DAL MERCATO COMUNE AL MERCATO INTERNO: L’IDEA ORIGINARIA E IL SUO SVILUPPO di Ludovica Boccacci

da Lilibeth

Roma, communis patria[1],questo il messaggio scritto sull’arazzo principale appeso su una delle facciate degli edifici del Campidoglio il giorno della firma dei Trattati di Roma e della nascita dell’Europa unita. Lunedì 25 marzo 1957 sull’antica collina sacra ai romani, il Campidoglio, dove gli eserciti si riunivano per ringraziare Giove delle vittorie ottenute, giungeva a compimento un’idea sorta all’indomani della Seconda guerra mondiale e sviluppatasi nel corso degli anni: un’Europa unita. Questa l’idea originaria elaborata, perseguita e fortemente sostenuta dai padri fondatori dell’Unione europea, tra i quali compare il nostro Alcide De Gasperi, ricordato e ringraziato dallo stesso Presidente del Consiglio, Antonio Segni, nel giorno della firma dei Trattati di Roma. Con i Trattati si apre una nuova fase nella storia dei popoli nella convinzione che l’unione e la solidarietà a livello europeo costituiscano un obiettivo da perseguire innanzitutto attraverso l’istaurazione di un mercato comune[2].

Tuttavia, prima di procedere alla disamina di tale nozione, occorre delineare l’intenzione promossa dai pionieri dell’Ue e il sentimento che ha animato il processo iniziale di integrazione europea. Il padrone di casa, Antonio Segni, durante la cerimonia in Campidoglio, riprendendo le intenzioni dei suoi predecessori, affermava «[…] è una nuova famiglia, una grande e nuova famiglia quella che stiamo creando e, in quanto membri della stessa famiglia, essi si sentiranno tutti uniti da un legame di sangue per l’intera vita: come usavano dire i nostri antenati latini, uniti da un comune destino»[3]. Con queste parole, l’allora Presidente del Consiglio italiano ribadiva un progetto nato dopo il secondo conflitto mondiale tra quelle personalità, come De Gasperi, Schuman, Adenauer, Monnet, Spaak e tanti altri, che credevano fermamente che i popoli d’Europa, pur restando fieri della loro identità e della loro storia nazionale, dovessero superare le antiche divisioni e costruire insieme il loro comune destino. Combattenti della resistenza, avvocati e parlamentari, i pionieri dell’Ue erano un gruppo eterogeneo di persone mosse dagli stessi ideali: la pace, l’unità e la prosperità in Europa. Con la nota Dichiarazione di Schuman[4], l’allora ministro degli esteri francese proponeva non un semplice accordo di produzione commerciale tra la Francia e la Germania bensì un progetto del tutto originale rispetto alle altre organizzazioni del panorama mondiale; si trattava, in questo caso, di cedere un pezzo di sovranità dello Stato, seppur in un settore limitato, ad un altro organismo, che avrebbe gestito in modo autonomo la politica comune nel settore medesimo. Si ponevano così le basi per lo sviluppo di un’idea molto più ampia con cui è stato dato inizio al processo di integrazione europea, integrazione fondata sul concetto di solidarietà: «[…] Europe will not be made all at once, or according to a single plan. It will be built through concrete achievements which first create a de facto solidarity. […]»[5]. L’idea di fondo era proprio quella di creare una collaborazione settoriale attraverso cui dar luogo a graduali trasferimenti di funzioni a istituzioni indipendenti dagli Stati in settori ben determinati e via via sempre più ampi, in modo tale da acquisire spazi di solidarietà effettivi.

Dopo la firma del Trattato della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio nel 1951, che instaurò con successo un mercato comune del carbone e dell’acciaio fra i sei Stati (Belgio, Francia, Germania occidentale, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi) all’epoca aderenti, questi ultimi decisero di approfondire la loro integrazione economica attraverso l’instaurazione di un ‘Mercato Comune’[6] nei termini e con le modalità stabiliti dal Trattato della Comunità Economica Europea (TCEE) del 1957. Dopo il fallimento della CED[7], infatti, il settore economico, meno soggetto alle resistenze nazionali rispetto ad altri settori, divenne il campo consensuale della cooperazione sovranazionale. Con l’istituzione della CEE e la creazione del mercato comune si intendevano raggiungere due obiettivi. Il primo consisteva nella trasformazione delle condizioni economiche degli scambi e della produzione nella Comunità attraverso la predisposizione di un sistema in grado di garantire effettiva collaborazione tra i mercati nazionali degli Stati membri. Il secondo, più politico, vedeva nella CEE un contributo alla costruzione funzionale dell’Europa politica e un passo verso un’unificazione più ampia dell’Europa.

Il trattato CEE, dunque, prevedeva la creazione di un mercato comune, fondato sul concetto di collaborazione tra i mercati nazionali, di un’unione doganale e di politiche comuni[8]. Il mercato si basava, fin dalla sua nascita, sulle quattro libertà fondamentali: libertà di circolazione delle persone, dei servizi, delle merci e dei capitali. L’idea era quella di creare uno spazio economico unificato che permettesse la libera concorrenza tra le imprese e ponesse le basi per ravvicinare le condizioni di scambio dei prodotti e dei servizi non coperti dai trattati già ratificati (Trattati CECA ed Euratom). La realizzazione del mercato comune doveva compiersi nel corso di un periodo transitorio di dodici anni, diviso in tre tappe di quattro anni ciascuna. Per ogni tappa era previsto un complesso di azioni che dovevano essere intraprese e condotte insieme. Quanto alla creazione di un’unione doganale, l’obiettivo veniva raggiunto nel 1968 con la fissazione di una tariffa doganale comune (TDC) che si sostituiva alle precedenti tariffe dei vari Stati, una sorta di frontiera esterna nei confronti dei prodotti degli Stati terzi[9].

Un rilancio del progetto del mercato comune si registrò a partire dagli anni ’80 del secolo scorso. Nel giugno 1985, la Commissione europea presentava, in occasione del Consiglio europeo di Milano, un Libro bianco sul completamento del mercato interno, contenente illustrazione delle centinaia di misure ritenute necessarie per la eliminazione delle barriere fisiche, tecniche e fiscali che ancora ostacolavano la piena realizzazione del mercato comune. Il Libro Bianco del 1985 portò all’adozione dell’Atto unico europeo del 1986, entrato in vigore il 1° luglio 1987, a séguito della ratifica dei Parlamenti degli Stati membri. L’intenzione era quella di riprendere ed ampliare il progetto del mercato comune introdotto con i Trattati di Roma, progetto che prese il nome di “Mercato interno”, ovvero di «uno spazio senza frontiere interne nel quale è assicurata la libera circolazione delle merci, delle persone, dei servizi e dei capitali»[10]. Con l’Atto unico europeo, dunque, si utilizzava per la prima volta la nozione di “mercato interno” per individuare il nuovo volto che si intendeva dare alla Comunità sotto il profilo economico. Infatti, per quanto le due nozioni siano state spesso utilizzate indistintamente, non può non essere evidenziata la sottile differenza che le distingue. La nozione di mercato interno è più ampia di quella di mercato comune in quanto comprende, accanto alla completa realizzazione della libera circolazione di beni, persone, servizi e capitali, anche l’attuazione di nuove politiche comuni e la coesione economica. Con l’Atto unico europeo e con le successive modifiche fino a giungere al Trattato di Lisbona, la Comunità, tramite il ricorso alla nozione di mercato interno, ha voluto evidenziare la necessità che il mercato comune acquisisse una struttura sempre più simile ad un mercato nazionale, ovvero al mercato che si trova all’interno di un singolo Stato. Il mercato interno rappresenta l’integrazione entro un unico spazio di tutti i mercati degli Stati membri, laddove il mercato comune mirava alla realizzazione di un mero coordinamento di mercati nazionali.

Proprio per il raggiungimento di tale obiettivo, il periodo che va dall’entrata in vigore dell’Atto unico europeo alla data del 1° gennaio 1993, fissata per l’avvio del mercato unico, è stato caratterizzato da una intensa attività delle istituzioni comunitarie. La necessità di procedere ad una completa armonizzazione delle diverse legislazioni degli Stati membri ha reso necessario un lungo lavoro da parte della Commissione, lavoro che ha portato, a partire dal 1° gennaio 1993, a far venire meno definitivamente tutti gli ostacoli di natura burocratica e tariffaria che ostacolavano la libera circolazione di beni e servizi tra i Paesi membri dell’allora Comunità europea. Con il Trattato di Maastricht si giunse ad una completa unione economica e monetaria.

Alla luce di quanto sopra esposto, si può rilevare che l’analisi dello sviluppo del mercato europeo può costituire strumento significativo per indagare, sotto questo specifico punto di vista, le modalità con cui è stato rafforzato il processo di integrazione europea e come è cambiata l’idea di Unione. Da un tentativo di coordinamento dei singoli mercati nazionali basato sul principio di solidarietà, si è giunti alla creazione di un mercato unico, un mercato più grande contenente tutti i mercati nazionali.

È evidente che l’attuazione di questo tipo di mercato ha portato a mano a mano ad intensificare il processo di cessione dei poteri nazionali in favore di un controllo centrale.

Ecco, dunque, che un’altra riflessione sorge spontanea. Oggi l’Unione europea presenta un volto parzialmente differente rispetto all’idea dei Padri fondatori. Da strumento di accrescimento della solidarietà tra i popoli, è divenuta centro degli interessi economici, mezzo per gestire gli affari mondiali. Questa l’impressione che sembra diffondersi sempre di più tra il popolo, un popolo che, dopo l’esperienza delle Guerre mondiali, acclamava a gran voce la serenità ritrovata con la creazione della Comunità e che ora, invece, la mette in discussione.


[1] “Roma patria comune”;

[2] Cfr. G. Gaja, A. Adinolfi, Introduzione al diritto dell’Unione europea,Laterza, Roma – Bari 2014, p. 3 ss.

[3] Cfr. V. Martin de la Torre, L’Europa raccontata dai padri fondatori, Rubbettino, Soveria Mannelli 2019, p. 219.

[4] Il testo integrale della Dichiarazione è riportato nel sito internet ufficiale dell’Unione Europea.

[5]«[…] L’Europa non sarà fatta tutta in una volta, o secondo un piano unico. Sarà costruita attraverso realizzazioni concrete che creano prima una solidarietà di fatto. […]»: parole di Schuman, nella famosa Dichiarazione.

[6] L’espressione ‘Mercato Comune’, pur apparendo in numerose disposizioni convenzionali, non era contenuta nell’originario TCEE del 1957 e venne usata per la prima volta dalla sentenza resa dalla Corte di giustizia in data 5 maggio 1982 nella causa 15/81, Gaston Schul Douane Expeditur BV c. Ispettore dei tributi d’importazione e delle imposte di consumo di Roosendaal, ove fu affermato: «La nozione di mercato comune […] mira ad eliminare ogni intralcio per gli scambi intracomunitari al fine di fondere i mercati nazionali in un mercato unico il più possibile simile ad un vero e proprio mercato interno».

[7] CED sta per Comunità europea di difesa. Il Trattato per l’istituzione della CED fu firmato il 27 maggio 1952, tuttavia sia per la mancata ratifica da parte del Parlamento francese sia per le ostilità della Gran Bretagna, il progetto CED non trovò possibilità di attuazione.

[8] Così è precisato all’art. 2 del Trattato CEE: «La Comunità ha il compito di promuovere, mediante l’instaurazione di un mercato comune e il graduale ravvicinamento delle politiche economiche degli Stati membri, uno sviluppo armonioso delle attività economiche nell’insieme della Comunità, un’espansione continua ed equilibrata, una stabilità accresciuta, un miglioramento sempre più rapido del tenore di vita e più strette relazioni fra gli Stati che ad essa partecipano”.

[9] Dal 1987 ha assunto la forma e i contenuti della ‘Taric’, Tariffa integrata delle Comunità europee: Regolamento (CEE) n. 2658/87 del 23 luglio 1987 relativo alla nomenclatura tariffaria e statistica ed alla tariffa doganale comune.

[10] V. art. 13 dell’Atto unico europeo.

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