IL GIOCO D’AZZARDO: PROFILI STORICO-GIURIDICI E SOCIOLOGICI di Roberto De Frede

by Lilibeth

Sic, ne perdiderit, non cessat perdere lusor,
et revocat cupidas alea saepe manus.
(Ovidio, Ars amatoria, I, 1, 451) *

1. Del gioco in generale e del gioco d’azzardo

Il gioco è un argomento affascinante che occupa una parte importante della nostra esistenza, essendo un aspetto fondamentale della vita dell’uomo e di tutte le sue età.

Anche se non tutti lo hanno praticato allo stesso modo, non esiste persona che non abbia passato così una parte del suo tempo. Si gioca sempre ed a tutte le età, ma naturalmente i giochi e gli interessi variano.

Il neonato e l’uomo adulto non hanno gli stessi gusti e non si rilassano allo stesso modo: per il bimbo in fasce il sonaglio o l’animaletto colorato sono un’introduzione alla vita, ai suoni semplici e familiari, alla distrazione ed al godimento puro di un oggetto amato, mentre, passata una certa età, si comincia a cercare passatempi più complicati, che richiedono una certa abilità e spesso prevedono una competizione.

«Il gioco – così Johan Huizinga nel suo Homo ludens – è un’azione libera: conscia di non essere presa “sul serio” e situata al di fuori della vita consueta, che nondimeno può impossessarsi totalmente del giocatore; azione a cui in sé non è congiunto un interesse materiale, da cui non proviene vantaggio, che si compie entro un tempo e uno spazio definiti di proposito, che si svolge con ordine secondo date regole, e suscita rapporti sociali che facilmente si circondano di mistero o accentuano mediante travestimento la loro diversità dal mondo solito»[1].

È però evidente che questa definizione di gioco esclude l’azzardo, in quanto attività alla quale potenzialmente si lega un vantaggio e un interesse materiale. A tale riflessione richiama lo studioso Roger Caillois, che reputa tale restrizione dello storico olandese ingiustificata, in quanto motivata più da fattori culturali e morali che da un’obiettiva distinzione di significati e scopi.

I giochi d’azzardo si rivelano anzi essere una delle più tipiche manifestazioni comportamentali umane, tanto che rappresenterebbero il rischio, l’alea, un’abdicazione della volontà e un abbandono al destino, quindi giochi umani per antonomasia: infatti gli animali essendo «esclusivamente immersi nel loro immediato e troppo schiavi dei loro impulsi, non sono in grado di immaginare una potenza astratta e insensibile al cui verdetto sottomettersi anticipatamente per gioco e senza reagire»[2].

Il gioco d’azzardo consiste nello scommettere beni materiali, solitamente denaro ma non solo, su di un esito che dipende dal caso; tanto è che il termine “azzardo” deriva dall’arabo az-zahr, che significa dado, storicamente il gioco d’azzardo per eccellenza.

2. Il gioco d’azzardo in epoca romana

Già nell’evoluzione del diritto romano è presente quella tensione tra giochi proibiti e giochi consentiti. Infatti, se da un canto l’ordinamento giuridico tendeva a proteggere il gioco sportivo[3], o comunque i giochi svolti in determinati àmbiti ed occasioni, altre volte lo stesso proibiva e sanzionava taluni giochi aleatori. Si noti che nell’epoca classica tali proibizioni e sanzioni erano principalmente l’espressione di una generale riprovazione nei confronti di attività che erano considerate, quando poste in essere da soggetti appartenenti all’aristocrazia, una perdita di tempo e di denaro ed una violazione dei propri doveri nei confronti della collettività. La limitazione di tali attività aveva il fine di mantenere la coesione sociale e di conservare i patrimoni delle classi abbienti, in particolare di coloro che appartenevano alla classe dei senatori. Solo con Giustiniano, infatti, la disciplina sul gioco d’azzardo avrà il fine di tutelare gli interessi economici di tutti i giocatori, ed altresì della pubblica moralità in genere, senza distinzione di classi di appartenenza, sebbene anche in quel periodo le élite locali, proprietarie di possedimenti, godessero di una particolare attenzione[4].

Risalendo nel tempo, si può quindi ricordare che diversi autori riportano la notizia dell’esistenza di una lex alearia, forse del 204 a.C.[5], assai severa nel punire i giocatori, mentre Cicerone per gettare discredito su Marco Antonio, ricorda come un suo sodale, tal Licinio Denticola, accanito giocatore, fosse stato de alea condemnatus[6]. La condanna che prevedeva l’esilio fu però revocata per volontà dello stesso Marco Antonio, che addusse, tra gli altri argomenti, l’avvenuta corruzione dei giudici.

Il diritto romano distingueva tra giochi che richiedevano abilità fisiche o venivano reputati innocui passatempi, i quali erano considerati giochi leciti, e i giochi d’azzardo, considerati invece giochi illeciti[7].

Già nel periodo pregiustinianeo i giochi d’azzardo erano probabilmente sanzionati con la nullità delle obbligazioni assunte in occasione delle competizioni[8], e non veniva accordata alcuna tutela ai gestori delle bische che avessero subìto furti, percosse o danneggiamenti nelle loro abitazioni[9]. Successivamente, un senatoconsulto[10], poi richiamato in Dig. 11.5.2.1, vietò in generale il ludere in pecuniam, con la sola eccezione dei giochi praticati virtutis causa, ovvero il lancio dell’asta o del pilum, la corsa, la lotta, il salto ed il pugilato, il cui vincitore aveva il diritto di agire per ottenere la posta del gioco[11]. Tale ristretto elenco di giochi, definito quintertium, sarebbe secondo alcuni autori meramente esemplificativo, potendosi invece ritenere che l’eccezione al divieto concernesse tutti i giochi atletici agonistici. L’azione a tutela delle scommesse su tali giochi (e forse anche su altri fatti e circostanze) era concessa sulla base delle leggi Titia et Publicia et Cornelia, quando tali scommesse fossero state rivestite della forma della sponsio, in forza delle previsioni di cui a Dig. 11.5.3[12]; mentre, se la scommessa era stata conclusa a mezzo di nudum pactum, il vincitore godeva solo di un’eccezione da opporre alla richiesta di restituzione di quanto pagato da parte del perdente, eccezione che parrebbe essere stata concessa in via generale già in diritto classico anche per altri tipi di giochi[13].

Infine, erano forse altresì consentiti giochi e scommesse durante i banchetti, ma in tali casi colui che aveva la potestà poteva agire nei confronti del vincitore per ripetere i pagamenti eseguiti dal figlio o dallo schiavo.

Successivamente, Giustiniano provvide a disciplinare la materia nel suo Codice, il quale conteneva due costituzioni per giochi e scommesse. La prima prevedeva la sanzione penale per il gioco degli equi lignei[14], la seconda non solo prevedeva che il vincitore non avesse alcuna azione per il pagamento della posta da parte del giocatore perdente, ma addirittura consentiva a questo ultimo l’azione di ripetizione delle somme pagate, con una azione trasmissibile che si prescriveva in cinquanta anni. Tuttavia, si prevedeva la tutela legale per cinque giochi, la cui identità è un tema dibattuto in dottrina, purché la posta in gioco non fosse superiore ad un solidum, ch’era una moneta aurea[15].

3. Il gioco d’azzardo come gioco proibito o tollerato dall’Autorità

Tradizionalmente il gioco d’azzardo è stato spesso sanzionato con una serie di divieti, sulla base di diverse motivazioni. In primo luogo, il gioco e le scommesse sono spesso stati proibiti sulla base di considerazioni morali e religiose, e della loro pericolosità sociale.

Le dottrine religiose, in particolare quelle monoteiste, hanno infatti generalmente ritenuto il gioco d’azzardo immorale e contrario alla fede, associandolo frequentemente alla avidità, al diavolo, alle imprecazioni ed alla blasfemia, in quanto contrario alla divina creazione, alla verità offerta dalla religione o all’etica propugnata dal credo religioso. Inoltre, lo stesso è stato spesso ricollegato alle pratiche divinatorie, anche queste vietate. Tuttavia, non è raro rinvenire eccezioni a tali generalizzati divieti. Gli stessi precetti di origine religiosa che tradizionalmente proibivano le attività di gioco o di scommessa spesso prevedevano infatti delle eccezioni a tali divieti, generalmente in occasione di particolari festività o ricorrenze[16].

Allo stesso modo, negli Stati Uniti d’America, l’esercizio di attività di giochi d’azzardo nelle riserve dei nativi americani è sempre stato sottoposto a criteri di moralità e di politica pubblica diversi rispetto a quelli, assai più severi, utilizzati con riguardo a tutti gli altri soggetti ubicati nel territorio statunitense, in forza non solo della sovranità esclusiva di cui i governi tribali godono nei loro territori, ma anche della specialità del contesto socioeconomico degli stessi.

In altri contesti, le proibizioni del gioco d’azzardo si sono fondate sull’idea, priva di connotazioni religiose o morali ma non meno severa, che i giochi e le scommesse siano attività non produttive, che conducono alla pigrizia ed alla perdita di tempo. È stato ad esempio osservato che nell’Inghilterra del XVI e XVII secolo le limitazioni del gioco d’azzardo venivano giustificate sulla base di motivazioni economiche, diverse a seconda del ceto: ovvero rispettivamente la necessità di tutelare il patrimonio personale e famigliare, nel caso di giocatori abbienti, e la necessità di tutelare i giocatori e le loro famiglie dalla degradazione sociale, nel caso di giocatori non abbienti. Tale prospettiva ha talora condotto a confinare legislativamente il gioco d’azzardo entro limiti assai ristretti, come ad esempio relegandolo a determinati confini fisici, vietandolo, gestendolo attraverso monopoli statali, proibendone la pubblicità e così via.

Di fronte alla obiettiva impossibilità di vietare tutti i giochi d’azzardo, il problema che si pone da sempre ai legislatori è quindi quello di contemperare la spesso inevitabile e ampia domanda di attività di giochi e scommesse con l’esigenza di limitare le possibili conseguenze dannose delle stesse.

Una delle più comuni soluzioni di compromesso adottate dai legislatori occidentali è stata quella di consentire certe limitate forme di gioco, assicurandosi tuttavia che i proventi da queste derivati siano utilizzati a “fini di bene pubblico”.

In realtà, è utile sottolineare fin da ora che non sempre tale “fine di bene pubblico”, utilizzato per giustificare l’esercizio di una attività diretta o indiretta di giochi e scommesse da parte dei governi nazionali o di altri soggetti da questi in qualche modo autorizzati, viene sempre inteso nella sua accezione più ristretta, essendo al contrario frequenti i casi in cui il denaro raccolto con l’esercizio dei giochi e delle scommesse sia stato utilizzato dal governo come una normale entrata fiscale, per ripianare propri debiti o per erogare servizi primari.

4. Re Alfonso di Castiglia e nascita dei casinò. Le lotterie di Stato

La storia ci tramanda al riguardo la paradigmatica vicenda che vide protagonista Alfonso X il Saggio, re di Castiglia, León e Galizia il quale, dopo avere ufficialmente condannato nel 1265 il gioco d’azzardo nel codice dal nome Libro de las leges, chiamato altresì Siete Partidas, basato sul diritto romano, canonico e consuetudinario, ed avere proibito lo stesso nel 1268, concesse però nel 1272 un privilegio (ovviamente retribuito) alla città di Murcia, per l’esercizio di un casinò. Poco dopo, lo stesso regnante emanò nel 1276 il noto Libro de las Tahurerías[17]il quale, tra le varie disposizioni, prevedeva il divieto di giocare in casinò non autorizzati.

Insomma, Alfonso X aveva prontamente capito che il gioco non solo era fonte di disturbo sociale, ma anche di proventi, e pertanto dalle sue iniziali posizioni di condanna e divieto era ben presto passato alla sua regolamentazione ed autorizzazione, a beneficio delle tasse e quindi delle tasche del regno (e sue). Anzi, a dire il vero l’interesse per il gioco lo coinvolse talmente che nel 1283 pubblicò infine il Libro de los juegos, anche conosciuto come Libros de ajedrex, dados e tablas[18] nel quale i giochi sono esaltati per la loro capacità di lasciare primeggiare in molti casi l’intelletto sopra la fortuna[19].

L’esempio di Alfonso X venne seguìto da altri governanti, in diversi Paesi.

Si può ad esempio ricordare che prima e dopo la Guerra di indipendenza negli Stati Uniti si svolsero numerose lotterie, organizzate talora con l’esplicita approvazione di noti personaggi quali Benjamin Franklin, George Washington e Thomas Jefferson, che avevano il fine di finanziare la costruzione di ponti, scuole, chiese, porti, e simili altri beni di pubblico interesse.

Successivamente gli Stati Uniti sperimentarono un periodo di generalizzato proibizionismo, ma a partire dalla metà del secolo scorso si assistette ad un progressivo aumento del numero delle lotterie aventi un fine di interesse pubblico, lotterie che sono oggi promosse in quasi tutti gli Stati.

Non si deve tuttavia dimenticare che, anche nei periodi in cui negli Stati Uniti prevaleva un atteggiamento proibizionista, la legislazione della maggioranza degli Stati ha sempre tradizionalmente ritenuto che l’attività di riffe, mercatini, bingo e simili esercitata da chiese o altre organizzazioni non aventi scopo di lucro sia esonerata dai divieti generali di esercitare lotterie ed altri giochi d’azzardo da parte di soggetti non pubblici.

Simili esempi non mancano neppure in Europa.

La costruzione del British Museum venne finanziata con una lotteria organizzata nel 1753, ed oggi la UK National Lottery, creata nel 1993 e gestita da una società privata, paga il 12% di tasse sui proventi allo Stato ed è inoltre tenuta a devolvere il 28% degli stessi ad un fondo, il quale serve a finanziare una serie di soggetti impegnati nelle arti, nella conservazione dei beni storici, nell’educazione e nella tutela della salute.

Analoghe impostazioni sono state utilizzate con la Nationale Postcode Loterij olandese e la Loterie Nationale francese, le quali sono tenute, oltre alle tasse, a versare una percentuale dei loro proventi allo Stato, perché questi vengano devoluti per fini sociali o culturali.

Tale esempio non è stato imitato in Italia, poiché sui proventi delle attività di gioco e scommessa svolte sul territorio lo Stato italiano ha diritto al solo pagamento delle tasse previste, e non vi è alcun obbligo di devolvere anche solo parte dei proventi realizzati a soggetti o fini predeterminati.

Senza dubbio, istituire una lotteria o altra attività di gioco e scommessa quando una parte dei suoi proventi siano destinati al bene pubblico rende tali attività maggiormente accettabili e giustificabili rispetto a quando gli stessi proventi siano destinati ai soli fini egoistici degli organizzatori e concessionari.

5. Il gioco d’azzardo come fonte di investimento patrimoniale

In ultimo, non si deve dimenticare che non sono rare le occasioni in cui i giochi d’azzardo paiono confondersi con determinate tipologie di investimento. Tanto è vero che, anche sotto il profilo semantico, in entrambi i casi si parla di “gioco”, d’azzardo o di borsa[20], in una pluralità di lingue: gamble, jouer, giocare, jugar, per restare agli esempi inglese, francese, italiano e spagnolo. Pur se esistono anche lingue in cui per il gioco in borsa si utilizza un termine distinto da quello usato per il gioco d’azzardo, come ad esempio nel tedesco, dove si usano rispettivamente spekulieren e wetten.

I labili confini tra investimenti e uomini d’affari da un lato e gioco d’azzardo e giocatori dall’altro erano già stati posti in evidenza, tra gli altri, da Alexis de Tocqueville, nel suo De la Démocratie en Amérique. In tale opera egli, infatti, osservava che «Aux États-Unis, les fortunes se détruisent et se relèvent sans peine. […] L’industrie est pour lui comme une vaste loterie où un petit nombre d’hommes perdent chaque jour, mais où l’État gagne sans cesse; un semblable peuple doit donc voir avec faveur et honorer l’audace en matière d’industrie. Or, toute entreprise audacieuse compromet la fortune de celui qui s’y livre et la fortune de tous ceux qui se fient à lui. Les Américains, qui font de la témérité commerciale une sorte de vertu, ne sauraient, en aucun cas, flétrir les téméraires.»[21]. «Ceux qui vivent au milieu de l’instabilité démocratique ont sans cesse sous les yeux l’image du hasard et ils finissent par aimer toutes les entreprises où le hasard joue un rôle. Ils sont donc tous portés vers le commerce, non seulement à cause du gain qu’il leur promet, mais par l’amour des émotions qu’il leur donne.»[22].

Tale confusione tra investimenti e scommesse pare essersi acuita negli ultimi anni, grazie alla diffusione di piattaforme e applicazioni che rendono ludiche le attività di investimento, con conseguenze anche gravi per gli investitori che le utilizzano. Queste contraddizioni e antinomie conducono inevitabilmente la maggior parte dei sistemi giuridici occidentali ad un atteggiamento ambivalente nei confronti dei contratti di gioco e scommessa, in preda a una perenne indecisione tra la volontà di scoraggiare le attività di gioco e scommessa, o perlomeno certe attività di gioco e scommessa, e quella di consentire le stesse, o alcune di queste, a condizione che si conformino a schemi prestabiliti che ne consentano il controllo, anche nell’ottica che da esse possa trarsi un profitto.

6. Considerazioni finali

In conclusione, Ovidio aveva proprio ragione: così il giocatore, pur di non perdere, continua a perdere, e il dado spesso chiama a sé le avide mani; ma allora perché il giocatore d’azzardo pur sapendo… gioca? Perché – come il famoso gioco del lotto a Napoli attesta – quello del gioco d’azzardo è un arcipelago antropologico in tensione, nel quale sono coinvolti i sentimenti, i calcoli, le audacie, le frustrazioni e le invenzioni di milioni di persone in tutto il mondo.

Per dirla con Alfred Hirschman, quello in cui fioriscono il gioco d’azzardo ed il suo sfruttamento da parte di privati o di pubblici poteri pare essere un sistema rilassato[23], come suggeriscono, tanto nella sfera privata come in quella pubblica, sprechi, casualità, lentezze, accidiosi conservatorismi e, allo stesso tempo, avventurose e spregiudicate iniziative, anche solo immaginate o appena appena avviate e spentesi sul nascere o, peggio ancora, catastroficamente conclusesi.

Probabilmente, le ragioni del successo di codesto gioco vanno ricercate in simili caratteristiche – non sempre pure, se non addirittura impure – dell’animo e delle società degli uomini.


* La traduzione di questi versi ovidiani può leggersi sub n. 6 del testo del presente articolo.

[1] Cfr. J. Huizinga, Homo ludens, Einaudi NUE2, Torino 1979, p. 17.

[2] Così, R. Caillois, I giochi e gli uomini. La maschera e la vertigine, Bompiani, Milano 1981, p. 48.

[3] V., in tal senso, U. Gualazzini, voce Giuochi e scommesse (storia), in Enc. dir., XIX, Giuffré, Milano 1970, pp. 32-33.

[4] Per approfondimenti sul tema v. A. Bottiglieri, Il gioco d’azzardo in diritto romano, in F. Lucrezi, (a cura di), Minima de poenis, Satura, Napoli 2015, I, p. 58; G. Greco, Gioco d’azzardo e deterrenza: brevi note sui susceptores, in O. De Rosa (a cura di), Faites vos jeux, Laterza, Bari-Roma 2019, p. 381.

[5] U. Gualazzini, Premesse storiche al diritto sportivo, Milano, 1965, p. 48 e nota 2. Ovviamente si era cercato di creare sagge leggi per proteggere contro i pericoli del gioco di azzardo tutti i cittadini che non erano più sotto tutela, e questo già fin dall’epoca repubblicana quando si era promulgata proprio la lex alearia di cui ci parla Plauto. Troviamo la citazione in una delle sue commedie (Mil., II, 2, 164-165), nella quale uno dei personaggi ammonisce i suoi schiavi, affinché badino che a cena non si giochi: «Così, perché, non infrangano la legge sul gioco, badate che non movimentino il banchetto con gli astragali». Orazio (Carm., III, 24, vv. 54-62), ormai in epoca imperiale, cita leggi che cercano di arginare il gioco: «Il ragazzo di buon sangue non sa stare a cavallo, teme la caccia. Se l’inviti, vale di più nel gioco greco del cerchiello, o anche, come preferisci, ai dadi proibiti dalla legge. Perché un padre sleale e infido froda chi opera con lui, inganna l’ospite, accumula denaro per l’erede che non ha meritato.».

[6] Al riguardo, cfr. E. Nardi, Monobolo & C., in AA. VV., Scritti in onore di Angelo Falzea, vol. IV, Scritti vari, Giuffrè, Milano 1991, 299 ss.; M. T. Cicerone, Phil., II, 23, 56.

[7] Per approfondimenti sul tema, v. A. Cappuccio, Rien de mauvais: i contratti di gioco e scommessa nell’età dei codici, Giappichelli, Torino 2011, p. 29 ss.; R. Ferroglio, Ricerche sul gioco e la scommessa fino al secolo XIII, in Riv. stor. dir. it. 1998, p. 273; G. Impallomeni, In tema di gioco, in Sodalitas. Scritti in onore di Antonio Guarino, vol. V, Jovene, Napoli 1984, 2331; C. Manenti, Del giuoco e della scommessa dal punto di vista del diritto privato, romano e moderno, Appendice a C. F. Glück, Commentario delle Pandette, Appendice alla traduzione ed annotazione del titolo V, De aleatoribus, del libro XI, Vallardi, Milano 1898-189, p. 585.

[8] Cfr. G. Impallomeni, op. cit., lc. cit.; M. G. Zoz, Fondamenti romanistici del diritto europeo. Aspetti e prospettive di ricerca, Giappichelli, Torino 2007, p. 64.

[9] Cfr. A. Metro, La “denegatio actionis”, Giuffrè, Milano 1972, p. 112 ss.

[10] Con nome e data sconosciuti: v. E. Nardi, Monobolo & C., cit., p. 305.

[11] Ulpiano riporta l’editto contro i tenutari di gioco in D.11.5.1-4 (Ulp. lib. 23 ad ed.): «Ulpiano nel libro ventitreesimo all’editto. Afferma il pretore: «Se taluno avrà percosso colui, presso il quale si dica essersi giocato d’azzardo, o gli avrà provocato un danno, oppure se con dolo di quest’ultimo in quell’occasione [gli] sarà stato sottratto qualcosa». «Non darò l’azione. Punirò, a seconda delle circostanze del fatto, chi avrà commesso violenza per giocare d’azzardo. Se i giocatori avranno commesso rapine tra di loro, non sarà denegata l’azione per la rapina: infatti, [il pretore] ha proibito di rivendicare soltanto a chi riceve le poste, non anche ai giocatori, sebbene anche costoro si considerino indegni.». «Del pari è da notare che chi riceve le poste, se sia stato percosso o abbia subito un danno, ovunque e in qualsiasi momento [ciò sia avvenuto], non può rivendicare; ma il furto, compiuto in casa ed in quel momento in cui si giocava d’azzardo, sebbene non sia stato un giocatore chi l’abbia commesso, resta impunito. È certo, poi, che per casa dobbiamo intendere sia la residenza che l’abitazione». «Quanto poi al fatto che il pretore nega che darà l’azione di furto, vediamo se riguardi la sola azione penale o anche il caso in cui si voglia agire per l’esibizione o rivendicare o chiedere la restituzione per intimazione. Ed in Pomponio è stato riferito che è stata denegata soltanto l’azione penale, il che non reputo vero: infatti, il pretore afferma semplicemente: “Se [gli] sarà sottratto qualcosa. Non darò l’azione”». «“Punirò – dice [il pretore] – a seconda delle circostanze del fatto, chi avrà commesso violenza per giocare d’azzardo”. Questa clausola riguarda la punizione di chi ha costretto a giocare, perché sia multato o sia condotto nelle latomie o nel carcere pubblico.». Cfr. C. Manenti, op. cit., p. 597; A. Cappuccio, op. cit., p. 33 s.; T. Sanfelici, voce Giuoco e scommessa, in Enc. giur. it., vol. VII, parte I, Società Editrice Libraria, Milano 1903, 616; di contraria opinione R. Ferroglio, op. cit., p. 281; M. G. Zoz, op. cit., lc. cit.

[12] D.11.5.3 (Marc. lib. 5 reg.): «Marciano nel libro quinto delle regole. In questi casi in base alla legge Tizia e Publicia e Cornelia è anche lecito fare una promessa formale; ma negli altri, ove non si compete per il valore [sportivo], non è lecito».

[13] Cfr. R. Ferroglio, op. cit., cit., 283 ss.; U. Gualazzini, Premesse storiche, cit., p. 49 ss.

[14] Equi lignei, o “Cinque Linee”, è il nome latino di un antico gioco da tavolo greco. In questo gioco, probabilmente, due giocatori muovevano ciascuno cinque pedine su una tavola con cinque linee, con le mosse determinate dal lancio di un dado. Il vincitore verosimilmente sarebbe stato il primo a posizionare le sue pedine sulla “linea sacra” centrale.

[15] Cfr. Codex Justiniani, Liber tertius, Tit. 43, De aleae lusu et aleatoribus.

[16] Sui rapporti tra religione e gioco, v. P. Binde, Gambling Across Cultures: Mapping Worldwide Occurrence and Learning from Ethnographic Comparison, in International Gambling Studies, Vol. 5, N. 1, 1–27, June 2005, pp. 152-157, e bibliografia ivi contenuta.

[17] Cfr. R. A. Macdonald, (a cura di), Libro de las Tahurerías. A Special Code of Law, Concerning Gambling, Drawn Up by Maestro Roldán at the Command of Alfonso X of Castile, Hispanic Seminary of Medieval Studies, Legal Series 19, Madison Wisc. 1995.

[18] Cfr. M. Crombach, L. Vázquez de Parga, (a cura di), Alfonso X el Sabio, Ricardo Calvo, Libros del ajedrez, dados y tablas, edizione facsimile, Ediciones Poniente, Madrid-Valencia 1987, passim. Sul tema, cfr. pure A. Steiger, Libros de acedrex, dados e tablas. Das Schachzabelbuch König Alfons des Weisen mit 51 Miniaturen auf Tafeln nach der Handschrift J.T.6 fol. des Escorial mit Glossar und Grammatischen abriss, Droz, Genéve-Zürich 1941, passim.

[19] Per un approfondimento sulla figura di Alfonso X il Saggio e la sua opera giuridica in materia di giochi, v. D. E. Carpenter, ‘Alea Jacta Est’: At the Gaming Table with Alfonso the Learned, in Journal of Medieval History, 24, (1998), 4, pp. 333-345. Sui giochi in Spagna nel Medioevo, v. anche E. Wohlhaupter, Zur Rechtsgeschichte des Spiels in Spanien,in Spanische Forschungen der Görresgesellschaft,Erste Reihe, Gesammelte Aufsätze zur Kulturgeschichte Spaniens, 3, Münster 1931, 55; D. E. Carpenter, Fickle Fortune: Gambling in Medieval Spain, in Studies in Philology, LXXXV, (1988),267 ss.

[20] Sul tema, v. T. J. J. Lears, Beyond Pathology. The Cultural Meanings of Gambling, Rutger University, Department of History, s.d.; S. Fraser, Every Man a Speculator: A History of Wall Street in American Life, Harper Perennial, New York – London – Toronto – Sydney 2005, passim.

[21] Così, A. de Tocqueville, De la Démocratie en Amérique II (1840), a cura di J.-M. TREMBLAY, 2002, parti 3 e 4, 81, edizione elettronica reperibile all’indirizzo http://classiques.uqac. ca/classiques/De_tocqueville_alexis/democratie_2/democratie_tome2.html.

[22] Cfr. A. de Tocqueville, op. cit., parti 1 e 2, 170.

[23] Si vedano A. O. Hirschman, The Strategy of Economic Development, Yale University Press, New Haven, Conn., 1958 (trad. it.: La strategia dello sviluppo economico, La Nuova Italia, Firenze 1968), passim; Id., The Passions and the Interests: Political Arguments For Capitalism Before Its Triumph, Princeton University Press, Princeton, NJ, 1977 (trad. it.: Le passioni e gli interessi. Argomenti politici in favore del capitalismo prima del suo trionfo, Feltrinelli, Milano 2011), passim.

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