L’IMPERO TRA CAMEI E NUOVE FOGGE di Matilde Mulè

da Lucianell

Se pensiamo a Napoleone Bonaparte ed ai suoi tempi, la prima immagine che ci viene in mente e che ci pare simboleggiar quei tempi potrebbe essere il gran dipinto di Jaques-Louis David, Napoleone attraversa il passo del Gran San Bernardo, datato 1800: Napoleone Bonaparte vittorioso sul suo cavallo bianco, quindi.

Probabilmente, però, non ci siamo mai soffermati sugli abiti del Bonaparte. Probabilmente, in realtà, non ci siamo mai posti la domanda di come la fine della Rivoluzione francese e l’ascesa al potere del Generale Còrso avessero cambiato non solo gli usi, la mentalità, i costumi di tutto il popolo di Francia.

Andiamo allora ad approfondire (un po’ curiosando) questo importante aspetto del periodo di inizio Ottocento, concentrandoci principalmente sulla moda femminile dell’epoca.

È fondamentale precisare come durante il Terrore, tutto, ma proprio tutto quanto facesse pensare al privilegio, all’ostentazione, alla ricchezza, era diventato off-limits: lo stile di vita, in un brevissimo lasso di tempo, s’era andato via via riducendo all’essenziale, s’era improntato al rigore morale dei tempi, finendo così con l’impoverirsi. Altrettanto era accaduto agli abiti da indossare, specialmente a quelli femminili.

Nel contempo, però, l’eco degli scavi che si tenevano a Pompei contribuiva a far rinascere grande interesse verso il mondo classico.

E fu così che – in quel clima di rinnovato amore per l’antichità, e con Napoleone che intimamente ammirava Alessandro Magno e Cesare – i trionfi napoleonici, le sfarzose cerimonie ufficiali divennero l’occasione per le signore francesi per cambiare stile di comportamento e foggia di abiti, per ispirarsi quindi anche alla moda della meravigliosa Grecia antica e della non meno abbagliante Roma, specialmente imperiale.

Tutto stava cambiando: architettura degli edifici, stile degli arredamenti pubblici e privati, costumi umani ed anche abbigliamento, quindi.

Nacque lo Stile Impero, e le Signore di Francia vestirono secondo il nuovo stile.

Si poté dire quindi adieu a piume, parrucche, panieri e corsetti: benvenuti agli abiti in mussolina semplice e decisamente non stravaganti, ma non per molto. Già nei primi anni del 1800 si ritorna a raso e velluto per gli abiti di Corte, a cotonina stampata e lino per le signore meno abbienti; le linee sono con la vita alta, ma il taglio tende ad essere più idoneo alle forme femminili, anche grazie all’assemblaggio prima del corpetto e poi della gonna, che si costruiscono separatamente.

Per gli abiti di Corte, aboliti durante il Terrore, abbiamo una reintroduzione del grand habit: tessuti pregiati con inserti in fili di oro o di argento, praticamente impensabili nei nostri giorni contemporanei. Viene introdotto il ricamo floreale, con aggiunta di api e piccole palme neoclassiche, simboli di operosità e rinascita.

Fu proprio Napoleone a stabilire che per la confezione di tali indumenti fossero usati solo ed esclusivamente tessuti francesi, in modo che ne traessero beneficio le industrie tessili nazionali, che ebbero, de facto, sviluppo e rilancio; se parliamo di pizzo come vecchia aristocrazia prerivoluzionaria, allora il ricamo era la nuova classe di governo.

Venendo ai materiali, abbiamo seta, velluto ed un largo uso del delicatissimo tulle di seta appunto impreziosito da ricami. Purtroppo, però, proprio il tulle, per la sua splendida delicatezza, non è arrivato a noi quasi del tutto: il trascorrere del tempo lo ha in grandissima parte deteriorato, quasi facendolo scomparire.

Viene quasi da pensare che il nazionalismo dei giorni nostri che caratterizza la Francia nasca proprio da questo periodo storico importante.

Le maniche degli abiti rimangono corte ed ampie, volando anche al di sopra del gomito. Per quanto riguarda la lunghezza della parte inferiore invece, troviamo la praticità durante il giorno nell’avere un capo che arriva alla caviglia, mentre per le occasioni mondane si arriva a toccare terra, addirittura con uno strascico nel dietro.

Non dimentichiamoci però di una parte fondamentale, anche oggi neanche a dirlo, cioè la calzatura. Di gran tendenza all’epoca, indubbiamente una deliziosa ciabattina, o pantofolina se vogliamo, bassa e senza tacco, in prezioso raso o in pelle morbidissima realizzata a mano; la punta era corta ed arrotondata, a discrezione della cliente, guarnita con una gala di nastro o un ricamo.

Meravigliosa novità anche l’utilizzo del soprabito, curioso e complesso indumento da sempre tralasciato in questo periodo per le signore.

La manica è a raglan (ovvero un taglio che parte all’incirca dalla clavicola fino all’ascella, su richiesta di Lord Raglan), le guarnizioni in pelliccia e la lunghezza a tre quarti. Questo durante i mesi più rigidi, ma in primavera era di gran gusto indossare lo spencer, ovvero un giubbetto corto, monopetto e che copriva la parte superiore dell’abito.

Altro punto fondamentale di cui è importante parlare se, appunto, parliamo di moda è il mondo del “trucco e parrucco”. Scompaiono i boccoli e la cipria ed appaiono delle forme pseudo-classiche, che raccolgono i capelli in una fascia, palese ode alle fogge greche, nonostante fossero adornate da una piuma verticale che accompagnava il tutto. In una nota rivista dell’epoca, il Ladies magazine (anno 1800), si parlava di come la capigliatura fosse un forte richiamo alla cultura greca e di come fosse abitudine abbellire il tutto con pettinini di diamanti o oro: era davvero difficile notare una signora del tempo senza una coroncina di diamanti o addirittura perle.

Di largo uso, così come tornati in auge oggi, i bandeaux ed, in generale, il “tanto”: difatti lo spirito esagerato francese non poteva fare a meno di topazi e gioielli antichi, di adornarsi in modo ricco.

Quasi impossibile a questo punto non parlare di cappelli! Davvero molte varianti per poter essere descritti uno ad uno, ma tutti accomunati da una caratteristica fondamentale, ovvero l’adattarsi alle nuovissime acconciature neoclassiche. La calotta era morbida ed ampia e spesso si trovavano tese strette, guarnite con l’immancabile piuma o un’aigrette. Anche i turbanti erano utilizzati, purché in tessuti esclusivi e raffinati.

L’accessorio che completava quello che oggi chiameremmo outfit e che tutt’ora è un must, è la borsa, o meglio borsetta se parliamo di Stile Impero; ciò che troviamo all’interno di una borsettina di una gentil signora ad inizio Ottocento, è: indubbiamente del denaro, fazzolettini ed oggetti superflui, ma anche pettinini e specchietti.

I materiali erano molteplici, tantissime varietà di stoffe e con dimensioni differenti, da quelle di un portamonete o più grandi come una borsa piccola odierna. La comparsa di queste borsette, chiamate anche réticule, nasce dalla necessità data dalla mancanza di tasche negli abiti-tunica. Tale borsetta prende ispirazione dalla sacca militare chiamata sabretache.



Una piccola réticule di inizio Ottocento

Assieme alla borsa, anche gli ombrellini con una cinghietta da tenere al polso, pronti per l’uso. Non pensiamo però agli ombrelli dei giorni d’oggi: al contrario e contro ogni aspettativa, parliamo di un fusto in giunco ed una tela che in realtà era carta ricoperta da mani di vernice trasparente o raffinata seta ricamata.

Continuiamo quindi per logica parlando di guanti: altissimi, bianchi e dal gomito in su fino a pochi centimetri dallo sbuffo dell’abito; ad oggi, sarebbe quasi sconveniente indossarli, ma ai tempi erano di gran gusto e soprattutto funzionali durante le serate di ballo, proprio per evitare sconvenienti tocchi fra la pelle del braccio della dama e la mano del cavaliere.

Jean-Auguste-Dominique Ingres,
dettaglio del Ritratto di M.lle Rivère con i guanti lunghi (1806, Musée du Louvre)

Grazie a Napoleone abbiamo un nuovo revival della vita di corte, impossibile non indossare i gioielli, molto amati non solo da Bonaparte, ma anche dalla sua signora. Difatti i due spendevano ingenti somme per adornarsi. Un curioso fatto in merito alla quasi ossessione del Generale per i gioielli riguarda il recupero di tutte le gemme dalle corone francesi, oltre alle diverse parures preziose che si fece realizzare nel corso dei successivi anni, proprio a confermare questo suo amore.

A mano a mano che Napoleone stabiliva il suo potere, Giuseppina poteva essere considerata come un’ottima alleata, contribuendo a quello che, di marketing parlando, chiameremmo oggi brand del nuovo regime, almeno dal punto di vista dei costumi.

Abbiamo già detto come l’ispirazione greco-romana sopraggiunge quasi violentemente in questa fase storica. A tal proposito, il tradizionale motivo base greco inizia ad essere utilizzato praticamente ovunque, abbinato a temi romani come l’aquila. Senza neanche dirlo, tal uso era molto evidente negli stupendi cammei. Tanto è che Giuseppina Bonaparte ne era quasi dipendente, così da divenire il focus della gioielleria inizialmente francese, ma poco dopo europea.

Pierre-Paul Prud’hon,
L’Imperatrice Josephine (1805, Musée du Louvre)

Sempre il Ladies magazine, anno 1805, così scrive:

“Una signora alla moda porta cammei sulla cintura, sulla collana, su tutti i suoi braccialetti, sulla tiara… Le pietre antiche, e in mancanza di queste, le conchiglie lavorate, sono di moda più che mai. Per metterle in mostra in quantità, la donna elegante e ricca ha fatto rivivere la moda della lunga collana, detta sautoir. In ogni piega delle maniche drappeggiate viene posta una pietra antica, e le bende per capelli, i diademi, i pettini… sono tutti ricoperti con queste pietre antiche.”.

In poco tempo questo successo ricavato dalle pietre dure vede il nascere di numerose imitazioni come vetro colorato, coralli e porcellane, ma anche avorio ed osso di balena: paradossalmente parliamo di materiali più pregiati e rari. Tali imitazioni, diciamo così, erano così belle all’occhio che al crescere della produzione vi era un calo di prezzo, così che fu possibile trovare questi piccoli gioielli a buon mercato.

Durante l’Impero, l’innovazione più degna di nota nel mondo della gioielleria fu l’utilizzo del Ferro di Berlino: nel 1813, nel momento in cui i tedeschi decisero di attaccare l’esercito francese, vi era una situazione di carenza di denaro; perciò ci fu un appello affinché le donne donassero i loro gioielli alla Patria, così in cambio del nobile gesto, venivano dati loro dei gioielli in ferro lavorato, giunti a noi con la scritta gold gab ich für eisen (ho dato oro in cambio di ferro). Tra i pezzi, l’immancabile cammeo in una fattura incredibilmente delicata, più tardi divenuto grande pezzo di ricerca per i collezionisti.

Vogliamo fare anche un approfondimento aggiuntivo, per la pura curiosità di un confronto, circa la moda maschile del tempo, nelle pillole a seguire.

L’uomo del tempo smise di indossare abiti con ricchi ricami, parrucche e spade, per lasciare spazio ad un più confortevole panno di lana, che s’accompagnava a quello che era celebrato come bastone animato (si trattava di una lama per autodifesa nascosta nel bastone da passeggio), accompagnato da morbidissimi guanti confezionati in vera pelle, molto aderenti.

Ovviamente rispetto all’universo della donna, troviamo dei cambiamenti meno drastici; i panciotti potevano essere sia ad uno che a due petti; generalmente non oltrepassavano però il segno della vita.

Il gilet ‘doppio petto’ poteva essere allacciato in due modi: sino al collo o rovesciato nella parte superiore come a formare dei risvolti che uscivano dal collo della giacca stessa.

Quando la volta del panciotto finì, ci fu il “predominio” della camicia con la parte anteriore ricoperta di merletti, indossata al di sotto della giacca, mentre nella parte superiore si continuarono a portare i colletti.

Si faceva utilizzo anche delle brache, più che altro indossate nelle grandi occasioni, molto aderenti e fermate sotto il ginocchio con una fila di bottoni, ma nel vestiario di ogni giorno venivano abbandonate per lasciare spazio ai pantaloni, i quali, ancora più stretti, si fermavano appena sotto il polpaccio, tendenza che negli anni a seguire si “ammorbidì”, permettendo ai pantaloni di allungarsi, ma soprattutto di essere meno stretti.

Al contrario delle brache, i pantaloni erano realizzati in jersey (stoffa realizzata a maglia rasata), il che permetteva un uso molto più comodo dell’indumento; erano tagliati alti ed avevano la vita coperta dl gilet e due taschini per riporre l’orologio.

La calzatura, in casa, era semplicemente di pelle nera, bassa e, al più, con un discreto fiocco o una fibbia d’argento; assieme alla scarpa immancabile, la calza aderente, bianca o a disegni; la calzatura per fuori casa era quasi sempre uno stivale, che raramente superava il polpaccio, con l’orlo ad angolo ed ornato con una nappina.

L’accessorio non subì grandi cambiamenti, rimanendo coerente nel corso di questo periodo napoleonico, rifacendosi anche alle mode precedenti.

Per quanto riguarda l’attenzione ai capelli, in tal momento era di moda il taglio cosiddetto alla Bruto, taglio che non è accertato se sia stato o meno lanciato da Napoleone Bonaparte. Il Generale, però, amava sentirsi a suo agio seguendo questa moda, che prevedeva un capello corto ed i riccioli eventuali, raccolti sulla fronte. Possiamo vedere nella capigliatura forse l’unico elemento neoclassico del costume maschile, nonostante la vena neoclassica fosse una delle tendenze predominanti nella moda femminile del tempo.

Lo Stile Impero va a richiamare un momento di stabilità e di grandezza, un vero e proprio ritorno allo splendore, motivo per cui con raffinata eleganza e con precise regole, la moda doveva rispecchiare questa fase della politica napoleonica, sì che la moda stessa ebbe una valenza politica.

Mentre gli uomini facevano la guerra, le donne facevano la moda: la moda francese, quella moda tutt’oggi famosa e – fatti i debiti cambiamenti – affermata in tutto il Mondo come sinonimo di stile.

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Fonti:

– J. A. Black, M. Garland, Storia della moda, ed. italiana, de Agostini, Novara 1986.

https://parigimeravigliosa.it/?s=napoleone

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