Medioevo, Rinascimento e Barocco a Piazza Del Gesù Nuovo a Napoli

da Lilibeth

Cu ’e libbre sott’o vraccio /E ’a camicetta a fiore blu, / Vuo’ fa’ ’a signurenella…/ ’Nnanz ’a scola d’o Gesù…

Vengono in mente le parole di Lazzarella, di Riccardo Pazzaglia e Domenico Modugno, nel salire a piedi, a Napoli, di domenica, per Calata Trinità Maggiore e trovandosi di fronte il Liceo classico Antonio Genovesi

Oggi il portone del Liceo è chiuso. 

Solo ricordi di scuola – di sorrisi luminosi, di occhi brillanti di gioventù, di voci argentine di fanciulle o prime voci da giovanotto, di immagini di libri legati con la cinta o con l’elastico, di momenti di apprensione e di gioia – sovvengono a mano a mano che si prosegue. 

Ed ecco che, altissima, si staglia verso il cielo la guglia in marmo, barocca, dell’Immacolata, generando improvvisa vertigine. 

Poi lo sguardo si allarga verso la Piazza, e corre verso il monastero, la basilica, il campanile di Santa Chiara, ritrovando quel senso di serenità, di conciliazione con il Creato e quieta confidenza nella Provvidenza che miracolosamente Francesco e Chiara seppero instillare negli uomini del Medioevo. 

Fino a sentire, quasi all’improvviso, una stretta al cuore e a ritrovarsi intimoriti di fronte alla facciata, a punte di diamante – a bugne quadrate a forma di diamante, come le definì il cronista cassinese Angelo de Tummulillis – della Chiesa del Gesù Nuovo, ai Napoletani nota semplicemente come Il Gesù, ecosì chiamata per distinguerla da quella di Via Giovanni Paladino e ormai divenuta Il Gesù Vecchio, oggi trasformata nel Cortile del Salvatore. 

Il Gesù Nuovo in realtà è un edificio ibrido, composito. 

Nella facciata è rimasto, sostanzialmente quello che in origine era: il mirabile palagio fatto costruire da Roberto Sanseverino, Principe di Salerno, nel 1470, quando era stato necessario trovare in Napoli, capitale del Regno di Ferrante d’Aragona, una dimora degna della Casata. 

E del palagio di allora la facciata indubbiamente conserva oggi – nonostante la sopraggiunta apertura dei portali laterali e le sovrapposizioni barocche al portale principale – lo stile severo che caratterizzava l’edificio. Questo, invero – che si distingueva tra gli altri edifici cittadini per dimensioni, numero di stanze e grande cortile interno con colonnato – era stato edificato come il castello cittadino dei Sanseverino, persino idoneo a respingere gli attacchi armati da parte dei nemici. Non più signore territoriale come poteva essere solo nei suoi feudi, il Principe pretendeva di chiudersi in una sorta di extra-territorialità: così, in epoca rinascimentale, il palazzo diveniva la trasposizione del feudo in città. 

Ma i Sanseverino furono ora devoti e sottomessi alla Spagna ora pronti, a seconda delle circostanze, a far valere le spinte autonomistiche dei Baroni meridionali e a difendersi se necessario con le armi dalle pretese assolutistiche del Sovrano. 

Del modo in cui Roberto Sanseverino e, poi, suo figlio ed erede Antonello si comportarono nei riguardi dei Sovrani spagnoli, di volta in volta dimostrandosi ora fedeli ora pronti al complotto ed alla ribellione, il palagio risentì. Al punto che, dapprima abbandonato nel 1486 da Antonello – ch’era stato costretto dagli eventi a rifugiarsi a Roma – e poi, via via, abitato da vari ospiti estranei al Casato, solo nel 1495 tornò ad essere dimora dei Sanseverino. 

Nel 1497 fu confiscato da Federico d’Aragona ed assegnato alla Regina madre Giovanna. 

Restituito nel 1506 a Roberto II Sanseverino, che aveva ricevuto il perdono dal re Ferdinando il Cattolico, il palagio nel 1552 fu nuovamente confiscato all’ultimo erede, Ferrante Sanseverino, esule ormai in Francia, processato in contumacia, condannato a morte per ribellione, eresia ed altri crimini e privato dei feudi e degli altri beni, per conto del viceré Pietro da Toledo. Nel 1547, per contrastare il potere spagnolo, che stava allora tentando di introdurre nel Regno l’Inquisizione spagnola, e durante la conseguente insurrezione, che per le vie di Napoli stava portando a furiose battaglie, le finestre del palagio erano state fortificate e da esse erano spuntati pezzi di artiglieria leggera e archibugi. 

Nel 1572 il mercante e uomo politico genovese Nicolò Grimaldi acquistò tutti i beni dei Sanseverino, dal feudo di Salerno al palazzo di Napoli. 

Il rinascimentale mirabile palagio, infine, nel 1584 passò nelle mani della Compagnia di Gesù, che lo acquistò dai Grimaldi per 45.000 ducati. 

Nello stesso anno furono iniziati i lavori di demolizione della quasi totalità dell’edificio, destinato a divenire – come affermò il generale della Compagnia Claudio Acquaviva –, da “palazzo magnifico” dei Sanseverino, a magione di “poveri religiosi professi”. Ben presto, però, apparve chiaro anche che i Padri gesuiti, nel trasformare la casa principesca in luogo di culto, avevano in mente di realizzare un’opera che non cedesse punto in sontuosità alla Chiesa del Gesù che veniva eretta in Roma in quello stesso torno di tempo. 

E all’opera di demolizione e riedificazione provvide l’architetto gesuita Giuseppe Valeriano finché visse, cioè fino al 1596. 

Solo in parte fu rimaneggiata però – con l’apertura delle porte laterali ed il rifacimento in stile barocco del portale principale – la facciata principale, a punte di diamante. Con le bugne rivenienti dalla demolizione delle originarie fiancate laterali si provvide inoltre ad elevare il prospetto della chiesa al centro, in corrispondenza del portale originario. A tanto procedette l’altro gesuita Pietro Provedi. 

La chiesa – a pianta a croce greca con braccio longitudinale lievemente allungato – fu inaugurata nel 1597; nel 1601 venne intitolata alla Madonna Immacolata. Fu in séguito molte volte rimaneggiata, munita di cupola, modificata ed in parte ricostruita, a séguito di incendio, terremoti e crolli parziali. Nel 1767 passò ai Padri Francescani, che la intitolarono Trinità Maggiore. Tornata ai Gesuiti e da loro perduta più volte nel corso del secolo XIX, ai Gesuiti rimase assegnata definitivamente solo nel 1900. Nel 1857 era stata dedicata all’Immacolata Concezione. 

Eccoci, quindi, a fare ingresso nell’edificio. 

Tutto è in magniloquente stile barocco

Marmi policromi, colonne vere e false, ori ed altri preziosi metalli l’adornano, rendendola uno straordinario esempio dell’architettura e del gusto dei tempi. 

Non è possibile qui descrivere in dettaglio le diverse cappelle delle navate sinistra e destra, il magnifico presbiterio, i due bellissimi organi. 

Si passano in veloce rassegna solo alcune cappelle, il presbiterio e qualche scorcio. 

Nella navata sinistra, la seconda cappella (v. n. 2 della pianta sopra riprodotta) è detta della Natività a cagione della pala, opera (1602) di Girolamo Imparato, che campeggia sull’altare. Ai lati, statue datate 1601-1602 di Sant’Andrea a sinistra e di San Matteo e l’angelo a destra, opere rispettivamente di Michelangelo Naccherino e Pietro Bernini. In altri punti, altre nove belle statue, opere coeve di altri bravi scultori. 

All’estremo sinistro del transetto (v. n. 3 della pianta) è il Cappellone di Sant’Ignazio, con, ai lati della pala d’altare, le due bellissime statue di Davide, a sinistra, e Geremia, a destra, opere della metà del ’600 di Cosimo Fanzago magistrali per il movimento che le caratterizza e pare voglia far uscir ciascuna dalla nicchia. La pala d’altare, raffigurante Madonna con Bambino tra Sant’Ignazio di Loyola e San Francesco Saverio è opera, del 1715, di Paolo De Matteis. Sulle pareti, decorazioni dedicate alla vita ed agli insegnamenti di Sant’Ignazio, opera in buona parte ancora del Fanzago. 

In fondo alla navata sinistra (v. n. 6 della pianta) si trova la Cappella Ravaschieri, dedicata a San Francesco De Geronimo, padre gesuita, raffigurato nel gruppo scultoreo oggi posto sull’altare e del quale in una nicchia è conservato come reliquia un braccio. 

Sulle pareti laterali, una doppia serie di mirabili reliquiari (cd. lipsanoteche)in legno dorato, realizzati alla fine del ’600 e certo impressionanti per numero e fattura. 

Il passaggio al presbiterio e all’abside lascia stupiti per bellezza della realizzazione. 

Luminoso e trionfante è il presbiterio. 

Sull’altar maggiore, tra colonne in alabastro, campeggia la statua della Madonna Immacolata, opera della metà dell’Ottocento di Antonio Busciolano. La Vergine poggia su magnifiche opere settecentesche, in parte progettate e realizzate da Matteo Bottiglieri e Francesco Pagano: un mappamondo in lapislazzuli incorniciato da un ricamo marmoreo di angeli e fronde poggiato su un basamento magnifico di marmi policromi. Al di sotto, l’altare, con tabernacolo munito di colonnine in lapislazzuli, su un basamento dorato con conchiglie e teste di Santi in bronzo nero. 

Nella navata di destra è notevole il Cappellone di San Francesco Saverio (v. n. 11 della pianta), che reca, in alto, sopra l’altare, tre bellissime tele tardo seicentesche di Luca Giordano dedicate a episodi della vita del Santo. Sull’altare, al centro, tela dell’Azzolino, con San Francesco in estasi

Il ritorno all’aperto, con vista su Santa Chiara e sulla guglia che campeggia sulla Piazza, fa da contrasto agli ori, al rosso, al nero dell’interno del Gesù. 

Lo sguardo ritorna alle bugne della facciata della Chiesa, anzi di quello che era il mirabile palagio Sanseverino. E, a ben guardare, incisi su alcune pietre effettivamente si notano quei misteriosi segni, che recentissimi studi di Vincenzo De Pasquale e di due musicologi ungheresi hanno interpretato come note di uno spartito musicale medioeval-rinascimentale. 

Resta fuor di dubbio che la visita alla Piazza ed al Gesù ha avuto l’effetto di stupire ancora una volta. 

Barbagus 

Nota dell’Autore

Il testo qui sopra raccolto è fondamentalmente il risultato della consultazione di due opere: C. De Frede, Il Principe di Salerno Roberto Sanseverino e il suo palazzo in Napoli a punte di diamante, A. De Frede, Napoli 2000; G. Galasso, L’altra Europa. Per un’antropologia storica del Mezzogiorno d’Italia, Mondadori, Milano 1982. 

La descrizione delle bugne di Palazzo Sanseverino sopra riportata e attribuita al cronista Angelo De Tummulillis è contenuta nel lavoro di quest’ultimo, Notabilia temporum, edita in Roma 1890 dall’Istituto storico italiano a cura di Costantino Corvisieri, interamente consultabile on line su www.archive.org. 

Per l’opinione di Vincenzo De Pasquale circa i segni incisi su alcune bugne della facciata dell’odierno Gesù è utile il rinvio a Id., Il pentagramma della Chiesa del Gesù Nuovo, consultabile su www.youtube

L’apparato fotografico è frutto della collaborazione amichevolmente e recentissimamente prestata all’Autore dall’avvocato Roberto De Frede, cui vanno i più cordiali ringraziamenti. 

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