LE SPOLIAZIONI NAPOLEONICHE E LA NASCITA DELLA COSCIENZA ARTISTICA INTERNAZIONALE di Francesca Pace

da Lilibeth

Napoleone Bonaparte è da sempre ricordato e celebrato come uno fra più grandi strateghi militari della Storia.

Imperatore dei francesi con il nome di Napoleone I, condusse la Nazione verso vittoriose campagne di conquista, fino a ridisegnare l’intero panorama politico e culturale europeo.

Uomo acuto e brillante fu tanto glorificato in patria perché ritenuto la manifestazione terrena del Weltseele, lo Spirito del mondo, quanto odiato e temuto dalle nazioni oppresse dal giogo militare francese.

Uomo di contraddizioni, fu durante la Campagna d’Italia del 1796 prima liberatore dei territori del nord dall’oppressione austriaca e poi, con il Trattato di Campoformio del 1797, traditore delle speranze italiane.

Tra le più dolorose ferite inferte dal generale alla Penisola si ricorda, in particolare, l’intensa campagna di spoliazione di opere d’arte, trasferite forzosamente in Francia.

Bonaparte ebbe l’acume di comprendere che l’arte italiana avrebbe potuto fungere da strumento di propaganda, elevando il prestigio ed il valore del nuovo regime rivoluzionario e legittimandolo agli occhi dei Francesi. Per tale ragione, affiancò all’avanzata militare una capillare e quasi rituale pianificazione delle operazioni di raccolta del “bottino di guerra”.

Stratega delle spoliazioni fu il barone Dominique Vivant-Denon, ombra dell’Imperatore e finissimo cultore dell’arte. Nominato Direttore del Museo Centrale delle Arti, poi rinominato Musée Napoléon (si tratta, sembra appena il caso di ricordarlo, dell’attuale Musée du Louvre), intraprese numerosi viaggi in Italia, durante i quali selezionò le opere da requisire e da esporre nel Museo.

In Patria le spoliazioni vennero accolte con clamore, grazie alla ferma convinzione che la cultura si accompagnasse indissolubilmente alla libertà. Emblematica è a tal merito l’affermazione del generale Jacques-LucBarbier, che con fermezza sostenne: “È in seno ai popoli liberi che deve restare la traccia degli uomini celebri!”. La Francia era la patria della libertà e come tale aveva il diritto di elevarsi a depositaria di ogni esempio d’arte che fosse stato prodotto da uomini liberi, sottraendolo all’oppressione dell’ignoranza.

Volgendo lo sguardo ai territori conquistati, tuttavia, appariva chiara l’attuazione di una politica militare umiliante, che senza remore privava intere Nazioni dei propri capolavori artistici e profanava i luoghi di culto depauperandoli della loro stessa identità.

“Vennero i Francesi a portarci un palo ed una berretta che chiamavano libertà e ci rapirono monumenti preziosi ed averi”, queste le parole di Cosimo del Fante, ufficiale italiano al servizio dell’Imperatore, a triste testimonianza della realtà delle campagne napoleoniche.

A ragioni prettamente ideologiche Napoleone affiancò quelle giuridiche, legittimando abilmente l’appropriazione di opere d’arte mediante l’inserimento di apposite clausole all’interno dei trattati di pace.

Primo esempio fu il Trattato di Bologna, il cui contenuto fu poi richiamato da tutti quelli stipulati successivamente, rendendo la prassi consuetudinaria. I governi vinti e le città occupate erano costretti a cedere i propri beni artistici più preziosi sotto forma di donazioni, indennizzi o contributi di guerra. Il processo di spoliazione proseguì incessantemente fino al 1801, anno in cui si concluse con l’occupazione del Regno di Napoli e del Granducato di Toscana.

Il Popolo italiano si presentava, dunque, ormai privo di modelli culturali a cui ispirarsi e, ciononostante, fermo nella volontà di riappropriarsi di ciò di cui era stato ingiustamente privato.

Paradossalmente, le spoliazioni napoleoniche ebbero come effetto quello di formare la coscienza artistica di un’intera Nazione e con essa anche i moderni concetti di bene culturale e patrimonio artistico. Per tale ragione, la caduta di Napoleone nel 1815 segnò l’avvio di un processo diplomatico che vide protagoniste le Nazioni conquistate reclamanti all’unisono la restituzione di ogni opera finora sottratta.

Simbolo del recupero del patrimonio culturale e artistico italiano fu Antonio Canova, all’epoca direttore di tutti i musei romani, inviato in Francia come ambasciatore dallo Stato Pontificio.

Noto e apprezzato presso tutte le Corti europee per le sue indiscusse doti artistiche, lo scultore dovette destreggiarsi all’interno di un territorio ostile. La Francia, difatti, era ferma nel negare l’avvenuta caduta del Trattato di Tolentino e di quelli stipulati successivamente, riaffermando la piena legittimità della Nazione a detenere le opere straniere presso il museo parigino.

Il còmpito fu reso ancora più arduo dall’assenza di un inventario dei beni trafugati, di talché l’artista fu costretto ad agire facendo affidamento unicamente sulla sua memoria. Fu solo sotto la minaccia inglese di agire per mano armata che il Re di Francia ed il governo cedettero, acconsentendo infine alla restituzione, il cui processo durò complessivamente due anni.

 Napoléon, A. Canova

Fra le opere più note riportate in Italia si ricordano: l’Estasi di Santa Cecilia e la Trasfigurazione di Raffello, La strage degli innocenti di Guido Reni, la Pala Montefeltro di Piero della Francesca. Molte altre, tra cui le Nozze di Cana del Veronese e lo Sposalizio della Vergine del Perugino sono tuttora conservate in Francia.

La piaga delle spoliazioni colpì nuovamente la Penisola italiana in epoca nazista, e fu solo grazie alla tenacia di un illustre personaggio e cultore dell’arte, Rodolfo Siviero, che moltissime opere trafugate dai Tedeschi vennero riportate in Patria.

Gli sconvolgimenti causati dal Secondo conflitto mondiale contribuirono, come in passato, alla formazione di una nuova coscienza internazionale, foriera di una maggiore sensibilità verso temi fino ad allora ignoti, fra cui spicca la tutela del patrimonio artistico e culturale nell’àmbito dei conflitti armati.

Ciò che fino ad allora era noto come il “diritto al saccheggio”, ovvero la prassi bellica che attribuiva al vincitore il potere di sottrarre o distruggere il patrimonio presente nel territorio conquistato, venne additato prima come pratica immorale e poi come vero e proprio divieto giuridico, grazie all’inserimento di apposite clausole all’interno di trattati internazionali.

Molti furono i trattati di pace che sancirono l’obbligo di restituzione dei beni sottratti in stato di guerra, avviando un processo di progressiva elevazione dello stesso a principio generale di diritto internazionale.

Primi esempi furono le Convenzioni dell’Aja del 1899 e del 1907, il cui contenuto fu poi in parte richiamato dall’omonima Convenzione del 1954 che tentò di codificare, sotto forma di norma di diritto internazionale, il divieto del diritto di saccheggio di beni di rilevanza culturale.

Alle suddette Convenzioni deve essere attribuito il merito di avere per prime imposto una particolare protezione a tale categoria di beni, mediante il riconoscimento di una vera e propria forma di responsabilità individuale di carattere penale in capo a soggetti macchiatisi di condotte distruttive o sottrattive. Comportamenti che verranno successivamente qualificati come crimini di guerra.

Per quanto concerne, invece, la responsabilità degli Stati, essi vennero gravati da un obbligo di indennizzo per i danni eventualmente commessi da soggetti facenti parte della propria forza armata. La Convenzione del 1954 fu anche la prima ad introdurre ed utilizzare la locuzione “beni culturali”, considerandola quale categoria autonoma meritevole di specifica protezione.

Essa, infine, gravò gli Stati di un obbligo di tutela perpetuo, e come tale garantito anche in tempo di pace.

Per tale ragione, nonostante regolamentasse i soli casi patologici inerenti ai conflitti armati, fu un modello per tutta la legislazione ad essa successiva riguardante la tutela “allargata” di siffatti beni e la loro circolazione internazionale.

Ad oggi sono numerosi gli strumenti giuridici ordinari, europei ed internazionali, vòlti al controllo del complesso processo di circolazione di beni culturali e artistici, nonché del loro recupero in caso di furto o illecita vendita.

Si ricordano, in particolar modo, la Convenzione Unesco del 1970 “per la lotta contro il traffico illecito di beni culturali”, la Convenzione UNIDROIT del 1995 “sui beni rubati o illecitamente esportati”, la recente Direttiva Europea numero 60 del 2014 inerente a “la restituzione dei beni culturali usciti illecitamente dal territorio di uno Stato membro”, e la recentissima Risoluzione del Parlamento europeo del 2019, inerente a “le domande di restituzione transfrontaliere delle opere d’arte e dei beni culturali saccheggiati durante conflitti armati e guerre”.

In conclusione, alla luce dell’attuale quadro culturale e normativo, è possibile affermare che tra gli aspetti più importanti dell’eredità napoleonica, seppur indirettamente, vi è la nascita di una coscienza internazionale verso il patrimonio artistico e culturale dei Popoli. Che è quell’insieme di beni artistici, archeologici e culturali che, se per un verso appartiene alle Genti abitanti nel territorio interessato, per altro verso dall’Umanità intera dev’essere, per obbligo morale e giuridico delle Nazioni tutte ed a garanzia dell’identità dei Popoli stessi, conservato e tutelato.

Dott.ssa Francesca Pace

Specializzata

presso la LUMSA, Scuola di Specializzazione per le Professioni legali

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