I FRUTTI DELLE PIANTE PER I NOSTRI GIOCHI, I GIOCHI DELLE PIANTE PER I NOSTRI FRUTTI di Angelico Bonuccelli

by Lilibeth

Tutti noi, anche più volte nella vita abbiamo giocato a tombola ed usato (prima dell’avvento della plastica) i fagioli per segnare i numeri estratti.

Non è l’unico caso del rapporto tra il gioco, le piante o i loro frutti.  Basta ricordare che l’inventore del gioco degli scacchi chiese, come ricompensa, un chicco di riso per prima casella della scacchiera, due sulla seconda, quattro sulla terza, sedici sulla quarta e così via in modo esponenziale. Non so quale sia la cifra astronomica raggiunta, (ci vuole il calcolatore della NASA per stabilirlo), ma sembra che tutta la produzione dell’Impero del Dragone non fosse capace di soddisfare la richiesta.

Anche le carte da gioco sono collegate al mondo delle piante, uno dei “semi” delle carte più in uso è infatti “i fiori”, oltre a cuori, quadri e picche, mentre nelle “napoletane” si ritrova una porzione di albero nodoso nel segno dei bastoni.

Tutti i giochi sono debitori al mondo vegetale, non si poteva giocare a dama senza le pedine fatte di legno, le vecchie trottole erano pure di legno e con lo stesso materiale si fabbricavano scacchiere, tessere del domino, ecc.

Ma se le piante ed il mondo vegetale sono servite a noi umani per “giocare”, non meno giocherellone sono le piante stesse verso la genetica e, se noi usiamo i loro frutti per i nostri giochi, i giochi (genetici) delle piante ci hanno dato i loro frutti.

L’evoluzione delle specie, e soprattutto di quelle vegetali, è tutto un gioco di combinazioni e ricombinazioni dei geni presenti sui cromosomi (quei lunghi filamenti a doppia elica che contengono il DNA), di mutazioni genetiche, ed anche se piuttosto raramente, di ingresso di geni estranei nei cromosomi di un organismo.

La doppia elica del DNA che compone i cromosomi di tutti gli organismi viventi, spesso si “aggroviglia” su sé stessa e tra le due eliche vi è uno scambio di geni.

Questo fenomeno, assai complesso, può essere spiegato, semplicemente così: la coda di un’elica di DNA si spezza e si attacca all’altra elica e viceversa, scambiando in questo modo i geni che originariamente erano sulla prima elica.

Tale meccanismo, un po’ più complesso di come è stato esposto, è il fenomeno, noto ai genetisti, e permette la nascita di nuove tipologie e varietà della medesima specie. In natura avvengono poi anche altri fenomeni in cui entrano in gioco la causalità, radiazioni, effetti chimici e biochimici, parassiti, ecc., capaci di modificare in qualche modo il patrimonio genetico delle diverse specie vegetali, che vanno dal più semplice filo d’erba fino alle piante più evolute.

Solitamente queste mutazioni sono regressive e cioè il nuovo prodotto ottenuto è peggiore, come resistenza, produzione, tolleranza dei fattori esterni, rispetto ai progenitori. Ma talvolta capita – i ricercatori ne indicano la probabilità di uno su diecimila – che si abbia una mutazione migliorativa almeno per alcuni aspetti, quali la produzione, il sapore, la resistenza alle avversità, ecc.

È compito poi degli umani fare tesoro di quanto la natura offre con questo suo continuo gioco di ricombinazioni per tranne profitto.

Pensate a quel primitivo Indio che secoli fa si imbatté in una pianta di mais, la cui pannocchia, invece che essere formata da pochi chicchi, ne conteneva una discreta quantità. Se quell’Indio, abitante probabilmente del Centroamerica, si fosse “mangiato” il nuovo tipo di pannocchia, frutto del gioco di ricombinazioni genetiche, probabilmente noi oggi non avremmo il mais che conosciamo ed in grado di darci grandi raccolti.

L’avvedutezza dell’Indio, che fece tesoro di quanto la natura gli aveva donato con i suoi giochi di ricombinazione dei geni, ha permesso l’inizio della selezione genetica nel mais: usò i semi della nuova pannocchia per diffondere questa nuova pianta, molto più produttiva delle altre da cui derivava.

L’anonimo Indio iniziò per caso la selezione del mais, ma i sapienti dell’antico Egitto fecero già dottrina, millenni or sono, delle basi della selezione genetica. Secoli prima di Mendel e delle sue leggi, gli Egiziani avevano intuito la possibilità di ottenere sempre migliori produzioni sfruttando il potenziale che la natura ci mette a disposizione con i suoi giochi, attività che è poi proseguita con i Romani e poi, dopo i secoli bui del medioevo, fino ai giorni nostri.

Anche di recente abbiamo avuto dimostrazione di questa meravigliosa possibilità di miglioramento genetico offerto gratuitamente dalla natura.

Un coltivatore di mele degli Stati Uniti trovò casualmente nel suo vasto meleto una pianta che dava frutti diversi per sapore e colore rispetto alle mele prodotte dagli altri alberi. Fece tesoro (invero dopo qualche tempo) di questa scoperta e, mediante innesti su piante della stessa specie o facendo radicare parti della nuova pianta (si chiama moltiplicazione agamica), riuscì a propagare questa nuova varietà (è più esatto definirla “clone”), che oggi è una di quelle che va per la maggiore.

Possiamo forse noi aiutare o accelerare i giochi della natura?

Sì, la genetica oggi ha messo a punto vari meccanismi per far in modo che quello che in natura accade in decine, centinaia se non migliaia di anni, possa essere velocizzato.

Il sistema più semplice consiste nell’incrocio tra due varietà della stessa specie (melo con melo o pomodoro con pomodoro) delle quali una varietà detiene una caratteristica interessante, come un’alta produzione, mentre l’altra ha una grossa resistenza alle avversità. Nella progenie che si ottiene dal gioco degli incroci vi è la possibilità (ricordate sempre uno su diecimila) che qualche nuovo soggetto possieda entrambi i caratteri. Se il gioco (o meglio la ricerca) riesce, per lo sperimentatore è un grosso successo.

Tecniche più avanzate di ingegneria genetica intraspecifica ci permettono ora di individuare caratteri (geni) responsabili di una delle qualità più interessanti e trasferirli all’interno del soggetto che vogliamo migliorare, anticipando così i giochi che madre natura attuerebbe nell’arco di secoli. La normativa europea, leggermente in ritardo rispetto alla scienza, classifica anche queste entità come Organismi Geneticamente Modificati, mettendoli sullo stesso piano dei soggetti ottenuti introducendo nella catena cromosomica un gene prelevato in un’altra diversa specie al fine di inserire caratteristiche di resistenza o colore, ecc.

Anche questa attività di ingegneria genetica, che tanto fa discutere oggi, si ritrova, talvolta, nei giochi della natura. Parassiti, solitamente virus, radiazioni, attacchi chimici, possono, come già detto, alterare il patrimonio genetico di una pianta con l’introduzione casuale di geni estranei. È un fenomeno assai raro che comunque avviene ed è avvenuto e continuerà ad avvenire nel grande gioco dell’evoluzione delle piante.

Gli organismi geneticamente modificati sono utili o dannosi?

Su questo argomento si potrebbe scrivere un piccolo trattato!

Forse ne riparleremo.

related posts