ARISTOFANE TRA COMMEDIA E DENUNCIA di Ludovica Boccacci

by Lilibeth

Pur essendo difficile risalire con esattezza alla genesi della commedia greca e delle sue parti, come riporta anche Aristotele nella Poetica, non ci sono dubbi sul fatto che Aristofane fu uno dei principali esponenti della commedia antica.

Risalenti al periodo che va dal 425 a.C. al 388 a.C., le commedie di Aristofane mettono il lettore/spettatore moderno a contatto con la città di Atene attraverso lo sguardo comico di un poeta interessato alla realtà cittadina, attento osservatore di un periodo storico fondamentale.

Attraverso lo strumento della commedia, Aristofane si colloca in modo critico di fronte alle problematiche sociali che caratterizzano la Polis di quel tempo, impegnata in una guerra senza fine e nella gestione di un sistema politico/giudiziario appesantito dal proliferare dei processi.

Nella commedia Le vespe il poeta mette sotto accusa proprio uno dei cardini del sistema ateniese: il sistema giudiziario.

Per poter comprendere l’accusa di Aristofane, occorre, tuttavia, individuare prima di tutto il contesto storico-sociale in cui si inserisce la parodia.

Nell’arco di alcuni decenni l’apparato giudiziario ateniese subì una rapida degenerazione: mentre le riforme di Clistene prevedevano la funzione di giudice come parte dei doveri di un cittadino, già Pericle, intorno al 450 a.C., aveva istituito una ricompensa giornaliera pari a un obolo[1] per i membri delle giurie.

Fu Cleone, frequente bersaglio degli strali aristofaneschi[2], a portare a tre oboli il compenso per i giudici popolari, facendo così accrescere la smania di farsi sorteggiare come giudice nel tribunale popolare, facile modo di procacciarsi i mezzi di sussistenza necessari anche a fronte della guerra in corso. Ciò aveva provocato l’aumento smisurato dei processi, anche in ragione dell’operato dei sicofanti, delatori di professione che ottenevano guadagni tramite le denunce effettuate. Nella Atene del V secolo, infatti, non esisteva la figura del pubblico ministero e l’azione penale veniva esercitata solo a querela di parte. Assumevano, dunque, un ruolo importante i sicofanti, che in qualità di accusatori avevano il diritto di portare in giudizio i presunti colpevoli di reato.

Dopo la riforma del 462 a.C., la maggior parte dei processi veniva giudicata dalle giurie popolari, mentre ai magistrati restavano solo funzioni marginali, spesso di mera raccolta delle prove presentate e fissazione del giorno del processo, ad eccezione dei delitti di sangue di competenza dell’Areopago[3].

Nella commedia Le vespe, il protagonista, il vecchio Filocleone(“Il seguace di Cleone”), si dedica totalmente alla vita giudiziaria, in qualità di giudice popolare, ed in questo è in contrasto con il figlio Bdelicleone (“Il nemico di Cleone”), il quale, al fine di dimostrare quanto illusoria sia la convinzione del padre e del coro, composto dai suoi compagni di tribunale, di svolgere un ruolo determinante ed efficace nella scena politica ateniese, inventa un grottesco giudizio in casa propria, dove l’imputato è un cane, reo di aver mangiato un pezzo di formaggio. Filocleone, propenso a condannarlo, è indotto con l’inganno dal figlio a mettere il proprio voto nell’urna dell’assoluzione.

Intento a mostrare il proprio disappunto per un sistema politico che, con scopo demagogico, ricerca consensi facendo credere agli anziani cittadini di rivestire una posizione rilevante in àmbito giudiziario, nella presa di posizione di Bdelicleone non può non avvertirsi una piena e consapevole identificazione del commediografo sul piano ideologico.

Ed è infatti proprio su questa tendenza demagogica della giustizia, raffigurata attraverso lo scontro generazionale, che si appunta la comicità di Aristofane. Al riguardo, risulta già eloquente che nella parodia il protagonista che incarna la figura del giudice porti il nome di Filocleone, a dimostrazione del proprio schieramento, mentre il figlio in netta contrapposizione sia Bdelicleone.

Il testo arriva a mettere in luce e contestare la relazione tra la politica e il sistema giudiziario, una relazione caratterizzata, secondo il commediografo, non dai termini dell’alleanza ma della strumentalizzazione. Questa convinzione porta Bdelicleone a considerare l’esercizio di un diritto-dovere civico alla stregua di “un male antico, connaturato ormai alla città” (v. 651), alludendo a come la giustizia venga gestita non secondo princìpi etici ma secondo l’interesse della parte politica dominante. Il paradosso si deve rilevare nel fatto che ciò che è definito come male nient’altro è che uno dei fondamentali diritti-doveri di ogni cittadino ateniese, ovvero la funzione di giudice nel tribunale popolare dell’Eliea.

L’attacco al sistema giudiziario attraversa, in realtà, l’intero teatro di Aristofane, proprio in ragione della sua particolare attenzione verso la vita pubblica della Polis[4].

Negli Acarnesi, Diceopoli (“Il cittadino giusto”)mette sotto accusa i vecchi ateniesi che “non badano a niente altro che a mordere con il voto”.

Nelle Nuvole Strepsiade, messo di fronte a una cartina geografica, dichiara di non riconoscere Atene perché “non vedo i giudici in seduta”.

Tuttavia, nella commedie c’è un elemento in particolare che il poeta intende porre all’attenzione del suo lettore/spettatore: l’attacco al sistema giudiziario, infatti, non avviene contestando genericamente il profilo etico della condizione denunciata; la genialità del poeta deve riscontrarsi piuttosto nell’utilizzo della mania del giudicare inserita nel contesto comico quale strumento attraverso cui far risaltare il problema della proliferazione dei processi.

Tutti gli eroi aristofaneschi sono affetti da qualche ossessione, più o meno esplicita, una passione incontrollata che ne domina l’agire. Ne Le Vespe la mania di Filocleone, quella di “fare il giudice” e lamentarsi “se non riesce a sedere in prima fila” (v. 87-90), affonda le sue radici in una tendenza collettiva che coinvolge anche il coro, composto per l’appunto dai compagni di tribunale del protagonista.

Questa mania costituisce così lo strumento principale con cui il commediografo non si limita a denunciare l’eccesso che caratterizza la società ateniese di quel tempo: la sua potenza esplicativa è tale che essa diviene strumento generale di rivelazione, che va oltre il tempo di stesura delle opere, arrivando a raggiungere il lettore di ogni tempo con la stessa forza ed efficacia.

A questo punto, dopo questa breve analisi, il lettore odierno altro non potrà fare che porsi delle domande specifiche non solo sul legame attuale tra politica e sistema giudiziario ma soprattutto sul tipo di segnale che ci viene dato dal recente incremento del numero delle cause nel nostro Paese. Rispetto a quest’ultima considerazione, un contributo rilevante viene certamente fornito dalla Cepej, la Commissione europea per l’efficienza della giustizia[5].

Istituita alla fine del 2002, su proposta del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, la Commissione costituisce un importante supporto in àmbito giudiziario sia per la compagine politica che per gli operatori giudiziari, creata con l’intento di garantire un miglioramento della qualità e dell’efficienza dei sistemi giudiziari europei. Ora, alla luce dei dati elaborati dalla Commissione si registra un chiaro incremento del numero delle cause avviate in Italia rispetto a quello degli altri Stati europei. Ed è qui che il lettore de Le Vespe può individuare una chiara analogia con la proliferazione delle cause denunciata da Aristofane nella Atene del V secolo e, conseguentemente, porsi delle domande sull’andamento dell’attuale sistema giudiziario italiano.

Ricalcando la storia ateniese descritta dal commediografo, anche il nostro Paese sembra soffrire di una simile frenesia nell’attivare il percorso giudiziario anche per i litigi più insignificanti, contribuendo così a rendere ancora più complesso il lavoro di amministrazione della giustizia. Dunque, se un testo classico è tale in quanto ha il potere di parlare all’uomo di ogni tempo, allora la lettura de Le Vespe non può che far riflettere sulla condizione odierna.


[1] La più piccola unità monetaria ateniese, equivalente a 1/6 di dracma.

[2] Anche I cavalieri e La pace hanno Cleone come bersaglio, e cenni a lui si rinvengono nelle commedie Le nuvole e Le rane.

[3] V. R. Rossi, U.C. Gallici, G. Vallarino, M. Fadda, A. Porcelli, Ἑλληνικά, Vol. 2 B, L’età classica, Paravia, Torino 2005, p. 178 ss.

[4] Cfr. G. Paduano, Introduzione ad Aristofane, Le Vespe, Rizzoli, Milano 2012, p. 7.

[5] Le attività svolte dalla Commissione sono pubblicate sul seguente sito web https://www.coe.int/en/web/cepej/home.

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