Accadde e, comunque, riaccadrà

da Lilibeth


Finisco presto, esco e mi domando se andare immediatamente a studio oppure. Vince oppure…(sottolineo che da libero professionista se non lavoro non tolgo nulla a nessuno se non a me stessa). Attraverso ponte Cavour, con uno sguardo al Tevere imbrigliato ed impoverito dai piemontesi. Mi infilo in via Ripetta e taglio per via Borghese, giungendo in p.zza Fontanella Borghese, guardo l’ingresso dell’antico circolo dove conta solo il numero delle palle (non in quel senso) e da qui lascio che prendano il comando i miei piedi. Così prendo il vicolo dove si trova la chiesetta dedicata al vero patrono di Roma. Eccola, minuscola, barocca, entro e l’immaginazione mi fa incontrare mia madre, lì davanti, in ginocchio, raccolta nel saluto che ogni mattina portava alla Madonna del Divino Amore. Mi emoziono, esco e per evitare alla lacrimuccia senile di scendere osservo l’ingressuccio di una delle abitazioni di quel genio scapestrato del Merisi. Via dei Prefetti, urge trovare un luogo che mi sollevi dalla lacrima impertinente. Piazza del Parlamento, qui rischio un tracollo piagnone di malinconia mista a rabbia, chissà perché…via delle Convertite, lo spiraglio, mi getto dentro San Silvestro in Capite, dentro il cortile, sulla facciata l’immagine Edessena, la Vera Icona, volgarmente la Veronica. La lacrima inizia a desistere, sopraffatta da una leggera ironia. Bella la chiesa, ma vado diretta a sinistra e finalmente svanisce l’emozione soppiantata da una curiosa forma di orgoglio infantile. Penso, davanti alla teca, che la prima che l’ha vista è Salomè, ma l’ultima (almeno per questo preciso istante) sono io, la testa di Giovanni Battista, non proprio un bel testone, una testina piuttosto. Basta torno a studio, troppe emozioni..

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