I GIOCHI E IL “GRANDE GIOCO”, SECONDO PASCALdi Pierluigi Cipolla

by Lilibeth

1. «La vita umana … perpetua illusione»

Inutile negarlo: nessuno prima di Pascal, meglio di Pascal nel secolo barocco, l’epoca della “Pompa” e della “Paura”[1].  ha descritto il fondo dell’essere umano nel modo più vero, senza finzioni, senza abbellimenti.

Lo studio analitico del “mostro incomprensibile”[2] nella società, nel mondo e nella storia, è implacabile; a tratti rievoca i medici delle spietate lezioni di anatomia di Rembrandt.

Così il grande scienziato/filosofo/moralista di Clermont descrive i moti dell’animo umano nello stato postlapsario, ossia dopo il peccato originale:

«Ecco in quale stato si trovano oggi gli uomini. Conservano un istinto impotente della felicità della loro prima natura e sono immersi nelle miserie della loro cecità e della loro concupiscenza, diventata la loro seconda natura[3].

E così descrive l’inevitabile consecutio Io-amor proprio-disordine sociale-guerra-crimini:

«La natura dell’amore di sé e di questo io umano è di amare soltanto sé stesso e di considerare soltanto sé stesso … egli concepisce un odio mortale contro la verità che lo riprende e lo convince dei suoi difetti. Vorrebbe annientarla e non potendo distruggerla in lei stessa, la distrugge, per quanto gli è possibile, nella propria conoscenza e in quella degli altri: mette, cioè, ogni cura nel celare i propri difetti a sé stesso e agli altri … Ci sono diversi gradi di questa avversione per la verità ma essa si ritrova, in qualche grado, in tutti, perché è inseparabile dall’amore di sé. … All’amor proprio la medicina riesce pur sempre amara: esso ne prende meno che può, e sempre con ripugnanza e spesso con ripugnanza e spesso anche con un senso di segreto dispetto contro chi gliela porge. … Non mi stupisco: il dire la verità torna utile a colui al quale viene detta, ma dannoso a chi la dice, perché si fa prendere in odio … Così la vita umana non è se non perpetua illusione: non si fa che adularsi e ingannarsi a vicenda. … L’unione tra gli uomini è fondata soltanto su questo inganno reciproco e poche amicizie sussisterebbero se ciascuno sapesse ciò che il suo amico dice di lui quando non è presente, sebbene allora ne parli con sincerità e senza passione. L’uomo non è dunque se non dissimulazione, menzogna e ipocrisia e in sé e verso gli altri. Non vuole che gli si dica la verità, evita di dirla agli altri. Tutte queste inclinazioni, così remote dalla giustizia e dalla ragione, hanno una radice naturale nel suo cuore.»[4].

A fronte di toni così estremi, a prima vista sembra assurdo sostenere che lo scetticismo pascaliano sia una falsa leggenda[5]; tuttavia lo stato frammentario dei Pensieri, così come vennero rinvenuti e raccolti dai prossimi congiunti dopo la morte prematura del suo autore e le arbitrarie postume risistemazioni di quel materiale cartaceo non hanno aiutato a comprendere se e dove il genio matematico di Clermont, nel tratteggiare l’essere umano a tinte fosche, esprimesse il suo reale pensiero.

È certo che Pascal alcuni anni prima di morire maturò il progetto di redigere un’apologia del cristianesimo per confutare in modo nuovo i detrattori[6], in un’epoca di irreligiosità e ateismo crescenti (in uno scritto del 1623 padre Mersenne quantificava in 50.000 gli atei residenti a Parigi[7]; la vena scettica e/o antireligiosa trova riscontro a livello letterario espressa via via dall’anonimo autore del Theophrastus redivivus e dai francesi Rabelais, de Montaigne, Charron, Théofile De Viau, Naudé, De Méré, de La Mothe Le Vayer, Patin, Le Peyrère[8]); egli concepì l’idea di prendere le mosse dal modo di pensare e agire dell’uomo senza Dio, al fine di dimostrare la vanità, la miseria, l’assurdità della vita, della società, del mondo-senza-Dio e quindi il bisogno assoluto, esistenziale, di Dio[9]. Alcuni dei frammenti più terribili rappresenterebbero proprio il modo di pensare dell’uomo senza Dio.

Stando così le cose, se è vero che nei Pensieri la voce del genio matematico si sdoppia e le contraddizioni, spinte fino al paradosso e all’eresia[10], in parte, si appianano, resta comunque arduo distinguere tra il pensiero dell’uomo-senza-Dio, così come interpretato da Pascal, e il pensiero profondo dell’apologeta. La descrizione della «canna pensante»[11] è così feroce ed esatta da lasciare stupefatti e ciò deriva dal fatto che «il santo di Port-Royal» fece uso dello spirito di osservazione proprio dello scienziato (vero) per guardare in modo implacabile attorno a sé e dentro di sé. È verosimile che, quando giunse alla conclusione che il peccato originale abbia stravolto così profondamente la struttura razionale dell’uomo da lasciarne flebili tracce[12] e che la volontà umana sia come una navicella in balia di forze opposte[13], il genio di Clermont esprimesse il proprio genuino convincimento, scaturito dalla frequentazione dei suoi simili. Come dargli torto?

2. Il divertissement, anima del mondo

Un dato è certo: secondo Pascal, in questo contesto confuso o oscuro, l’essere umano non trova di meglio se non che dimenticare la propria condizione, discostarsi/evadere (de-vertere) da sé e dalla propria miseria, allontanarsi dal vero scopo della sua esistenza, sottrarsi alla Domanda fondamentale, così come formulata, nella sua più lucida esattezza, nel celebre frammento

«Quando considero la piccola durata della mia vita sommersa nell’ eternità che la precede e la segue … io mi spavento e stupisco di trovarmi qui piuttosto che là … Chi mi ci ha messo? Per ordine e per l’opera di chi questo luogo e questo tempo furon destinati a me? … Non so chi mi ha messo al mondo, né che cosa sia il mondo, né io stesso; sono in una ignoranza terribile di tutte le cose»[14]

e come ripetuta, quasi due secoli dopo, senza risposta, da Ugo Foscolo nelle vesti di Jacopo Ortis «…perché venni al mondo… cosa io stesso mi sia»[15] e da Giacomo Leopardi, nelle vesti del pastore errante dell’Asia: « – A che tante facelle? / Che fa l’aria infinita e quel profondo / infinito seren? che vuol dir questa / solitudine immensa? ed io che sono? – »[16].

Si tratta del celebre tema del divertissement (traducibile in italiano con il sostantivo “distrazione”, più che con “divertimento”), cui pertiene gran parte delle occupazioni mondane, in quanto antidoto alla noia, all’inquietudine, alla disperazione che scaturirebbero dalla consapevolezza della vanità del tutto e dal pensiero della morte[17].

Qui più che altrove chiunque, ateo, agnostico o credente, non può concordare con la lucida analisi di Pascal, filosofo esistenzialista ante litteram:

«Si addossa agli uomini, fin dall’infanzia, la cura del loro onore, dei loro beni, dei loro amici, e financo e dei beni e dell’onore degli amici. Si sovraccaricano di lavoro, dello studio delle lingue e delle occupazioni e si fa loro credere che non potranno essere felici se salute, onore, averi loro e dei loro amici non saranno in buono stato e che, se venisse a mancare una sola di tali cose, sarebbero infelici. E così, si affidano loro incarichi e incombenze che li fan pensare da mattina a sera … Bella maniera, direte, di renderli felici! Che cosa si potrebbe fare di più, per renderli infelici? Come? Che cosa si potrebbe fare? Basterebbe liberarli da tutte quelle cure: allora vedrebbero se stessi, penserebbero a quel che sono, si domanderebbero donde vengono, dove vanno. perciò non si può mai occuparli e distrarli abbastanza. Ed ecco perché dopo averli sovraccaricati di tante faccende, appena hanno un momento di respiro, si consiglia loro d’impiegarlo a divertirsi, a giocare, a divertirsi e assorbirsi sempre per intero in qualche occupazione.
Come è vuoto, il cuore dell’uomo, e pieno di lordure»
[18].

Per il «genio sconvolgente»[19] la dimostrazione della verità dell’assunto sta nella constatazione delle conseguenze dell’inazione, il contrario del divertissement:

«Nulla è così insopportabile all’uomo come essere in un pieno riposo, senza passioni, senza faccende, senza svaghi, senza occupazione. Egli sente allora la sua nullità, il suo abbandono, la sua insufficienza, la sua dipendenza, la sua impotenza, il suo vuoto. E subito sorgeranno dal fondo della sua anima il tedio, l’umor nero, la tristezza, il cruccio, il dispetto, la disperazione.»[20].

Secondo questa lettura radicale delle cose, rientrano nel divertissement/distrazione sia l’otium sia il negotium, siccome descritti in modo impietoso in un lungo frammento, vero teatro delle vanità, dove sullo stesso piano si muovono in modo scomposto re, militari, gentiluomini, scienziati, filosofi, magistrati, cancellieri e, last but not least, giocatori[21].

Ecco, finalmente, il tema del gioco.

2.1. Il gioco, divertissement per antonomasia

Se gli alti uffici, ma anche il servizio militare e il duro lavoro[22], afferma Pascal, costituiscono modi inventati dall’essere umano per sottrarsi al tedio e alla disperazione, nel gioco vero e proprio si intrecciano vari fattori: il passatempo, il guadagno, la tensione della gara, l’ansia delle cose future, il desiderio (di vincere) e il timore (di perdere), tutti convergenti verso un solo risultato, la «frode di sé stesso»:

«C’è chi passa la vita senza annoiarsi, giocando ogni giorno un po’ di denaro. Donategli ogni mattina la somma che può guadagnare ogni giorno, a patto che non giochi più: lo renderete infelice. Si obietterà che costui cerca non il guadagno ma il passatempo. Fatelo allora giocare per niente: non ci prenderà gusto e si annoierà. Dunque, non cerca solo il passatempo: uno svago fiacco e senza passione lo annoierà. Bisogna che ci pigli gusto e frodi sé stesso, immaginando che sarebbe felice di vincere quel che non vorrebbe gli fosse donato a patto di non giocare più. in modo che possa foggiarsi un motivo di passione su cui riversare i suoi desideri, i suoi timori, la sua collera, come i fanciulli che hanno timore di vedere la faccia che hanno impiastricciata.»[23].

Dunque, il gioco per Pascal è al contempo uno dei modi con cui l’essere umano dopo l’errore di Adamo «si distrae» dalla sua ontologica miseria, sia la metafora della stessa vita umana come divertissement/distrazione in attesa del suo ineluttabile approdo finale:

«Noi corriamo spensierati verso il precipizio dopo esserci messi dinanzi agli occhi qualcosa che impedisca di vederlo.»[24].

3. Il grande Gioco: “le Pari”, “la Scommessa”

Si è detto che il pessimismo pascaliano non era fine a sé stesso, come il pessimismo di Montaigne (prima)[25] e di Leopardi e Foscolo (dopo). Lo scopo era chiaro: mostrare la verità sull’essere umano, di qui provocare una reazione interiore, andare alla ricerca di altro. Nel piano dell’apologia della fede cristiana alla pars destruens doveva seguire una pars costruens, costruita facendo leva sul modo di pensare e di agire tipico dell’homo ludens e al contempo sul calcolo matematico di cui Pascal era grande esperto (tra l’altro, una delle poche opere pubblicate è un trattato sulla roulette).

Scrive il matematico/filosofo in uno dei frammenti più celebri:

«Esaminiamo allora questo punto e diciamo: “Dio esiste o no?”. Ma da quale parte inclineremo? La ragione qui non può determinare nulla: c’è di mezzo un caos infinito. All’estremità di questa distanza infinita si gioca un giuoco in cui uscirà testa o croce. … Secondo ragione, non potete puntare né sull’una né sull’altra e nemmeno escludere nessuna delle due. Non accusate, dunque di errore chi abbia scelto, perché non ne sapete un bel nulla

«No, ma io biasimo non già di aver compiuto quella scelta, ma di avere scelto, perché sebbene chi sceglie croce o chi sceglie testa incorrano sullo stesso errore, sono tutti e due in errore: l’unico partito giusto è di non scommettere punto.»

Sì, ma scommettere bisogna: non è una cosa che dipenda dal vostro volere, ci siete impegnato. Che cosa sceglierete, dunque? Poiché scegliere bisogna, esaminiamo quel che ci interessa meno. Avete due cose da perdere, il vero e il bene e due cose da impegnare nel giuoco: la vostra ragione e la vostra volontà, la vostra conoscenza e la vostra beatitudine e la vostra natura da fuggire due cose: l’errore e l’infelicità … Pesiamo il guadagno e la perdita, nel caso in cui scommettiate in favore dell’esistenza di Dio. Valutiamo questi due casi: se vincete, guadagnate tutto; se perdete, non perdete nulla. Scommettete dunque, senza esitare che Egli esiste.

«Ammirevole, sì, bisogna scommettere, ma forse rischio troppo

Vediamo. Siccome c’è uguale probabilità di vincita e perdita, se aveste da guadagnare solamente due vite contro una, vi converrebbe già scommettere. Ma se ce ne fossero da guadagnare tre, dovreste giocare (poiché vi trovate nella necessità di farlo) e dacché siete obbligato a giocare, sareste imprudente a non rischiare la vostra vita per guadagnarne tre in un giuoco nel quale c’è eguale probabilità di vincere e di perdere. Ma qui c’è una eternità di vita e di beatitudine. Stando così le cose, quand’anche ci fosse una infinità di casi, di cui uno solo a vostro favore, avreste comunque ragione di scommettere uno per avere due … Ma qui c’è effettivamente un’infinità di vincita contro un numero finito di probabilità di perdita e quel che rischiate è qualcosa di finito …

A nulla serve dire che è incerto se si vincerà, mentre è certo che si arrischia … Non è così, ogni giocatore arrischia in modo certo per un guadagno incerto e nondimeno rischia certamente il finito per un guadagno incerto del finito, senza con ciò peccare contro la ragione. … Quando ci sono eguali probabilità da una parte e dall’altra, la partita si gioca alla pari, e la certezza di quanto si rischia è eguale all’incertezza del guadagno … E quando c’è da arrischiare il finito in un giuoco in cui ci siano eguali probabilità di vincita e di perdita e ci sia da guadagnare l’infinito, la nostra proposizione ha una validità infinita. Ciò è dimostrativo e se gli uomini sono capaci di qualche verità, questa ne è una.»[26].

Ecco il Gioco dei giochi, il Gioco della Vita: scommettere sull’esistenza o meno del Dio-Persona di Abramo, Isacco e Giacobbe, e quindi sull’esistenza o meno di una vita infinita e beata, laddove “scommettere sul sì” vuol dire adottare scelte di vita coerenti con la promessa della vita infinita e beata; “scommettere sul no” significa godere qui e ora dei piaceri terreni, vivere come se Dio non esistesse, aspettare la morte continuando a distrarsi. O l’infinito o il nulla. Tutto questo è ciò che Mesnard chiama il “radicalismo positivo” dell’uomo-con-Dio proprio di Pascal e dei suoi amici a Port-Royal[27]: l’uomo, il mondo, la vita sono un aut aut senza uscita, o Dio o nulla; o l’ordine o il caos; o l’amore per verità e giustizia oppure errore, inganno, illusione.

Come rivelato da Pierre Bayle[28], il tema della Scommessa era stato già affrontato da Arnobio nell’apologia Adversus Nationes ai tempi dell’imperatore Diocleziano, quando la corrente gnostica era forte quasi quanto quella scettica[29], ma in Pascal il rigore anche dialettico degli argomenti giunge ad altezze coerenti con il razionalismo cartesiano tipico dell’epoca e con la finezza logica degli epicurei del XVII secolo. Ma non si trattava di dimostrare matematicamente l’esistenza di Dio: il ricorso al calcolo delle probabilità era la risposta di uno scienziato a chi accusava i cristiani di ignoranza e creduloneria[30].

4. Il gioco-divertissement e la grande-Scommessa, nel XXI secolo

I Pensieri furono scritti a metà del Seicento, prima della Rivoluzione francese, della Rivoluzione industriale, del Secolo breve, dell’era neoliberale. Cosa dovrebbe aggiungere Pascal, se vivesse oggi, nella società dello spettacolo, o meglio del divertimento a tutti i costi, in cui siamo immersi?

Invero sembra che tutto sia immaginato, progettato, costruito e propinato per favorire la grande Distrazione, soprattutto in Occidente e nelle parti del mondo che all’Occidente si ispirano. Nel XVII secolo le occasioni di “distrazione” erano più o meno le stesse delle epoche precedenti, se si tiene a mente l’elenco tratto da uno dei pensieri pascaliani

«liti, passioni, imprese audaci e spesso sconsiderate … le conversazioni e lo svago dei giuochi …la guerra, gli alti uffici … la vanità, il piacere di mettersi in mostra … la danza … la caccia … un biliardo o una palla da spingere…un problema di algebra rimasto sino ad oggi insoluto … osservare tutte queste cose … solamente per far vedere che le sanno …»[31].

Le meraviglie della tecnologia (soprattutto massmediale e informatica), l’accelerazione dei mezzi di trasporto (e connessa riduzione dei tempi di viaggio), l’affievolimento dei controlli sociali tradizionali (e correlativo rilassamento dei costumi) consentono “giochi”, “distrazioni”, “divertimenti” che soltanto cinquant’anni fa sarebbero stati impensabili.

Da una parte il capitalismo maturo deve creare  in continuazione nuovi beni e nuovi servizi, per perpetuarsi nel tempo, estendersi nei continenti e crescere in potenza e prestigio; tra le merci di consumo assumono quindi un peso crescente i dispositivi tecnologici, le attività multimediali e perfino i servizi pseudo-culturali (a tacer d’altro, per i cultori delle scienze statistiche la Cultura include non soltanto i musei etc., le produzioni editoriali, i servizi di assistenza culturale ma anche i servizi di ricreazione tra cui i giochi d’azzardo, i parchi divertimento, i concorsi pronostici e gli apparecchi elettronici[32]; per gli “economisti della cultura”, la relativa nozione include le attività passive e di svago e delle attività ludico sociali, oltre, ovviamente, alle attività di tipo culturale stricto sensu[33]).

D’altra parte, la fabbrica del divertimento – riedizione moderna dell’antica politica del panem et circenses, ma estesaalla massima potenza – costituisce l’antidoto più efficace inventato dal Potere contro il pericolo di riemersione in vari strati della popolazione di ideologie più o meno eversive, così è stato fatto con successo negli anni ’80 del XX secolo.

Sia mosso da finalità economica o politica, il divertimentificio globale si traduce nell’istupidimento generalizzato[34].

Se la Grande Scommessa presuppone la conoscenza senza orpelli della vera condizione dell’essere umano, nell’attuale temperie storica le prospettive per una ripresa dell’auto-analisi esistenziale appaiono alquanto remote: sono stati cancellati i tempi e i luoghi per pensare. E anche quando la sovrastruttura crolla e la realtà si mostra in tutta la sua crudezza, a causa del venir meno del substrato morale e religioso tradizionale, il risultato è quasi sempre catastrofico: ne costituisce riprova l’aumento vertiginoso dei suicidi, il pressing a favore dell’eutanasia, il ricorso incontrollato agli stupefacenti e agli psicofarmaci, l’incremento delle cure psicologiche e psicoanalitiche, i molti casi di devianza fine a sé stessa (la “follia morale”). Il Nichilismo profetizzato da Nietzsche[35] impera sotto la cappa multicolore del divertissement globale.

5. Conclusioni

In un punto del citato frammento su Le Pari il genio di Clermont afferma – contro il suo immaginario interlocutore scettico – che “scommettere bisogna”[36]; eppure la gran parte degli esseri umani si “diverte” e non pensa ad altro che a “divertirsi”, allora come ora, e Pascal ne era consapevole:

«L’uomo è manifestamente nato a pensare: qui sta tutta la sua dignità e tutto il suo pregio. … Ora, l’ordine del pensiero esige che cominci da sé e dal suo autore e dal suo fine.
Ora, a che pensa la gente? Mai a questo; bensì a ballare, a suonare il liuto, a cantare, a far versi, a correre all’anello ecc. a battersi, a farsi re, senza pensare a quel che significa essere re, ed essere uomo.»
[37].

Ma Pascal insiste: «scommettere bisogna … ci siete impegnato». Per comprendere il senso di questa necessità di scommettere, occorre ritornare al piano generale dell’Apologia. Le Pari, la Scommessa, presuppone un lavoro interiore, che pervenga a quella “noia e inquietudine”[38] che scaturisce dalla conoscenza profonda e vera dell’essere umano. Diversamente, il “mostro incomprensibile”, continua a praticare fino al suo ultimo giorno quegli altri giochi in cui consiste il divertissement, per non pensare al suo Destino, perseguendo la “stupidità da bruti” su cui conveniva lo scettico De Montaigne[39]. Il Grande Gioco diventa inevitabile se si nutre disgusto per i miseri giochi regalati dalla sorte in attesa del Precipizio e, quindi, appena si intuisce la posta in gioco. Dunque, l’Apologia si rivolge agli indecisi, che pure hanno accettato la dialettica, per provocarli: non scegliere equivale a rifiutare la “vita nuova” di cui parla San Paolo nella Lettera ai Romani[40]. Gli atei convinti e la gran massa di “coloro che non sanno quello che fanno”[41] non sono neppure presi in considerazione.

Invece, chiunque ha superato la banalità e la frivolezza dei “giochini” e ha intuito l’essenzialità della partita è invitato a puntare: o l’infinito o il nulla.

Dunque, faites votre pari! fate il vostro gioco!


[1] L. Russo, Personaggi dei Promessi Sposi, Laterza, Roma – Bari 1952, p. 23.

[2] B. Pascal, Pensieri, a cura di Serini, Mondadori, Milano 1982 (ed. or. Pensées sur la religion, G. Desprez, Paris, 1670), fr. 403, p 259 (fr. 431 ed. Brunschvicg).

[3] B. Pascal, op. cit., fr. 455, p. 285 (fr. 444 ed. Brunschvicg).

[4] B. Pascal, op. cit., fr. 253 p. 211 ss. (fr. 100 ed. Brunschvicg). Analogamente, Id., ibidem, fr. 544, p. 316 (fr. 477 ed. Brunschvicg): «L’amore di sé è il principio di ogni disordine, in guerra, in politica, in economia nel corpo particolare dell’uomo.».

[5] R. G. Timossi, Credere per scommessa, La sfida di Pascal tra matematica e fede, Marietti 1820, Bologna 2018, p. 216 ss.

[6] M. Perier, Mèmoire concernant M. Pascal et sa famille par Marguerite Périer, in B. Pascal, Oeuvres complètes, a cura di La Guern, Gallimard, Paris 1998, p. 105: “(Blaise) si impegnò durante il suo ritiro per un ordine della Provvidenza a lavorare contro gli atei”. Nello stesso senso N. Filleau de la Chaise, che testimonia a proposito di una conferenza tenuta da Pascal a Port-Royal sull’ epoca che stava preparando in difesa della religione cristiana (N. Filleau de la Chaise, Discours su les Penséés de M. Pascal où l’on essaie de faire voir quel état son dessein, in B. Pascal, Oeuvres, cit., vol. II, p. 1052 ss.

[7] M. Mersenne, Quaestiones celeberrimae in Genesim, Cramoisy, Paris 1623, cit. in R. G. Timossi, Credere, cit., p. 102.

[8] Sull’argomento, ex plurimis, P.-F. Moreau (a cura di), Le Scepticisme au XVI et XVII siècle, Albin Michel, Paris 2001, passim; A. M. Battista, Alle origini del pensiero politico libertino. Montaigne e Charron, Giuffrè, Milano 1966, passim; C. Dulong, L’amour au XVII siècle, Hachette, Paris 1969, passim; S. Curci, La nascita dell’ateismo, dai clandestini a Kant, Las, Roma 2011, p. 26 ss.; M. Ferrarini, Libertinismo, ed. Bibliografica, Milano 1995, passim; T. Gregory, Etica e religione nella critica libertina, Guida, Napoli 1986, p. 23 ss.; G. Mori, L’ateismo dei moderni, Filosofia e negazione di Dio da Spinoza a d’Holbach, Carocci, Roma 2016, p. 36 ss.; R. Pintage, Le libertinage érudit dans la première moitié du XVII siècle, Boivin, Génève 2000, passim; O. Pompeo Faracovi, Il pensiero libertino, Loescher, Torino 1977, p. 16 ss.; R. Popkin, Storia dello scetticismo, Bruno Mondadori, Milano 2000, passim.

[9] Sul punto, R. G. Timossi, Credere, cit., p. 176 ss. e passim.

[10] Ad es., il celebre Arnauld volle sopprimere dalla prima edizione dei Pensieri molti frammenti, stimando “falso e pericolosissimo dire che tra gli uomini non c’è nulla di essenzialmente giusto” (riportato in B. Pascal, Pensieri, cit., p. 228, nota 1).

[11] B. Pascal, Pensieri, cit. fr. 377 p. 252 (fr. 347 ed. Brunschvicg).

[12] B. Pascal L, Pensieri, cit., fr. 368, p. 251 (fr. 411 ed. Brunschvicg): «Nonostante la vista di tutte le nostre miserie, che ci premono, che ci stringono alla gola, abbiamo un istinto che non possiamo reprimere, che ci eleva.».

[13] B. Pascal, Pensieri, cit., fr. 223 p. 196 (fr. 72 ed. Brunschvicg): «Noi voghiamo in un vasto mare, sospinti da un estremo all’altro sempre incerti e fluttuanti. Ogni termine al quale pensiamo di ormeggiarci e di fissarci vacilla e ci lascia e se lo seguiamo ci si sottrae scorre via e fugge.».

[14] B. Pascal, Pensieri, cit. fr. 220 p.188 (fr. 205. ed. Brunschvicg).

[15] U. Foscolo, Ultime lettere di Jacopo Ortis, lett. 20 marzo 1799, ed. Mursia, Milano 1970, p. 124: «Io non so né perché venni al mondo, né come, né cosa sia il mondo; né cosa io stesso mi sia.».

[16] G. Leopardi, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, vv. 89- 89, in Opere, Ed. Vita, Milano 1966, vol. I, p. 80.

[17] B. Pascal, Pensieri, fr.351 (fr. 169. ed. Brunschvicg): «L’uomo vuol essere felice e vuole soltanto essere felice e non può non volere essere tale. Ma come fare? Per riuscirci, dovrebbe rendersi immortale; siccome non lo può, ha risolto di astenersi dal pensare alla morte.».

[18] B. Pascal, Pensieri, fr. 358 p. 247 (fr. 141 ed. Brunschvicg).

[19] Celebre definizione di Pascal dovuta a Chateubriand (F.-R. De Chateaubriand, Genio del Cristianesimo, Bompiani, Milano 2008, p. 712).

[20] B. Pascal, Pensieri, fr. 352, p. 242 (fr. 131. ed. Brunschvicg).

[21] B. Pascal, Pensieri, fr. 354, p 242 ss. (fr. 139 ed. Brunschvicg).

[22] B. Pascal, Pensieri, fr. 356, p 247 (fr. 130. ed. Brunschvicg): «Quando un soldato si lamenta della fatica che deve sopportare o un contadino ecc., metteteli a far niente…».

[23] B. Pascal, Pensieri, fr. 354, p 245 s., cit.

[24] B. Pascal, Pensieri, cit., fr. 367 p. 250 (fr. 183 ed. Brunschvicg).

[25] M. De Montaigne, Essais, I, XX: «La mèta della nostra corsa è la morte, è questo l’oggetto necessario del nostro pensiero … Il rimedio del volgo è non pensarci. Ma da quale stupidità di bruti gli può venire un così grossolano accecamento?» (trad. nostra).

[26] B. Pascal, Pensieri, cit., fr. 164 p. 162 ss. (fr. 233 ed. Brunschvicg).

[27] J. Mesnard, La justice à Port-Royal, in https://www.canalacademies.com 2006, 26 janvier.

[28] P. Bayle, Dictionnaire historique et critique, voce Pascal, Desoer, Paris 1820, t. XI, p. 420.

[29] Arnobio, Adversus Nationes, II, 4 (riportato in C. Marchesi, Storia della Letteratura Latina, II8, Principato, Milano-Messina 1968, p. 439): «Secondo ragione la promessa del Cristo può essere vera come non può essere: l’avvenire sarà il sì o il no. Queste sono le due tremende parole su cui dobbiamo scommettere. Su quale punteremo? Il ragionamento più semplice ci dice: su quella cristiana. Se è la vera, abbiamo tutto guadagnato; se non è la vera, non abbiamo nulla perduto.».

[30] R. G. Timossi, Credere, cit., p. 119.

[31] B. Pascal, Pensieri, fr. 354, cit.

[32] A. L. Tarasco, Ai confini del patrimonio culturale tra luoghi comuni e processi di produzione della cultura, in http://aedon.mulino.it. 2018, I, p. 5.

[33] E. Grossi, Evidenze cliniche dei rapporti tra cultura e salute, in Economia della cultura 2017, 2, p. 175 ss.

[34] Sul punto, da ultimo, F. Mantovani, Prontuario di stupidologia (teorica ed applicata), ETS, Pisa 2023, passim.

[35] F. Nietzsche, La volontà di potenza, a cura di Ferraris e Kobau, Bompiani, Milano 2008, p. 19: «Ciò che racconto è la storia dei prossimi due secoli, descrivo ciò che verrà: l’avvento del Nichilismo.».

[36] B. Pascal, Pensieri, cit., fr. 164 p. 162 ss. (fr.233 ed. Brunschvicg).

[37] B. Pascal, Pensieri, cit., fr. 177 p. 172 (fr.146 ed. Brunschvicg).

[38] B. Pascal, Pensieri, cit., fr. 349 p. 241 (fr.127 ed. Brunschvicg).

[39] M. De Montaigne, Essais, cit.

[40] La Sacra Bibbia, Nuovo Testamento, ROM, 6, 7.

[41] La Sacra Bibbia, Nuovo Testamento, LC, 23, 34.

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