanto ottenuto dalla sua famiglia nel corso dell’intera reggenza. Di fatto, sino a quel momento era buona norma che il casato subentrante acquisisse in concomitanza con la guida della città anche le collezioni d’arte dei precedenti regnanti. Tale sorte era in effetti già spettata alle città  di Ferrara e Urbino, le quali, all’indomani dell’ estinzione delle rispettive dinastie, erano state depredate di numerosi tesori artistici. Eppure, la scaltra proposta presentata ai Lorena da Anna Maria Luisa evitò questo triste ed indecoroso destino alla città di Firenze e alla Toscana tutta. La convenzione stipulata, entro un brevissimo periodo postumo alla scomparsa di Gian Gastone, il  31 ottobre 1737, recitava: “La Serenissima Elettrice cede, dà e trasferisce al presente a Sua Altezza Reale per lui e i suoi successori Gran Duchi, tutti i mobili, effetti e rarità della successione del Serenissimo Gran Duca suo Fratello, come gallerie, quadri, statue, biblioteche, gioie ed altre cose preziose, siccome le sante reliquie e reliquiari, e lor ornamenti della Cappella del Palazzo Reale, che sua Altezza Reale si impegna di conservare, a condizione espressa che di quello è per ornamento dello Stato e per utilità del pubblico, e per attirare la curiosità dei forestieri, non ne sarà nulla trasportato o levato fuori della Capitale e dello Stato del Gran Ducato”. Nella sostanza, il trasferimento della proprietà di suddette ricchezze veniva subordinato ad una condizione: quella secondo cui nulla venisse sottratto o spostato dal territorio del Granducato. Poche parole, scelte con egregia maestria seppero vincolare per sempre l’eredità medicea a Firenze, consolidatasi nel tempo quale indispensabile ed inesauribile fonte di riferimento per la cultura internazionale.

related posts