Sul pensiero politico di Dante di Paolo De Nardis

da Lilibeth

In genere, quando si parla del pensiero politico di Dante, ci si riferisce essenzialmente alle due opere esplicitamente dedicate all’argomento, e quindi al Convivio e al De Monarchia .
In realtà la stessa Commedia, soprattutto nell’Inferno e nel Purgatorio, presenta in più luoghi una riflessione politica e civile che corrobora la dottrina politica dantesca e ne esalta la modernità del pensiero. Quest’ultima va analiticamente affrontata secondo due direttrici fondamentali:

  1. La concezione dello Stato laico in un superamento definitivo delle dottrine politiche medievali e secondo la prospettiva dello Stato così come l’intendiamo noi moderni;
  2. Il ruolo dell’impegno civile dell’intellettuale nella sua funzione pubblica, come superamento della vieta figura dell’individuo di cultura mistica secondo i canoni della Scolastica medievale.

Sul primo punto, non si può non partire dal De Monarchia. Infatti, con quest’opera, confezionata in tre trattati, scritta in latino, al contrario del Convivio, che era stata anticipata e redatta invece in volgare, Dante vuole intervenire su uno dei temi più sentiti sul piano politico della sua stagione, e cioè sul rapporto tra il potere temporale (rappresentato dall’Imperatore) e l’autorità religiosa (rappresentata dal Papa e dalla Chiesa di Roma).

Scritto tra il 1312 e il 1313 (anno di nascita di Boccaccio) da un guelfo moderato appartenente alla corrente dei Bianchi, pur appoggiando il Papa conferisce un importante ruolo al potere temporale dell’Imperatore. Fa presente come per l’uomo siano riservati due tipi di felicità: la terrena, rappresentata dalla concordia fra gli uomini e dalla realizzazione della giustizia da un lato, e, dall’altro, la felicità “celeste”, rappresentata dalla possibilità di salvare la propria anima nell’altro mondo. Ovviamente, mentre al potere imperiale è affidato il compito di occuparsi del primo tipo di felicità, al potere papale è affidato il secondo.

In questa prospettiva Dante anticipa tematiche fondamentali dal punto di vista della filosofia politica che fonda lo Stato laico moderno sulla sua autonomia e sulla sua possibilità di aprire il varco a quelli che saranno i successivi sviluppi da parte del pensiero politico italiano rinascimentale.

Quest’ottica senz’altro anticipa il pensiero politico di autori come Marsilio da Padova e Bartolo da Sassoferrato, i quali operarono lungo tutto il XIV Secolo, facendo del pensiero politico del Trecento un architrave fondamentale dei pilastri su cui si costruirà tutta la riflessione europea successiva in materia.

Ciò che si può notare è che mentre tale “identità civile”, come la definisce Umberto Cerroni nell’importante suo libro dedicato all’argomento[1],è stata concepita così precocemente ad opera di intellettuali italiani, in realtà proprio in Italia il formarsi concreto storico di uno Stato laico e sovrano sarebbe avvenuto molti secoli dopo, con l’Italia, in pratica, solo come fanalino di coda di molti altri Stati europei.

Del resto in Italia scontiamo ancora oggi, a onta del pensiero dei grandi – come li chiama Machiavelli, nella Lettera a Francesco Vettori – “antiqui uomini” menzionati, lo scollamento tra società civile e società politica nella dicotomia esistenziale-sociale presente in buona parte dei nostri concittadini. Costoro, sovente ma soprattutto negli ultimi decenni, non sembrano identificare la propria vita sociale col senso più profondo dello Stato.

Insomma, il pensiero politico di Dante nasce dal suo desiderio di realizzazione di giustizia, libertà e felicità unito all’indignazione del Poeta verso la condizione decaduta in cui l’umanità si trova a causa del peccato originale, ma soprattutto ai suoi tempi a causa della confusione dei poteri temporale e spirituale.

Non si può non ricordare che già nel Canto VI dell’Inferno, con il personaggio di Ciacco, nel Canto VI del Purgatorio, con il personaggio di Sordello, e nel Canto VI del Paradiso, Dante riprende tali tematiche. Che si presentano soprattutto nel Canto VI del Purgatorio in una lunga invettiva contro l’Italia (“non donna di province ma bordello”), contro Firenze, la sua città che lo aveva mandato in esilio, e contro i Comuni italiani, in lotta permanente fra di loro e al proprio interno.

Qui si può comparare la figura di Dante con quella di Francesco Petrarca per quanto riguarda il nuovo ruolo dell’intellettuale pubblico. Infatti, per quanto riguarda lo stesso Petrarca nel poema Italia mia, siamo di fronte al primo componimento poetico che sogni un’Italia unita dalle Alpi alla Sicilia. E Petrarca si richiama in parte proprio a Dante e a Guittone d’Arezzo. Non è un caso che i versi 93-96 della canzone petrarchesca saranno riportati da Niccolò Machiavelli nella chiusa del Principe. L’incipit “Italia mia” ricorrerà anche nella lirica giovanile di Giacomo Leopardi All’Italia e nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis di Ugo Foscolo.

In Dante e Petrarca, il riferimento è sempre alla gloriosa storia romana. Ciò che inoltre li accomuna è la loro figura di intellettuali nella elevata posizione di individui colti e letterati, la quale li obbliga ad assumere la funzione pubblica e, a sua volta, li promuove dal rango di meri cortigiani a quello di uomini pubblici di cultura e li restituisce come intellettuali/cittadini.

Questa prospettiva si deduce per esempio in Petrarca e nella canzone sopra citata, dove l’Autore critica le lotte fra i signori italiani e invita alla pace attraverso la critica alla curia papale del proprio tempo.

Famose, inoltre, l’epistola di Dante ai cardinali italiani dopo la morte di Clemente V, perché eleggessero un Papa che potesse condurre Roma al pontificato, e la lettera all’amico fiorentino con cui lo stesso Dante respinge l’umiliante amnistia in difesa della propria dignità, lui che fu esiliato, perseguitato e condannato in contumacia.

C’è da aggiungere che Marsilio da Padova, nel suo Defensor Pacis (1324), nel trattare dell’origine della legge e del concetto di pace, intende quest’ultima come base indispensabile dello Stato e come condizione essenziale dell’attività umana. Si produce così un’opera laica e priva di retorica nella sua asciuttezza e modernità in quanto si sottolinea come la necessità di uno Stato laico moderno non discenda più da una teleologia etico-religiosa, ma dalla natura umana mondana nella ricerca di una vita di comunità reale e dall’esigenza di realizzare un fine squisitamente umano e non altro.

Ciò, quindi, non corrisponderebbe a finalità etiche ma semplicemente civili e pertanto storiche e contingenti, sulla base di una volontà comune dei cittadini; si può dire che in quest’ottica ci sia quasi un’anticipazione dell’idea di “patto sociale”, come verrà sviluppato dalla filosofia politica nei secoli successivi. Quindi, come sembra pensare implicitamente Dante, l’autorità non deriva da Dio, bensì dal popolo, che delega il potere al Principe/Imperatore. Ciò significa quindi che non esiste una proprietà del potere in capo al Principe ma solo una delega da parte del popolo ad esercitarlo.

Infine, Bartolo da Sassoferrato, discepolo di Ranieri Arsendi da Forlì e di Cino da Pistoia, esamina anch’egli temi analoghi ed è, com’è noto, uno dei nomi di punta della scuola giuridica bolognese, nella prospettiva dei “glossatori”. Vi è infatti nella sua produzione la disamina del rapporto Chiesa/Stato, partendo dallo studio della realtà sociale e dei problemi concreti per revisionare gli istituti del vecchio diritto romano e adattarli alla luce del presente. Perciò, egli rovescia il metodo; e la dogmatica giuridica in tal modo cessa di essere punto di partenza del processo analitico; da qui deriva la scrupolosa attenzione, da parte di Bartolo, delle possibilità di concreta attuazione della legge.

Come si è detto, lungo tutto il XIV secolo con Dante, Marsilio da Padova e Bartolo da Sassoferrato si arriva a delineare nel nostro paese il profilo fondamentale del moderno Stato laico. E il pensiero politico prende le mosse storicamente e sul piano della dottrina proprio dalla riflessione critica di Dante Alighieri, che assurge a caposaldo, perciò, di gran parte dell’intelaiatura e della teoria dello Stato nei secoli successivi in Europa.


[1] U. Cerroni, L’identità civile degli italiani2, Manni, Lecce 1996.

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