JEAN DOMAT, TRA FORMA GEOMETRICA E INQUIETUDINE BAROCCA di Pierluigi Cipolla

da Lilibeth

In questo breve scritto si saggia l’ipotesi che perfino nel severo, intransigente, integerrimo Jean Domat – le jureconsulte des magistrats[1], il filosofo-magistrato[2], il giurista legato a Pascal e ai giansenisti di Port-Royal[3]–, si insinuino tracce dello spirito barocco. Che, pur caparbiamente fedele alla Tradizione ebraico-cristiana, il precursore del Codice napoleonico abbia comunque assorbito qualcosa del proteiforme, poliedrico, iperbolico, illusionistico, e – in tutti i sensi – eccentrico Seicento. Che la tensione interna, la contraddizione, l’antifrasi – le cifre del Secolo – si avvertano anche nella penna del magistrato di Clermont, nonostante e al di là della geometrica freddezza della sua opera monumentale, Loix civiles dans leur ordre naturel.

ritratto di J. Domat

L’ipotesi sembra a prima vista assurda, se si ha confidenza con la tetragona personalità e con gli scritti del giureconsulto di Port-Royal intrisa di Vangelo e Giansenismo e, di converso, se si associa il secolo XVII al Barocco romano, alla “Meraviglia”, alla teatralità, alla bizzarria, perfino al cattivo gusto e alla “frode” (che connota il termine dal punto di vista etimologico[4]), così come è stato opinato per centocinquant’anni fino alla rivalutazione iniziata da Woelfflin (e come crede tuttora il volgo).

Ma – prima di tutto – il Seicento non è (soltanto) il Barocco; ivi, come in un crogiuolo, in àmbito artistico si incontrano/scontrano l’algida compostezza di Guido Reni, il cromatismo geometrico di Sacchi, le astrazioni di Poussin[5], l’umanità rembrandtiana, l’ascetismo di Zurbaran e di Philippe de Champagne, la dolcezza dolente del Guercino, la moralità amorevole di La Tour, la febbrile introspezione preimpressionistica di Velasquez, la purezza silenziosa e luminosa di Vermeer, l’eleganza di Van Dyck, la serietà «svizzera» del Borromini, la geosofia[6] di Guarini, in antitesi al realismo eversivo di Caravaggio e seguaci (si tratta della rivelazione di un “reale” fatto di polvere e sangue), i mostri del Tacca, a libertà del (giovane) Bernini, l’esuberanza sensuale di Rubens, le intemperanze di Franz Hals e soci e, per citare ad verbum di nuovo un acuto intellettuale dei nostri tempi, “gli svolazzi di un Pietro da Cortona”[7]. E passando dall’àmbito artistico ad altro, il Seicento non è soltanto la “pompa” e la “paura”, secondo la visione manzoniana nella lettura di Luigi Russo[8]: ivi si rinvengono anche il rigore scientifico di Galileo (e colleghi) e le altezze di molti santi mistici; vi è l’oceano-Shakespeare e la trasfigurazione donchisciottesca del mondo antico sopraffatto da giganti senz’anima (le macchine?). Ivi compaiono i toni pirroniani di Michel de Montaigne e Charron e le connesse provocazioni comportamentali e teoriche dei pensatori libertini, concordi tra loro soltanto nello svilire l’umano e il divino in un crescendo di corrosione relativista. E, al contrario, le disinvolte teorizzazioni politiche degli epigoni di Bodin e le prassi ispirate alla ragion di Stato[9], e, a seguire, la concezione assolutistica/materialistica hobbesiana del diritto e della politica (rimedio al riemergente stato ferino di natura).

Orbene, Jean Domat è figlio del suo secolo nell’entusiasmo per la geometria e per il metodo sistematico/razionale (l’esprit de système) che lo accosta ai più brillanti intellettuali del Secolo, in primis Bacone e Cartesio, Kircher, Newton, Spinoza, Leibnitz, Guarini. È figlio del suo tempo anche nella “clarté/chiarezza”, che lo approssima a Bayle e Locke[10] e lo inserisce a pieno diritto nel mainstream che condurrà al razionalismo scientistico dei secoli a venire. Ricorrendo ad una analogia (invero molto seicentesca[11]), lo stile del giureconsulto di Port-Royal si avvicina alla matematica tradotta in pietra del Guarini[12].

Ancora, il Nostro, in quanto cercatore del Bene e della Virtù, per i singoli e per la società, si pone sulla scia dei (numerosi) moralisti seicenteschi, siano essi cristiani, stoici o aristotelici, sorti come un argine contro i coevi libertini, precursori dei teorici dell’egoismo utilitarista che di lì a poco e per tutto il secolo dei Lumi sarebbero spuntati da una parte (de Laclos, Helvetius, de Sade) e dall’altra (Mandeville, Smith) della Manica. Peraltro, l’esaltazione della misura e del contegno accostano le jureconsulte de Port-Royal, nel contesto artistico,sia ai gentiluomini di Van Dick sia ai borghesi dei pittori d’Olanda.

Infine Domat è convinto assertore di una severa auto-disciplina, di un’etica repressiva e di un rigido ordine sociale, specchio della gerarchia tra gli esseri e in ciò si pone – sia pure con molti distinguo – sulla stessa linea di pensiero dei teorici e pratici seicenteschi dell’assolutismo e del rigore morale, Cardin Le Bret, Bossuet, Le Brun, Hobbes, Racine, etc. Bene ha scritto D. Gilles quando ha rinvenuto in Domat la stessa nozione di autorità (“sacrée, paternelle et raisonnable”) che si rinviene nell’allineatissimo Bossuet[13]. La svalutazione domatiana della libera iniziativa dell’individuo, a vantaggio dell’uniformità imposta dall’alto, si tratti di Dio o del Re Sole, corrisponde all’estetica e alla cultura del razionalismo francese della seconda metà del secolo. Anche il disprezzo per le consuetudini, che il magistrato alverniate non si trattiene a più riprese dal sottacere, coincide con l’innegabile perdita di contatto dell’arte coeva, formalista e austera, con le tradizioni popolari, di origine medievale. In ciò, soprattutto, l’amico di Pascal è pienamente inscritto nel suo tempo: se fosse stato un pittore, avrebbe dimostrato la verità del “classicismo barocco” teorizzato da Panofsky[14] o del “Seicento conservatore” rivelato da Giuliano Briganti[15].

Si potrebbe concludere qui: Domat appartiene al filone classicista del Seicento, è un giurista alieno dallo spirito barocco.

Eppure, il “classicismo” domatiano non ha nulla a che vedere con la certezza spinta fino alla sicumera del Rinascimento, poiché vi si avverte la spinta della realtà, disordinata, violenta, irrazionale, proprio come accade nel contemporaneo Vermeer, dove l’armonia è fragile come un’apparizione miracolosa, e dove una calma artificiale “copre” la minaccia del contingente (nella Veduta di Delft ad esempio tutto sembra fermo, ma la luce vibra di vita nascosta). Un esempio tra tanti: nell’ordine giuridico immaginato dal magistrato di Clermont le leggi naturali e le positive si pongono sullo stesso livello perché convergono verso lo scopo unico[16] e le seconde sono ispirate dall’utilità (sociale o pubblica)[17]; in ciò si distacca dai teorici classici del giusnaturalismo, secondo i quali le leggi positive devono “specificare”, “concretizzare” le leggi naturali[18]. Se è consentita un’altra analogia, le leggi naturali e le leggi positive innervano l’ordinamento giuridico domatiano così come l’intrico di assi, ben coordinate, forma la struttura delle cupole guariniane; e non a caso M. Peregrini, nel 1639, individuava il “legamento tra le parole”[19] come cifra del bello stile (secondo la concezione dell’epoca). Ancora, in Domat (come nei contemporanei[20]) l’ossessivo richiamo al peccato originale palesa un sentimento diffuso di inquietudine per l’onnipresenza del male (fisico e morale) a tutti i livelli, fin dai tempi della Caduta e ancor più nel “nuovo” universo divenuto “relativo” dopo le scoperte geografiche e astronomiche. Nella sua descrizione dualistica dell’essere umano (figlio di Dio, ma avviluppato nel proprio fango), il Nostro ricorre a termini corrispondenti ai toni chiaroscurali caravaggeschi (il taglio di luce diretta che illumina dall’alto la taverna ove san Matteo è in procinto di convertirsi spiega la Grazia meglio dei ponderosi volumi scritti sull’argomento da Giansenio e seguaci).

Nonostante il nitore classicheggiante à la Poussin e lo stile geometrizzante delle Loix civiles, l’entusiasmo di Domat per i valori assoluti di integrità, di totalità e di vero, per dirla con le parole di Ungaretti[21], è lento e faticoso e – come nelle opere dell’architettura coeva – passa attraverso le linee ellittiche e flesse del mondo[22] e/o ricomponendo i frantumi disseminati dall’Antirinascimento: ciò è ben rappresentato dalle cupole della Chiesa di san Lorenzo o della cappella della Sacra Sindone, a Torino, del Guarini, esempi estremi di “contestura” seicentesca[23] e nel lanternino di Sant’Ivo alla Sapienza, a Roma, del Borromini, icona della tortuosa verticalizzazione barocca. Un esempio: Les Loix civiles costituiscono la complessa messa in ordine del diritto romano, delle Ordonnances e delle Consuetudini vigenti in Francia secondo un progetto ben preciso, in cui la forma è geometrica, ma l’esprit è evangelico/giansenistico: il ri-ordinamento va inteso come ri-costruzionepartendo dai frammenti sparsi qua e là. In altri termini il diritto della Roma antica è formalmente riverito, essendo il deposito di una sapienza plurisecolare e tuttavia dal punto di vista sostanziale è sottoposto a un lavoro di intensa manipolazione, alla luce della fede cristiana e dell’ideologia giansenista[24]. Appunto: si tratta della ricomposizione di “qualche cosa che è saltato in aria, che si è sbriciolato in mille briciole”[25].

Ancora, nel Traité des loix, al di là dei proclami, la ricerca delle tracce delle leggi fondamentali nell’ordinamento giuridico è defatigante, spesso forzata: ad es., si deve a Domat l’idea per cui le obbligazioni (volontarie o involontarie) su cui si innerva il sistema giuridico costituiscano un modo con cui gli esseri umani si “esercitano all’osservanza dei princìpi fondamentali[26].

L’ipotesi iniziale a questo punto sembra meno assurda. Benché non rientrino nelle sue corde né l’interesse per il movimento, né l’aspirazione a cogliere l’“attimo fuggente”, né l’amore per il linguaggio magniloquente, né la tendenza a superare i limiti, che pure costituiscono caratteri identitari del Barocco[27], Domat è meno estraneo a quel movimento ideale di quanto si pensi, se si guarda al di là degli aspetti più appariscenti dell’estetica dominante nell’Europa cattolica.

Si è detto che il disegno teorico domatiano è dettato dall’intento di riportare ordine in un mare magnum di leggi spesso contraddittorie: quello stesso desiderio di totalità/integralità si rinviene sul versante estetico e costituisce per Woelfflin uno dei caratteri fondamentali dell’arte barocca[28] (e infatti anima in modo evidente le cappelle berniniane[29]).

Ancora, nel Traité des loix e nelle Harangues si avverte con forza lo stesso anelito verso l’alto e la medesima brama d’assoluto[30] che contrassegna la Santa Teresa e la Beata Ludovica del Bernini e che costituisce un altro dei contrassegni del Barocco.

All’intero impianto verticale della costruzione giuridica domatiana corrisponde la verticalizzazione borrominiana che rievoca le cuspidi gotiche, ma in diversi modi si percepisce una forte tensione da cui scaturisce un sentimento nostalgico. E come la dissonanza barocca – per opposizione – occulta proprio la nostalgia dell’armonia perduta[31] (anche gli sguardi attoniti degli arcadi guerciniani esprimono il rimpianto di un mondo scomparso[32]), anche negli scritti domatiani traspare l’aspirazione all’unità smarrita. Ad es., nelle pagine in cui il giureconsulto di Port-Royal lamenta la mancata applicazione nei fatti delle leggi evangeliche fondamentali[33] si avverte la nostalgia per l’ordine teologico dei secoli passati.

Come ha scritto Tarello, l’ordine al quale il Nostro vuole pervenire “non consente né confusione, né antinomie né lacune”[34]; siffatta idea innovativa ed estrema di completezza è conforme a quell’horror vacui che pervade l’arte del suo tempo. In altri termini dietro il desiderio di ordine vi è una forte inquietudine, che accomuna Domat all’amico Pascal, cantore della pochezza dell’uomo schiacciato tra l’infinito e il nulla. Nell’incredibile espressione “vuoto infinito del nostro cuore”[35] si evoca expressis verbis il seicentesco horror vacui, che spiega tante intemperanze barocche.

B. Pascal
(ritratto disegnato da J. Domat)

Si ritorna alla “tensione” tragica seicentesca. Il distacco scientifico, la calma vermeeriana, la pompa barocca e l’ordine domatiano in diversi modi costituiscono argini artificiali alla tragedia immanente nel Mondo, marcato dal caos, dalla violenza, dall’inganno. Per il giurista-filosofo l’uomo si trova al centro di forze contrapposte: da una parte l’interesse egoistico, dall’altro ragione, religione e potestà pubblica, che puntano a ristabilire l’ordine originario nella società umana; sia l’uno sia le altre lo imbrigliano in un reticolo di obblighi sociali, composto da leggi immutabili, leggi positive (cd arbitrarie) e obbligazioni assunte volontariamente. La tragedia che Blaise Pascal rinveniva nell’antinomia tra immanente e trascendente, tra mutevole e oggettivo, tra interiorità ed esteriorità, tra apparenza ed essenza per l’amico magistrato è ricomposta nell’ordine rigido e razionale del diritto, dove pure Dio è allo stesso modo presente e assente. Ma si tratta di un ordine che lo stesso Domat riconosce essere precario. E la precarietà è un altro dei caratteri fondamentali del barocco seicentesco.

Un’ultima parola sull’uomo-Domat. Nella vita, come nell’impianto dottrinario del giureconsulto alverniate, al di là dell’ésprit classique, tutto è esagerato. Abnormi, per dimensioni, appaiono ai nostri occhi Les loix civiles. Al limite dell’inumano, il progetto di rimettere in ordine alla luce della religione cristiana “l’infinité des lois[36]. Sovrumano il ritratto del giudice tratteggiato nelle Harangues. Feroce la visione della propria anima come “un abisso di miseria e debolezza”[37]. Fermissima, al pari degli altri giansenisti, la sua fede in un Dio infinitamente incomprensibile, provvidenziale e al tempo stesso vendicativo, signore onnipotente di un universo che governa da monarca assoluto. E ancora, incontenibile la sua laboriosità.

Riemerge la possibilità che Jean Domat, il giurista del Re Sole, il restauratore della ragione nella giurisprudenza[38], nell’intimo fosse partecipe, almeno in qualcosa, dello spirito barocco.

Pierluigi Cipolla

magistrato, docente L.U.M.S.A.


[1] Espressione di D’Aguesseau, cit. in P. Nourrisson, Un ami de Pascal: Jean Domat , Recueils Sirey, Paris 1939, p. 34.

[2] Lo scritto a cui H. Loubers dedicò la vita ha come titolo: J. Domat philosophe et magistrat (H. Loubers, J. Domat philosophe et magistrat, Thorin, Paris 1875).

[3] In modo plastico Nicola Matteucci ha definito Domat, fin dal titolo di un suo celebre scritto sul ’600 francese, “magistrato giansenista”, descrivendo a chiare lettere l’influenza di Port Royal (e dell’Alverniate) sulla sua persona e sulla sua opera (N. Matteucci, Jean Domat, un magistrato giansenista, Il Mulino, Bologna 1959, p. 27 ss., 69 ss.).

[4] Scrive Montanari: “ Nel 1687 il padre della moderna erudizione storica, il maurino Jean Mabillon scrisse al bibliotecario mediceo Antonio Magliabechi chiedendogli di illuminarlo circa il significato di questo termine (N.d.R.: barocco) che aveva trovato in un codice medievale. L’aggiornatissimo fiorentino lo rassicurò, comunicandogli la prossima uscita di un libretto ‘nel quale vedremo che cosa sia scrocco, barocco, ritrangolo’ ” (T. Montanari, Il Barocco, Einaudi, Torino 2012, p. 3).

[5] Espressione di Montanari (T. Montanari, Velasquez e il ritratto barocco, Einaudi,Torino 2018, p. 274).

[6] Espressione di M. Fagiolo (M. Fagiolo, La “geosofia” del Guarini, in AA. VV., Guarino Guarini e l’internazionalità del Barocco, atti del convegno Torino 30 settembre-5 ottobre 1968, Accademia delle Scienze di Torino, Torino 1970, vol. II,  p. 179 ss.).

[7] T. Montanari, Velasquez, cit., p. 274.

[8] L. Russo, Personaggi dei Promessi Sposi, Laterza, Roma-Bari 1952, p. 23.

[9] Sul punto, J. G. A. Pocock, Il momento machiavelliano, Il Mulino, Bologna 1980, passim.

[10] Sul punto, A. Plebe, Che cosa è l’illuminismo, Ubaldini, Roma 1967, p. 26 ss., 47 ss.

[11] Sul punto, A. Ruffino, Ideogrammi per un viaggio nell’anima in barocco, Aragno, Torino 2010, p. 28 s., in cui si traccia il nesso tra analogia, imitazione, traslazione, metamorfosi secondo la visione seicentesca. 2

[12] Riferendosi alle opere del Guarini, A. Ruffino parla, significativamente, di “teoremi di matematica che è diventata poesia… argomenti di filosofia, temi di teologia” (A. Ruffino, Ideogrammi, cit., p. 58).

[13] D. Gilles, La pensée juridique de Jean Domat (1625-1696): du grand siècle au code civil, Thèse dedoctorat en Droit, Aix-Marseille 2004, p. 513.

[14] E. Panofsky, Che cos’è il barocco? In Id., Tre saggi sullo stile. Il barocco, il cinema, la Rolls Royce, Ascondita, Milano 2011-2015, p. 25, 66. Sul punto, anche T. Montanari, Il Barocco, cit., p. 14.

[15] G. Briganti, Pietro da Cortona, o della pittura barocca, Sansoni, Firenze 1982, p. 120: “Si può dire, del resto, che due siano gli aspetti fondamentali del Seicento: uno rivolto al futuro, l’altro intento al presente. Uno per così dire rivoluzionario, l’altro conservatore. Da una parte troviamo Caravaggio, dall’altro Bernini e Pietro da Cortona.”.

[16] J. Domat, Les loix civiles, cit., Traitè des loix, ch. XI, XI, p. 16: “Il faut remarquer dans tous ces exemples et dans les autres semblables des lois arbitraires, qui sont des suites des lois immuables, que chacune de ces lois arbitraires à deux caractères qu’il est important d’y reconnaître et de distinguer, et qui font comme deux lois en une. Car il y a dans ces lois une partie de ce qu’elles ordonnent, qui est un droit naturel, et il y en a une autre qui est arbitraire. …II faut remarquer aussi sur le sujet de ces matières inventées, qu’encore qu’il semble qu’elles ne doivent être réglées que par des lois arbitraires, elles ont néanmoins plusieurs lois immuables, de même qu’on voit que les autres matières qu’on peut appeler naturelles, ne sont pas seulement réglées par des lois naturelles et immuables, mais qu’elles ont aussi des lois arbitraires.”. Sul punto v. le osservazioni di Donati: “Valga su tutto ciò un solo esempio. La legge che regola la legittima dei figli racchiude due disposizioni: l’una ordinante che i figli abbiano parte nella successione del padre ed è codesta una legge immutabile; l’altra, che disciplina la porzione variamente secondo i sistemi a un terzo o alla metà, o a più o a meno ed è una regola arbitraria. Così concludendo, siamo venuti in possesso, seguendo Domat, del principio fondamentale: che in ogni ordinamento positivo con leggi naturali o immutabili, abbiamo leggi arbitrarie o mobili che vivono insieme riunite spiegando una reciproca influenza e collegandosi in serie di successione; ciò significa semplicemente come l’unità della ragione giuridica sia consona con la varietà dei fatti storici» (B. Donati, Domate Vico ossia del sistema del diritto universale, Stabilimento tipografico Bianchini, Macerata 1923,p. 37).

[17] J. Domat, Les loix civiles, dans leur ordre naturel. Le droit public et legum delectus, Delalain, Paris, 1777 (ed. or. 1694), Traitè des loix, ch. XI, X: “Les loix naturelles étant essentielles aux deux premières loix, et aux engagements qui en sont les suitets, elles sont essentiellement justes… mais les loix arbitraires étant indifférentes à ces fondements de l’ordre de la société… la justice de ces loix consiste dans l’utilité qui se trouve à les établir, selon quel es temps et les lieux peuvent y obliger.”. Nello stesso senso, Id., Les loix civiles, cit., Traitè des loix, ch. XI, XII: “…l’invention de certains usages qu’on a crus utiles dans la société. Ainsi, par exemple, on a inventé les fiefs, les cens, les rentes constituées à prix d’argent, les retraits, les substitutions, et d’autres semblables usages, dont l’établissement a été arbitraire; et ces matières, qui sont de l’invention des hommes, et qu’on pourrait appeler par cette raison des matières arbitraires, sont réglées par un vaste détail des lois de même nature.”.

[18] J.-F. Heurtin, Obliger à aimer les lois. Paradoxe de l’augustinisme juridique chez Jean Domat in Jus politicum. Revue de droit politique2013, 10, p. 34.

[19] M. Peregrini, Delle Acutezze, Ferroni-Pesagni-Barbieri, Genova 1630, p. 33.

[20] L’Augustinus di Giansenio, incentrato sul peccato dei progenitori, fu pubblicato nel 1640; Paradise lost di John Milton risale al 1667; l’obliato Adamo di G.B. Andreini fu dato alle stampe nel 1613; Guercino e Poussin in diverso modo rappresentarono la scoperta della morte da parte degli abitanti dell’Arcadia felice, simbolo dello status naturae.

[21] G. Ungaretti, Nota al Sentimento del Tempo, in Id., Vita di un uomo, a cura di L. Piccioni, Mondadori, Milano 1969, p. 530.

[22] M. Raymond, Le baroque littéraire français, in AA. VV., Manierismo, Barocco, Rococò: concetti e termini, Atti del convegno, Roma 21-24 aprile 1960, Accademia Nazionale dei Lincei, Roma 1962, p. 114.

[23] Sul punto E. Battisti, Schemata nel Guarini, in AA. VV., Guarino Guarini e l’internazionalità del Barocco, Atti del Convegno, Torino, 30 settembre-5 ottobre 1968, Accademia delle Scienze, II, Torino p. 167-177.

[24] G. Tarello, Sistemazione e ideologia nelle Loix civiles di Jean Domat, in Id., (a cura di), Materiali per una storia della cultura giuridica, II, Il Mulino, Bologna 1972, p. 133 s.

[25] G. Ungaretti, Nota, cit., p. 530.

[26] J. Domat, Les loix civiles, cit., Traité des loix, ch. I, VIII.

[27] Sul punto, T. Montanari, Il Barocco, cit., p. 19, 34 ss.; schede 8, 9, 15, 18.

[28] H. Woelffin, Kunsgeschichtliche Grundbegriffe, Hugo Bruckmam, Muenchen 1917, passim.

[29] Sul punto, T. Montanari, Il Barocco, cit., p. 13, 20 ss.

[30] T. Montanari, op. ult. cit., scheda 51.

[31] A. Ruffino, Ideogrammi, cit. in nota 11, p. 40.

[32] A. Ruffino, op. cit., p. 63.

[33] J. Domat, Les loix civiles, cit., Traité des Loix, ch. I, VIII; J. DOMAT, Les loix civiles, cit., Traité des Loix, ch. X, II, III: “Tous les hommes n’ont pas cet esprit de religion, …plusieurs se portent même à troubler l’ordre extérieur.”.

[34] G. Tarello, Sistemazione, cit., p. 147.

[35] J. Domat, Les loix civiles, cit., Traité des loix, cit., ch. I, III.

[36] J. Domat, Les loix civiles, cit., Harangues, cit., H. de l’année 1669, p. 258 s.

[37] P. Nourrisson, Un ami, cit., p. 71.

[38] N. Boileau, Lettre à Brossette, 13 giugno 1704, in Id., Oeuvres, ed. Saint-Surin, Paris 1821, IV, p. 515.

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