PERCHÉ NAPOLEONE “IL GENOVESE” ANNIENTÒ IL LEONE VENEZIANO (e quali sono le conseguenze) di Pierluigi Cipolla

da Lilibeth

Si dice che l’eredità durevole di Napoleone consista nella codificazione[1] e nell’accentramento statale[2]. In effetti i codici imperiali, sopravvissuti al Congresso di Vienna, sono la base della legislazione civile, penale e processuale dell’Europa continentale, nel XIX e nel XX secolo; in Italia, dopo una (lunga) tendenza in senso contrario (la c.d. “decodificazione”[3]), l’idea del raggruppamento dei testi normativi in un testo unico e chiaro ha ripreso vigore e con d.lgs. 1° marzo 2018, n. 21, è stato introdotto il principio di riserva di codice in materia penale (art. 3 bis c.p.), immediatamente attuato mercé l’innesto nel codice Rocco di molte norme della legislazione complementare. Dal canto suo, l’accentramento ha connotato la politica degli Stati continentali almeno fino alla Seconda Guerra Mondiale, poi, per reazione alle politiche dei regimi totalitari degli anni ’30 del secolo e per effetto della spinta dell’ideologia neoliberale ha subìto un regresso (il c.d. “decentramento”)[4], spinto quasi alla “disfatta dello Stato”[5], perfino in Francia;  ma da ultimo, in Italia, il concetto ha fatto di nuovo – timidamente – capolino in conseguenza della dissennata (se non criminale) gestione del territorio da parte di Regioni e Comuni[6] e dell’inadeguata e soprattutto non uniforme – pour ainsi dire – gestione dell’emergenza pandemica da parte delle Regioni (ma Concetto Marchesi in sede costituente aveva previsto tutto e per questo aveva insistito nell’inserire l’art. 9 nella Costituzione, come estrema difesa contro il regionalismo)[7]. D’altra parte, la codificazione e l’accentramento si ritrovano in nuce in queste parole del giovane Bonaparte: “Bisogna unirsi per vincere, senza unità di comando non vi è vittoria”[8].

Ma accanto all’eredità “politico-giuridica”, l’imperatore dei francesi ha lasciato all’Italia e soprattutto a Venezia ben altra eredità “economico-sociale”. La metamorfosi della nuova Venere nata dalle acque, nel senso della scomparsa della città così come si era formata in undici secoli, con trasformazione in qualcos’altro, rientra certamente tra le eredità del secondo tipo. Mutuando il titolo di un fortunato saggio di Antonio Spinosa[9], si può affermare, senza tema di smentite, che quel “terribile uomo”[10], nelle vesti del generale Bonaparte e anche in quelle dell’imperatore Napoleone I il Grande, fu realmente il “flagello di Venezia”, in tutti i sensi, al punto che la città lagunare, con lui e dopo di lui, ha perso in modo  irreversibile la sua originale identità politica, artistica, economica e sociale. E non fu un caso, tutto ciò fu il risultato di fredda determinazione: “Non voglio più né Costituzione né Senato, Per Venezia sarò un nuovo Attila!”[11], così tuonava l’iracondo generale nel 1796 rivolgendosi agli ambasciatori veneti, che credevano di poter intavolare trattative.

Il flagello non si è limitato alla spoliazione delle opere d’arte, alcune delle quali non rientrate in situ, nonostante gli sforzi del Canova (di 506 opere trafugate in Italia 248 sono rimaste in territorio francese[12], e tra esse, in primis, proveniente dalla Serenissima, Le nozze di Cana di Paolo Veronese, che nobilitano un’intera parete del Louvre), alla soppressione di “scole” e istituti religiosi, nel 1806 (34 monasteri e 9 chiese) e nel 1810 (26 monasteri e 15 chiese secolari)[13], alla demolizione in senso letterale di moltissimi edifici (Alvise Zorzi ha dedicato all’argomento un capitolo di quarantacinque pagine del suo magistrale e tremendo Venezia scomparsa[14]), alla spoliazione del patrimonio pittorico, librario e mobiliare proveniente dalle chiese e delle magistrature soppresse (si stimano dispersi 30 mila pezzi di opere pittoriche[15]) e alla trasformazione irreversibile del sistema parrocchiale[16] e del tessuto architettonico, anche in siti centralissimi, ivi compresa piazza San Marco[17].

Chiesa di San Gemignano
demolita per far posto al Palazzo reale

Il fatto è che l’arrivo dell’Armée d’Italie, nell’aprile-maggio 1797, in pochissimi giorni dissolse d’emblée, senza resistenza (se si esclude il cannoneggiamento del vascello Le Liberateur d’Italie, il 20 aprile 1797 e il tumulto popolare alla notizia dell’autoscioglimento del maggior consiglio, il 12 maggio 1797), una Repubblica che vantava con ostentazione una orgogliosa indipendenza, aveva resistito con energia indomabile alla pressione (militare) dell’Impero ottomano e degli Asburgo nonché al pressing (morale) del Papato e dei gesuiti, nel XVII secolo, e unica tra i tanti Stati e staterelli, in mezzo a tempeste di ogni genere, si era conservata intatta, con un considerevole dominio marittimo, nel lungo periodo del servaggio d’Italia, allorché la penisola era stretta nella morsa di Spagnoli, francesi e austriaci. Ora, nell’aprile-maggio 1797, “termine ultimo di oltre undici secoli”[18], il crollo dell’edificio tarlato dello Stato oligarchico dissolse all’improvviso il sistema economico-sociale cresciuto sotto l’ombra protettiva di San Marco. Il brutale svuotamento dell’Arsenale mise sul lastrico le migliaia di operai (gli arsenalotti) che vi lavoravano e con essi l’ampio indotto, nel sestiere di Castello[19]. L’istituzione del catasto e dell’imposta fondiaria indusse gli aristocratici a vendere le proprietà per pagare le tasse[20]. Molti nobili e ricchi borghesi preferirono trasferirsi in terraferma, ove possedevano aziende agricole, perché in città non avevano più un ruolo politico e sociale. Il blocco continentale contro le navi e le merci inglesi, del 1806, diede il colpo di grazia a quello che rimaneva del già florido commercio internazionale[21]. In questi termini rievocava il governo napoleonico della città, dopo pochi anni, il provveditore Priuli rivolgendosi all’imperatore d’Austria: “(Venezia) passata sotto un domino straniero, ridotta in semplice città di provincia tutti li suoi vantaggi li furono tolti; tutte le sorgenti di prosperità… Mentre si minoravano le risorse venivano accresciuti li pesi. Le pubbliche gravezze divorarono la miglior parte della rendita. Per nova conseguenza necessaria il valore dei fondi fu diminuito della metà. Li mali della guerra accrebbero il disastro dei possidenti. Intanto le passività restavano. Mancando li soliti mezzi si dovette troppo spesso ricorrere a rovinosi espedienti. Il disordine si introdusse e si aumentò nell’economia delle famiglie. Furono venduti a vil prezzo li beni esistenti e venne per tal modo compita la rovina della maggior parte dei proprietari. … Così fu del veneto commercio. … Per noi non vi è più da sperare[22]. Non si tratta di lagne dei laudatores temporis acti, i numeri parlano da soli: nel 1797 i commercianti in città erano 10884 mentre nel 1825 erano 3628, gli artigiani da 6200 si erano ridotti (sempre nel 1825) a 2442[23]. E un francese, il generale Lauriston in termini analoghi così scriveva all’imperatore già nel 1811: “L’aspetto di Venezia è più desolante che negli anni precedenti. Le fortune delle famiglie nobili vanno di continuo disfacendosi e diminuiscono considerevolmente quelle dei negozianti a causa dell’interrotta navigazione. Più di cento navi mercantili sono state distrutte per mancanza di mezzi per restaurarle o mantenerle in efficienza; un gran numero di case e di palazzi è disabitato[24]. E poi si deve considerare l’effetto della coscrizione obbligatoria che condusse circa ventimila veneti a morire nelle steppe russe[25], senza neppure capire il perché.

Di fronte a tale scempio di lunga durata, ben poca cosa appaiono l’istituzione ad opera delle istituzioni napoleoniche dell’Accademia di Belle arti, dell’Ateneo veneto di scienze, lettere e arti, e dell’Archivio civico, l’apertura della via Eugenia (poi Garibaldi) nel sestiere di Castello e annessi giardini (una specie di boulevard parigino trasferito di peso nella città lagunare), la creazione del Giardino reale dietro piazza San Marco, la trasformazione del convento di San Zanipolo nell’Ospedale civile e del convento di Santa Caterina in un liceo. L’unico vero merito, la “liberazione” degli ebrei dal Ghetto, dove erano confinati dal 1516[26].

Tale apocalisse, lucidamente presentita nel 1775 dall’abate Angelo Maria Labia[27] e nel 1780 dal doge Paolo Renier (“non abbiamo forze, né marittime, né terrestri, né alleanze, viviamo a sorte, per accidente”)[28] quando lo sfarzo non differiva in nulla dall’ostentazione sontuosa dei decenni e dei secoli anteatti, non condusse soltanto a una miseria mai vista, neppure ai tempi della peste, bensì generò anche un’irreversibile decadenza culturale e una profonda depressione, di cui sono plastica testimonianza i commenti sconsolati del cronista Cicogna (“noialtri saremo sempre servi. … Povera Venezia[29]), le lamentazioni di Lorenzo da Ponte, il frivolo e godereccio librettista di Mozart, la disperazione di Ugo Foscolo, trasposta nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis, il commosso epitaffio di Wordsworth nell’Ode sulla fine della Repubblica di Venezia:

D’Oriente i regni tenesti in tua balia
D’Occidente poi fosti la difesa:
Venezia, degna assai dei tuoi natali
Libertà diede a te per prima vita.
Vergine Città, libera e di luce
Inganno non ti vinse, e neppur le armi
E quando infine un compagno scegliesti
La scelta cadde sull’eterno Mare.
Se anche vedesti la Gloria svanire
I titoli tuoi e il tuo potere, persi
Al giorno tuo estremo noi tutti offriamo
Il tributo solenne di un infinito
Dolore: uomini siamo e anche l’ombra
Piangeremo di chi fu Grande senza Eguali[30].

Per effetto del colpo di mano del generale Bonaparte i fasti secolari della Serenissima si spensero in pochi giorni e spenti rimasero durante la prima dominazione austriaca e durante la seconda fase francese, per non riaccendersi mai più (se si esclude il fuoco di paglia della rinata Repubblica del 1848-1849)[31]. Di qui la vera origine del mito romantico della Venezia mortifera, equivoca, febbricitante, diffuso da Ruskin, James, Proust, D’Annunzio[32], consacrato da Thomas Mann in Morte a Venezia del 1912, e ulteriormente divulgato da Luchino Visconti, nella celebre trasposizione cinematografica del 1971, e ancora, nel tragico Anonimo veneziano, di Enrico Maria Salerno, del 1970, e, di nuovo, dopo pochi anni, nel 1978, nell’inconcludente Ritratto di borghesia in nero, di Tonino Cervi.

A prescindere dalle suggestioni letterarie e filmiche, le condizioni della plebe cittadina (e dell’entroterra) in tutto in XIX secolo sono ben documentate dai quadri di Alessandro Milesi, Giacomo Favretto e Luigi Nono, e soprattutto dai primi dagherrotipi, che raffigurano il sovraffollamento in ambienti angusti e malsani, la scarsa o nulla igiene, gli edifici cadenti perché mai o mal restaurati, il generalizzato degrado[33]: questo fu l’effetto di lunga durata del collasso del 1797. Anche la grande emigrazione veneta verso l’Europa centrale, il Sudamerica, o altre parti d’Italia, nell’Ottocento, il secolo horribilis di Venezia, è la conseguenza diretta o indiretta della fine improvvisa e violenta del delicato equilibrio su cui si reggeva la repubblica aristocratica. A nulla sono serviti i tentativi dell’impero austro-ungarico (invero più interessato a Trieste, come rivelava il provveditore Priuli nella missiva all’imperatore, citata[34]), del neonato regno d’Italia e poi del regime fascista di rivitalizzare il tessuto economico sociale della città lagunare; al di là delle note risultanze del processo del Petrolchimico[35], la trasformazione del sito di Marghera in polo industriale, che sembrava aver trasferito a pochi chilometri – con successo –l’antica vocazione produttiva degli arsenalotti, ha finito per mettere a repentaglio il precario habitat della laguna e, alla lunga, la salute di migliaia di operai e residenti.

Venezia nell’Ottocento

Il risultato ultimo del colpo di mano del 1797, in questi anni “rovinosi e guasti”[36], dopo la deindustrializzazione, la sciagurata riedizione del Carnevale (non a caso nel 1979, ad inaugurare gli sfavillanti anni ’80, quella della Milano da bere, per intenderci) e la famigerata apertura del Bacino di San Marco ai Grattacieli del Mare (o meglio i Mostri del Mare)[37], consiste nella riduzione dell’ex Serenissima nell’epicentro di una permanente aggressione turistica mondiale (fatta eccezione per i limitati periodi del lock down e della zona rossa che hanno rivelato luce meridiana cosa resta realmente della città: chi scrive c’è stato e ha visto!), ovvero in un maxi albergo diffuso, adatto a tutte le tasche, ovvero in una specie di Disneyland para-culturale. Venezia, ha scritto un grande poeta, è ora la capitale mondiale dell’ “alienazione turistica”[38]. Ciò, a danno dei residenti – che tra un po’ saranno protetti come specie in estinzione – e dei veri appassionati della storia, della cultura e dell’arte. A quanto pare l’unica cosa che ha ripreso vigore è la già vista (nel lungo crepuscolo settecentesco) irresponsabiltà godereccia veneziana, i cui frutti velenosi (spopolamento, degrado commerciale, architettonico, etico e civile, maree sempre più invasive) sono sotto gli occhi del mondo[39]. D’altra parte, la Venezia del XXI secolo è la prova provata che la bellezza può uccidere!

Immagine del Concerto dei Pink Floyd
del 15 luglio 1989

Né il generale Bonaparte fece mistero della sua ostilità nei confronti della Repubblica del Leone. Così scriveva, con orgoglio, al Direttorio: “…anche Venezia decade. È difficile che sopravviva ai colpi che le rechiamo. La popolazione inetta, vile, non creata affatto per la libertà, che non ha né terraferma né mare, dobbiamo naturalmente abbandonarla a quelli che avranno il suo  territorio circostante. Prima prenderemo navigli, vuoteremo l’arsenale, asporteremo tutti i cannoni, chiuderemo la Banca[40]. Dopo molti anni, nel rievocare i fatti del 1797 così si giustificava: “certamente mi sono comportato con Venezia come con una terra di conquista, ma l’avevo forse ottenuta altrimenti che con una vittoria?[41]. Ma non fu una vittoria, si trattò di un suicidio!

Evidentemente l’ex protetto di Robespierre, colui che da imperatore si fregiava dell’immagine dell’operosa ape, e che da ragazzo così implorava il padre: “Sono stanco di … subire lo scherno di fanciulli stranieri che mi sono superiori soltanto per il denaro mentre per nobiltà di sentimenti non ve n’è uno che non sia di gran lunga inferiore[42], non poteva tollerare l’indipendenza di una repubblica aristocratica, fondata su una casta di privilegiati, ostinatamente conservatrice, chiusa alle istanze della borghesia mercantile e oppressiva nei confronti del popolo (ma fu proprio il popolo a insorgere il 12 maggio 1797 e nuovamente sarebbe insorto nel 1848).

Evidentemente,  Il “piccolo caporale di Lodi”, colui che era cresciuto nell’impeto della Rivoluzione, e che pure era intimamente convinto della necessità del rispetto dei diritti civili, non poteva ammettere la conservazione dell’arbitrio giudiziario e politico vigente nella Repubblica del Leone[43].

Evidentemente l’ex capitano del Re, colui che non frequentava né teatri né postriboli[44], non poteva guardare di buon occhio uno Stato in cui la ricchezza, la bellezza, l’immoralità e il gioco d’azzardo erano smaccatamente ostentati a tutti i “foresti” del mondo, che rimanevano abbagliati da tanto sfarzo.

Qui si ipotizza tuttavia che la più profonda causa del malcelato livore di Bonaparte nei confronti di Venezia sia annidi nelle origini genovesi della famiglia e nei ricordi di infanzia. Come è noto, la Corsica appartenne alla Repubblica di San Giorgio, l’antica rivale della Repubblica del Leone, fino all’anno che precedette la nascita del futuro imperatore dei francesi. È verosimile che Egli, il Grande Còrso, abbia succhiato l’odio per Venezia e per i veneziani insieme al latte della madre. Che abbia passato l’infanzia ad ascoltare le recriminazioni del padre e dello zio contro gli antichi nemici di Genova. Qualcosa (molto) di tale odio familiare e nazionale deve essere rimasto nei meandri della mente dell’uomo di Ajaccio, che univa  ambizione e desiderio di rivalsa in un mix esplosivo. Tanto amore per la Corsica[45], tanto amore per Roma[46], dovuto alla lettura di Plutarco, e altrettanto odio per Venezia. Et voilà, appena poté, Napoleone aggredì il leone marciano, uccidendolo.

Sicché – si può concludere al termine della requisitoria –, il primo della (lunga) schiera degli assassini (con dolo intenzionale) di Venezia pare che sia stato proprio il flagello d’Italia, l’anticristo giacobino, il grande ladro còrso. E ’l modo ancor m’offende…


[1] J. Tulard, Napoléon. Les grands moments d’un destin, Hachette Pluriel Reference, Paris 2013, p. 171 ss. Sull’importanza storica della codificazione napoleonica, v., tra gli altri, G. Astuti, La codificazione del diritto civile, in B. Paradisi, (a cura di), La formazione del diritto moderno in Europa, II, Olschki, Firenze 1977, p. 857 ss.; G. Braibant, Utilité et difficultés de la codification, in Droits 1996, 24, p. 61 ss.; P. Cappellini, Codici,in M. Fioravanti, (a cura di), Lo Stato moderno in Europa. Istituzioni e diritto, Laterza, Roma – Bari 2002, p. 115 ss.; A. Cavanna, Il codice penale napoleonico, qualche considerazione generalissima, in Codice dei delitti e delle pene pel Regno d’Italia (1811), ristampa anastatica, con scritti vari raccolti da Sergio Vinciguerra, Cedam, Padova 2001, p. XII ss.; A. Cavanna Storia del diritto moderno in Europa. Le fonti e il pensiero giuridico, Giuffrè, Milano 1982, p. 273 ss.; U. Petronio, La lotta per la codificazione, Giappichelli, Torino 2002, p. 131 ss.; M. Taruffo, La giustizia civile in Italia dal 700 ad oggi, Il Mulino, Bologna 1980, p. 62 ss.; P. Ungari, Per la storia dell’idea di codice, in Quaderni fiorentini per la storia del pensiero giuridico moderno, I, Giuffrè, Milano 1972, p. 221.

[2] J. Tulard, Napoléon, cit., p. 151 ss.

[3] N. Irti, L’età della decodificazione, Giuffrè, Milano1999, passim.

[4] Sul punto, cfr., ex plurimis, A. Garapon, Lo Stato minimo. Il neoliberalismo e la giustizia, Raffaello Cortina, Milano 2012, passim;S. Settis, Paesaggio Costituzione cemento. La battaglia per l’ambiente contro il degrado civile, Einaudi, Torino 2010, p. 187 (in materia urbanistica, ambientale, di tutela di beni culturali).

[5] G. Crainz; Il paese mancato. Dal miracolo economico alla legge ottanta, Donzelli, Roma 2003, p. 69.

[6] S. Settis, Paesaggio, cit., p. 221.

[7] S. Settis, Paesaggio, cit., p. 187.

[8] Cit. in E. Ludwig, Napoleone, Mondadori, Milano 1929, p. 41.

[9] A. Spinosa, Napoleone il flagello d’Italia. Le invasioni, i saccheggi, gli inganni, Mondadori, Milano 2003.

[10] Espressione di A. Zorzi, Venezia austriaca, LEG Edizioni, Gorizia 2000, p. 44.

[11] Napoléon, Correspondance, II, 617, cit. in E. Ludwig, Napoleone, cit., p. 99.

[12] In michelangelobuonarrotietornato.com, 4 maggio 2021.

[13] A. Zorzi, Venezia austriaca, cit., p. 41.

[14] A. Zorzi, Venezia scomparsa, Mondadori, Milano 2001, pp. 52-97.

[15] A. Zorzi, Venezia austriaca, cit., p. 42.

[16] Le parrocchie in poco più di dieci anni passarono da 70 a 30 (P. Bianchi, A. Merlotti, Andare per l’Italia di Napoleone, Il Mulino, Bologna 2021, p. 57).

[17] La chiesa sansoviniana di San Gimignano fu demolita per far posto al palazzo reale, in piazza San Marco; le chiese di Sant’Antonio abate, di San Domenico, di San Nicolò con annesso seminario, il monastero delle cappuccine, nell’area del paluo di Sant’Antonio di Castello, costituirono il bersaglio del piccone, per consentire la realizzazione della via Eugenia (ora via Garibaldi) e dei giardini di Castello; la chiesa della Carità e annesso convento furono trasformati nel 1807 nell’Accademia delle belle arti; l’edificio della ex Scuola di San Fantin nel 1812 fu destinato alla società veneta di medicina, ora Ateneo veneto di scienze lettere e arti; un lungo rio nel sestiere di Castello fu interrato, per dare luogo alla strada Eugenia, ora via Garibaldi; la decisione di costruire il cimitero davanti alle Fondamenta nove provocò la sparizione della chiesa quattrocentesca di San Cristoforo, ecc. (Sul punto, cfr. A. Zorzi, Venezia austriaca, cit.,p. 40 ss.).

[18] Espressione di A. Zorzi, Venezia austriaca, cit., p. 28.

[19] Gli arsenalotti nel 1797 erano 3302 e nel 1824 circa 400 (A. Zorzi,  Venezia austriaca, cit., p. 59).

[20] W. Panciera, Napoleone nel Veneto. Venezia e il generale Bonaparte, 1796-1797, Cierre edizioni, Caselle di Sommacampagna (VR) 2004, p. 62.

[21] A. Zorzi, Venezia austriaca, cit., p. 39.

[22] Riportato in A. Cosulich, Venezia nell’800, Vita, economia, costume, Edizioni Dolomiti, Venezia 1988, p. 38 ss.

[23] A. Zorzi, Venezia austriaca, cit., p. 59.

[24] Riportato in A. Zorzi, Venezia austriaca, cit., p. 39 s.

[25] A. Zorzi, Venezia austriaca, cit. p. 55.

[26] W. Panciera, Napoleone nel Veneto,cit., p. 63 ss.

[27] Sul punto, A. Zorzi, Venezia austriaca, cit., p. 17.

[28] Cit. in W. Panciera, Napoleone nel Veneto,cit., p. 56.

[29] Riportato in A. Zorzi, Venezia austriaca, cit., p. 48.

[30] W. Wordsworth, Ode sulla fine della Repubblica di Venezia (1802), in https://www.academia.edu/4101686/William_Wordsworth_La_fine_della_repubblica_di_Venezia_1802.

[31] Sull’ “immane miseria a Venezia nell’800”, v. A. Cosulich, Venezia, cit.,p. 35 ss.

[32] Sul punto, v. P. Barozzi, Venezia luogo della mente, Campanotto, Pasian di Prato (UD) 2009, p. 61 ss.

[33] V. le immagini stampate in A. Cosulich, Venezia,cit., p. 36 ss., 67 ss., 88 ss.

[34] “Una città marittima ci supera in attività, in gioventù, e gode dei vantaggi, dei privilegi che non ci saranno mai concessi. Questa rivalità sarà sempre un ostacolo insormontabile al nostro risorgimento”, cit. in A. Cosulich, Venezia, cit., p. 40.

[35] Sull’argomento, cfr. A. Vallini, Il caso del petrolchimico di Porto Marghera: esposizione a sostanze tossiche e nesso di causalità, in L. Foffani, D. Castronovo, (a cura di), Casi di diritto penale dell’economia, II, Impresa e sicurezza. (Porto Marghera, Eternit, Ilva, ThyssenKrupp), Il Mulino, Bologna 2015, p. 51 ss.

[36] Espressione di S. Settis, Se Venezia muore, Einaudi, Torino 2014, Presentazione.

[37] Eloquenti sono le immagini in G. Berengo Gardin, Venezia e le grandi navi, Contrasto, Roma 2015, passim.

[38] Espressione di Andrea Zanzotto, citato da G. Bettin, Dove volano i leoni. Fine secolo a Venezia, in T. Agostini, (a cura di), Venezia Antologia dei grandi scrittori, Biblioteca dell’immagine, Pordenone 2012, p. 203.

[39] Sull’argomento, S. Settis, Se Venezia, cit., passim.

[40] Riportato in E. Ludwig, Napoleone, cit.,  p. 89 (tratto da T. Iung, Bonaparte et son temps, 1769-1799, III, Charpentier et C.ie, Paris 1885, p. 177).

[41] Cit., in A. Zorzi, Venezia austriaca, cit., p. 44.

[42] Riportato. in E. Ludwig, Napoleone, cit. p. 18.

[43] Sul punto, W. Panciera, Napoleone nel Veneto, cit., p. 53 ss.

[44] E. Ludwig, Napoleone, cit., p. 47. “Alla Commedia, racconta la moglie di un amico, tutti ridono, soltanto Bonaparte è lì seduto col volto impassibile; talvolta sparisce per ricomparire sempre cupo in un altro angolo della platea”.

[45] Così scriveva il giovane Napoleone al patriota còrso Pasquale Paoli: “Generale, Io nacqui quando la patria periva… Le grida dei moribondi, i gemiti degli oppressi, le lagrime della disperazione circondarono la mia culla sin dalla nascita. Voi lasciaste la nostra isola e con voi sparì la speranza e la felicità… L’amore della verità, della patria, dei miei compatrioti mi sorreggeranno” (testo riportato in E. Ludwig, Napoleone, cit., p. 26).

[46] Sul punto, C. Parisi Presicce: Roma ha bisogno di essere vista da Lui che troverà da riscaldare la Sua testa vedendo dove abitava Cesare (Lo sguardo di Napoleone su Roma antica e sulla memoria universale, in C. Parisi Presicce, N. Bernacchio, M. Munzi, S. Pastor, [a cura di], Napoleone e il mito di Roma, catalogo della mostra, Gangemi, Roma 2021, p. 15 ss.).

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