C.C. Rebibbia

da Lilibeth

Ogni volta che varco il confine tra mondo libero e mondo prigioniero, per un qualche automatismo personale faccio respiri profondi e lenti. Ogni volta penso a quanto poco interesse ci sia per il carcere. In fondo molti vogliono credere che chi si trovi ristretto se lo sia meritato, che in carcere sia confinato il male. Invece in carcere ci sono persone che attendono, attendono un giudizio, attendono un fine pena, attendono una revisione, attendono una visita, attendono una telefonata, attendono una notizia, persone custodite da altre persone; i custodi si ritrovano a vivere le stesse difficoltà dei custoditi, le stesse carenze economiche, strutturali, le carenze eterne di organico, i tagli dei servizi necessari, il timore di malattie (il COVID è solo una tra le tante). I detenuti sono privi della libertà di movimento, lontani dai loro luoghi abituali, lontani dagli affetti e lo sono, in genere, per tempi lunghi, allungati ulteriormente dal mancato funzionamento dei sistemi esterni, così, senza motivo. Il male in realtà non è in carcere, potrebbe essere seduto a tavola con noi, potrebbe dormire con noi, potrebbe lavorare con noi, il male ogni tanto siamo noi quando di fronte all’evidenza giriamo la testa per comodità. E sì varcare il confine fa male ogni volta, per fortuna.

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