COMMEDIA E MEMORIA: L’URLO DI SHYLOCK di Marie Malherbe

by Lilibeth

Questo contributo è l’adattamento in italiano di un capitolo del libro in preparazione Karin Coonrod’s Transnational Theatre, dir. Jozefina Komporaly e Davina Moss, con András Visky e Noémi Farkas, ed. Blomsbury, Londra – New-York, 2025.

Riflessioni sulla rappresentazione del Mercante di Venezia sul Campo del Ghetto Nuovo di Venezia eseguita dalla Compagnia teatrale Colombari diretta da Karin Coonrod nel luglio 2016 (500° anniversario della creazione del Ghetto di Venezia e 400° anniversario della morte di Shakespeare)

In quanto pittrice, mi ritrovai nell’estate 2016 a Venezia per presentare un nuovo ciclo di dipinti biblici nella galleria Imagoars, situata sotto la sinagoga spagnola nel Ghetto vecchio.

Da anni ero ospite di questa galleria nel mese di luglio, ma il 2016 era un anno speciale, era un anniversario molto atteso: i 500 anni del famoso Ghetto di Venezia, il primo ghetto al mondo.

Il posto era più che mai saturo di polizia, soprattutto a luglio, quando si preparava la rappresentazione del Mercante di Venezia sul grande campo del Ghetto Nuovo.

Avevo visto montare le gradinate e avevo visto di sfuggita alcuni costumi.

Soffrendo di una grave iperacusia dal 2010, purtroppo non potevo più assistere a spettacoli a causa del dolore che provavo al minimo rumore. La cosa mi rattristava molto, vista la mia passione di lunga data per il teatro. Tuttavia, sapere che a poche centinaia di metri di distanza, nel campo vicino, si stava preparando una compagnia di attori per una rappresentazione di Shakespeare mi riempiva di gioia.

Notte dopo notte, sentivo l’eccitazione crescere. Dalla mia galleria, a volte sentivo voci lontane, suoni insoliti… e in particolare un urlo interminabile che mi incuriosiva.

Una sera, mentre ero impegnata nel lavoro, mi attardai nella galleria nonostante fosse buio da tempo.

La sagoma di un uomo apparve sulla porta: “Ho visto una luce. È aperto?”. L’uomo entrò, guardò attentamente i quadri e mi chiese, con accento americano ma in buon italiano, se conoscevo un ristorante ancora aperto.

Scambiammo due parole che durarono due ore: insegnante di teatro e regista con la passione per Shakespeare, Dario Fo, per gli esperimenti teatrali con i detenuti, era venuto a vedere la prima del Mercante di Venezia; indirizzato da una amica di Fo, Ron Jenkins, il famoso pittore naturalista, era l’uomo appena entrato in galleria. Egli alloggiava alla Locanda del Ghetto, proprio nel campo dove si sarebbe svolto lo spettacolo, e, dopo quella sera, passò più volte dalla mia galleria nei giorni successivi. E diventammo amici.

Il giorno della prima, gli spiegai il mio problema di trauma acustico. Lui avrebbe assistito dalla tribuna per stare con la sua amica Karin Coonrod, ma mi invitò ad assistere dalla terrazza della sua stanza, che sarebbe quindi stata libera. Infatti, questa posizione strategica avrebbe offerto non solo una vista unica sul palcoscenico e sul campo, ma anche la rara possibilità di assistere o dalla terrazza o dall’interno, chiudendo la finestra, a seconda delle variazioni del volume sonoro. Questa soluzione mi permise così l’impensabile: andare di nuovo a teatro. E che teatro!

Jenkins fu così gentile e così perfetto con me che ne fui sopraffatta: che regalo inaspettato!

La città come palcoscenico: il teatro, o la città concentrica

La terrazza della Locanda che si affaccia sul campo offre una splendida vista a volo d’uccello.

Mentre assaporo ogni minuto dello spettacolo a peso d’oro, il teatro del campo mi appare nella sua perfetta struttura concentrica.

Al centro, tre abbeveratoi. Una trinità di pozzi e fontane originali, un omaggio all’acqua dolce che ha reso possibile l’insediamento e quindi il miracolo di questa città.

Intorno a queste tre “sorgenti” si trova l’area del palcoscenico dove si esibiscono gli attori, proprio sul terreno un tempo calpestato da tanti Shylock.

Intorno al palcoscenico ci sono gradinate circolari, allestite per il pubblico: il teatro della città per una città nel teatro, come ad Atene o a Epidauro. Ma qui c’è di più: intorno alle gradinate per una sera ci sono le mura di un teatro eterno, quello delle case alte del campo, che offrono palchi scelti agli abitanti del Ghetto che, come me, osservano dalla finestra la messa in scena del loro spazio quotidiano.

Intorno a queste case, il recinto invisibile ma certo dell’acqua.

Il Ghetto Nuovo non è solo una città nella città, con il suo territorio, i suoi abitanti e le sue regole; è un’isola fortificata, una perfetta fortezza nella città, circoscritta dall’acqua che la circonda e la protegge. L’isola è accessibile solo attraverso tre ponti, che all’epoca di Shakespeare erano paragonabili a ponti levatoi in quanto altrettanto invalicabili in certi momenti, chiusi da pesanti cancelli o controllati da sentinelle.

Proprio come la Terra del racconto della Creazione -erets, הָאָרֶץ, l’“asciutto” della cosmogonia ebraica che separa le acque di sopra da quelle di sotto, il Ghetto Nuovo è una piccola terra asciutta tra le acque. Lo spazio teatrale urbano di Karin Coonrod è infatti un microcosmo in cui viene rievocata una genesi… ma di quale genesi stiamo parlando?

Con una scenografia progettata per essere vista quasi a 360°, il movimento degli attori durante la trama è volutamente curvo e circolare, collegando i vari angoli del palcoscenico. È un movimento libero che sembra spontaneo, una coreografia sempre imprevedibile, simile per essenza a quella dei bambini che giocano su quel campo in tempi normali, nella Venezia reale. O simile a come doveva essere la vita quotidiana qui, nel XVI secolo, in questo Ghetto brulicante di attività, mercati, incessanti incontri programmati e no, fatti di parole proclamate davanti a testimoni o sussurrate nel segreto di un sottoportego.

Karin Coonrod e la sua troupe riportano meravigliosamente in vita questa effervescenza del passato, la febbre di un mondo pieno, ribollente e concentrato.

Gli attori non smettono mai di correre, di danzare, di cercarsi e di intercettarsi in tempo e contrattempo, muovendosi ciascuno al ritmo dei propri pensieri e delle proprie passioni…, disegnando traiettorie improbabili come la trama che stanno raccontando. Al punto che, a volte, questi andirivieni, che sfuggono a qualsiasi meccanica prevedibile, finiscono per dare una sensazione di casualità, vertigine e caos.

Visto dall’alto, è chiaro che questo piccolo mondo shakespeariano gira all’infinito… e gira in tondo ritrovandosi in realtà al punto di partenza.

Gli attori si alternano, sempre nuovi, portando costantemente nuovi volti e una nuova voce ai personaggi che crediamo di conoscere, eppure uno dopo l’altro si scontrano con muri invisibili, finendo per fondersi in uno spazio senza uscita, in un mercato senza uscita, in una mancanza di comprensione senza uscita, in risentimenti senza uscita.

Il grido come elevazione: il teatro o la città verticale

È nel cuore di questo confinamento inestricabile, di questo vicolo cieco assoluto, in cui nessuno può sentirsi e non c’è più nulla da dire…, che risuona l’inascoltato: l’Inascoltato: l’urlo.

L’unica cosa che riesce a uscire dal labirinto infernale è un urlo. Un urlo in carne e ossa. Un rantolo, un singhiozzo, un mormorio del cuore.

Un suono così terribile da sembrare un’agonia…, ma è una nascita.

Un grido primordiale, il primo contatto con l’aria di parole appena nate. Un ebreo non ha occhi? Non ha un ebreo mani, organi, dimensioni, sensi, affetti, passioni? (Atto III, sc. I).

Le case, dai negozi alle sinagoghe, sono ora parte della scena. Vengono prese come testimoni.

Piano dopo piano, l’urlo colpisce i muri e spacca le case da cima a fondo. Il suono crescente indica la direzione del cielo e tutto si alza. L’azione che fino a quel momento si era svolta al piano terra di negozi, banche e transazioni, si diffonde attraverso l’urlo di Shylock al piano superiore, il piano dell’intimità e delle camere da letto dove, di generazione in generazione, gridiamo di nascere e di morire, di godere e di piangere.

Improvvisamente mi rendo conto che questo è più che teatro. Più che il racconto di una storia particolare con valore universale.

Con questo grido, le parole di Shakespeare si liberano dal loro involucro narrativo per rivelare il loro potere performativo, che è il destino di ogni vera poesia. Senza che noi lo sospettassimo, il Mercante di Venezia stava per “realizzarsi”.

Questo grido affascinante, troppo forte per le mie orecchie, mi costringe a rifugiarmi nella stanza adiacente alla terrazza; anche se mi ero ritirata in una camera d’albergo, mi sentivo stranamente come se fossi in uno spazio sacro, parte di un evento collettivo più grande di me, più grande di tutti noi.

All’improvviso mi rendo conto che, così come la mia galleria si trova sotto la sinagoga spagnola, questa suite della Locanda del Ghetto si trova esattamente sotto la sinagoga italiana o Scuola Canton (un fatto notevole in questa insolita architettura urbana: le tre sinagoghe del Ghetto Nuovo sono arroccate all’ultimo piano di grandi edifici dall’aspetto completamente laico).

La vertiginosa coerenza di tutto ciò mi ha colpito: non solo eravamo in un luogo sacro, ma eravamo nel bel mezzo di una liturgia.

Poi, da una finestra di fronte, si è sentito il suono basso e maestoso di un shofar. Cosa posso dire di più? Quest’ultima prova ha confermato che stavamo “recitando”, che stavamo recitando qui non a uno, ma a due piani di altezza. C’era teatro, ma più che teatro; c’era commemorazione, ma più che commemorazione. Quello che Karin Coonrod stava facendo era una liturgia.

Questo spettacolo presentato per un doppio anniversario aveva tutti gli ingredienti per sprofondare nelle solite polemiche del Memoriale. Ciò che l’ha salvato e tirato su è stato il fatto che Karin Coonrod l’ha trasformato in un rituale sacro e benefico.

Una liturgia del perdono.

E come tutti i perdoni, questo perdono poteva essere raggiunto solo abbracciando “l’ampiezza, la profondità e l’altezza” di ciò che era stato ferito.

Nella notte che seguì non potei fare a meno di scrivere di questa incredibile esperienza.

Mi venne in mente questa poesia.

Era nella mia lingua madre, il Francese.

Sapevo che nessuno del gruppo l’avrebbe capita, ma qualcosa di misterioso mi ha spinto a stamparla lo stesso e a far sapere loro che esisteva, perché volevo comunque congratularmi con loro.

Mi sorprese il fatto che Karin Coonrod parlasse perfettamente il Francese… L’ultima parola che ci siamo ripetuti prima della partenza per Padova è stata “merci” – grazie in Francese, che suona stranamente come l’inglese “mercy”.

Le Ghetto ce soir est de sortie.
Sortie étrange, à l’envers,
vers l’intérieur de son histoire.
Les gradins en barres métalliques
dessinent des cercles concentriques
comme un cosmos
en révolution
dans la prison de sa mémoire.
Au milieu du Ghetto la place;
au milieu de la place la scène;
au milieu de la scène le puits
rond lui aussi
comme le temps qui s’apprête à tourner
autour des lumières, des arbres et des mots.

 

Tout commence comme un plaisant divertissement d’été
pour public instruit comme il faut.
Fébrilité de l’avant-fête
sur les dalles antiques où résonnent
les bottes des carabiniers et les talons italiens
des élégantes. On se pâme, on parle, on soupire
en attendant Shakespeare.
Cigales excitées et buveurs bavards
continuent leur sérénade tandis que gesticulent
en préambule
des saltimbanques d’un autre temps.

Les badauds amusés s’arrêtent
pour déguster quelques bons vers
suspendus à la nuit dense,
on regarde encore quelques danses…
quand tout à coup
jaillit de la nuit
le CRI.

On te croyait d’une autre époque
mais tu pleures encore Shylock?

Hurle sauvage, sanglot terrible,
râle total et viscéral
à faire tordre les muscles des pierres
et la chair torturée des maisons
qui en rond
gardaient les trous de mémoire.
Aboi qui déchire l’histoire;
qui fouille dans les entrailles
de ces trop fameuses murailles;
qui tonitrue et puis se tait.

Silence nouveau
sur le campo
léger comme après l’orage…
Accouché du fond des âges
le Ghetto a crié son Nom.

Des corps qui bougent,
des lumières rouges
qui tournent en rond
tout s’accélère et la spirale
infernale
se rompt
enfin ce soir on peut sortir
des bourreaux et des martyrs,
car le procès est fini
et son nom est MERCY.
Mercy!
Merci
Colombari
par votre farce libératrice
le Ghetto crie ses cicatrices
et marche vers sa guérison[i].

 

[i] Il Ghetto esce stasera. / Una strana uscita, al contrario, / verso l’interno della sua storia. / I livelli di barre metalliche /  formano cerchi concentrici / come un cosmo / in rivoluzione / nella prigione della sua / memoria. / Al centro del Ghetto la piazza; / al centro della piazza il palcoscenico; / al centro del palco il pozzo / anch’esso rotondo / come il tempo che si prepara a girare /intorno alle luci, agli alberi e alle parole. / Tutto inizia come un piacevole / intrattenimento estivo / per un pubblico ben istruito. / Eccitazione pre-festa / sulle antiche lastre di pietra dove gli stivali / dei Carabinieri e i tacchi italiani delle signore eleganti. / Sveniamo, parliamo, sospiriamo / aspettando Shakespeare. / Cicale eccitate e bevitori loquaci / continuano la loro serenata gesticolando / come preambolo / i saltimbanchi di un’altra epoca. / Gli spettatori divertiti si fermano / per assaporare qualche buon verso / sospesi nella notte densa, / osservano qualche altra danza… / quando all’improvviso / dalla notte / il GRIDO. / Pensavamo che fossi di un’altra epoca / ma stai ancora piangendo, Shylock? / Urlo selvaggio, singhiozzo terribile, / rantolo totale e viscerale, / che fa contorcere i muscoli delle pietre / e la carne martoriata delle case / che, in tondo e in tondo, / custodiscono i buchi della memoria. / Una corteccia che fa a pezzi la storia; / scavando nelle viscere / di queste mura fin troppo famose; / che tuona e poi tace. / Nuovo silenzio / sul campo, / leggero come dopo una tempesta… / Dal profondo del tempo / il Ghetto grida il suo Nome. / In mezzo alle sinagoghe, / giochi per bambini e case, / la tromba di un uomo vestito di nero / riempie il cielo come un chofar / -È suonata l’ora del perdono? / Corpi in movimento, / luci rosse / che girano in cerchio, / tutto accelera, e la spirale / spirale / si spezza / finalmente stasera possiamo emergere, / i carnefici e i martiri, / perché il processo è finito / e il suo nome è Misericordia. / Misericordia! / Grazie, / Colombari, / con la tua farsa liberatoria / il Ghetto grida le sue cicatrici / e cammina verso la sua guarigione.

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