DAGLI “STATI UNITI D’EUROPA” DI WINSTON CHURCHILL ALLA BREXIT: I DIFFICILI RAPPORTI TRA INGHILTERRA E UNIONE EUROPEA di Francesca Pace

da Lilibeth

Indiscussa è la notorietà che accompagna la figura di Winston Churchill, così come indiscusso è il legame di Churchill con la Gran Bretagna, che lui guidò come Primo ministro durante i bui anni del Secondo Conflitto mondiale, divenendo il simbolo del coraggio di quella Nazione.

Fermo ispiratore della resistenza inglese al nazismo ed al fascismo, promosse il conflitto fino alla sconfitta finale delle potenze nemiche.

Alle doti politiche accompagnò quelle oratorie, affidando alla forza evocativa delle parole il còmpito di muovere gli animi e svegliare le coscienze.

Ne è un emblematico esempio il Discorso tenuto all’università di Zurigo il 19 settembre del 1946, discorso mediante il quale si consacrò fervido sostenitore di una nuova idea di Europa, nata dalle ceneri del conflitto e protratta verso un futuro di riconciliazione e prosperità. Un ideale, quello da lui profetizzato, molto lontano dalla realtà che caratterizzava il Continente, distrutto dalle guerre e avvilito dalle atrocità vissute.

Nel Discorso Churchill seppe comunque esaltare le glorie ed i meriti dell’Europa, che chiamò «nobile Continente, patria di tutte le grandi stirpi dell’Occidente, fonte della fede e dell’etica cristiana, culla di gran parte delle culture, delle arti, della filosofia e della scienza, dei tempi antichi e moderni».

Esortò l’Europa ad unirsi nel condividere questa gloriosa eredità, così da formare un’entità sociale nuova, moderna, protratta al futuro come comunità, dotata di una struttura politica ed economica solida grazie alla quale poter vivere in pace, sicurezza e libertà.

Un nuovo edificio europeo, che lo stesso Churchill battezzò Stati Uniti d’Europa.

Nel quale non vi sarebbero stati«limiti alla felicità, alla prosperità e alla gloria per i suoi tre o quattrocento milioni di persone».

Il Discorso, a ben vedere, non fu tanto politico quanto, in realtà, profetico.

In esso il futuro Nobel per la letteratura (1953) incoraggiò milioni di famiglie ad un atto di fede, il solo in grado di salvare l’Europa da una “miseria infinita”. Aggiunse, inoltre, che «la salvezza della gente comune di ogni razza e luogo dalla guerra e dall’asservimento deve avere fondamenta solide e deve essere creata con la disponibilità di tutti gli uomini e di tutte le donne a morire piuttosto che sottomettersi alla tirannia».

Il grido entusiastico a far sorgere l’Europa non rimase inascoltato: il Mercato comune europeo, così come la Comunità economica europea ed infine la stessa Unione affondano in esso le proprie radici.

All’incisività e forte pregnanza evocativa delle parole dell’ex Primo Ministro si accompagnarono difatti chiare prese di posizione, quali la fondazione del Movimento per l’Europa e la promozione del Congresso che nel maggio del 1948 si tenne all’Aja, a cui parteciparono i leader dei principali Stati europei e a cui si deve, solo un anno dopo, la nascita proprio nella capitale britannica del Consiglio d’Europa, prima grande organizzazione europea.

Il monito ad agire formulato da Churchill, inoltre, venne da molti riconosciuto come stimolo alla nascita di un’ulteriore forma di integrazione, quale fu poi quella concordata alla Conferenza di Messina del 1955 e a cui seguì la ratificazione del Trattato di Roma.

Churchill ha il merito di aver compreso con lungimiranza che il sacrificio a cui le Nazioni europee erano chiamate, rinunciando a parte della propria sovranità nazionale, era in realtà l’unica opportunità di conquistare un più alto grado di sovranità, capace di proteggere e preservare le singole peculiarità nazionali.

Dai contorni indefiniti e a tratti contraddittorio fu, tuttavia, il ruolo che l’Inghilterra assunse via via nello scenario della nuova Comunità europea.

A un franco sentimento di amicizia, al supporto e all’incoraggiamento si accompagnò difatti una sostanziale estraneità ai destini dell’Europa continentale, espressione della volontà britannica di preservare l’immagine ormai mitica del perduto Impero. A sé medesima l’Inghilterra volle in sostanza riservare il ruolo chiave di perno del Commonwealth e di alleato principale e privilegiato degli Stati Uniti.

Si trattò però di un ruolo che la crisi di Suez del 1956 dimostrò ch’era impossibile conservare.

Il Paese dovette procedere ad un’inversione di rotta, inaugurando una nuova politica di stampo europeista, che lo vide a più riprese avanzare la propria partecipazione alla CEE, ostacolata dalla Francia di De Gaulle e concessa solo nel 1973.

L’ingresso nella Comunità inasprì i dissidi politici che dividevano il Parlamento inglese tra europeisti ed antieuropeisti, fazioni rappresentative di correnti di pensiero tanto antitetiche quanto emblematiche dei sentimenti dell’intera Nazione. Molti, difatti, avevano riposto nell’ingresso nella CEE le speranze di un rapido ritorno alla crescita del benessere britannico, amaramente vanificate dalla fine della stabilità monetaria internazionale e dall’inizio della stagflazione dovuta all’aumento dei prezzi del petrolio.

Le aspirazioni e la lungimiranza del sogno europeista dello statista Churchill si dovettero scontrare, negli anni che seguirono, con le idee neoliberiste di Margareth Thatcher, decisa a far assumere al Paese un ruolo di primo piano nella politica globale, inseguendo il sogno di riconquista della gloria imperialista ormai perduta.

Un ulteriore ed emblematico momento di distacco si ebbe nel 1997, quando l’allora premier inglese Gordon Brown dichiarò che il Regno Unito non sarebbe entrato nell’Eurozona, mantenendo, al contrario, il pieno ed esclusivo uso della sterlina. Le ragioni alla base di una siffatta scelta sono rinvenibili nella natura poco flessibile dell’economia inglese, incapace di adeguarsi ai mutamenti in modo tempestivo ed efficace e nel timore che l’accoglimento dell’euro avrebbe scoraggiato gli investimenti autoctoni e favorito la deindustrializzazione.

Il rischio maggiore derivante dall’adozione della moneta unica era rappresentato, inoltre, dalla possibilità che le future decisioni della BCE, adottate per tutta l’eurozona, si disallineassero rispetto ai bisogni di una singola zona, determinando conseguentemente una preoccupante divergenza tra le economie del continente. Evidente è, quindi, come anche in tale circostanza il governo di sua Maestà abbia assunto un atteggiamento conservatore e soprattutto nazionalista, mirante alla esclusiva tutela dei propri interessi economici.

La difficile convivenza tra Europa e Gran Bretagna è durata complessivamente 45 anni, per sciogliersi infine nella polemica con un referendum popolare nel 2016 e con la definitiva uscita del Paese dal panorama comunitario nel 2020.

È stato, quindi, ristabilito quel Mare del Nord politico che, in una visione d’insieme, sembra forse aver sempre ideologicamente separato l’Isola dal Continente europeo.

Le ragioni del “divorzio” dall’Europa sono molteplici, rinvenibili nel diffuso euroscetticismo, nella mentalità distaccata e a tratti ostile che si è storicamente radicata dietro le pareti costiere, nella mai sopita vocazione imperialista, nel forte spirito di sovranità nazionale e nell’astio diffuso causato e fomentato dall’immigrazione incontrollata.

L’attuale volto dell’Inghilterra è molto distante da quello del Paese guidato e rappresentato da Winston Churchill, seppure siano in molti ad essersi appellati alla sua eredità per opporsi con forza al fenomeno Brexit, a partire dal suo stesso nipote Sir Arthur Nicholas Winston Soames, deputato conservatore del Parlamento di sua Maestà, convinto che lo statista non avrebbe mai appoggiato le ideologie isolazioniste favorendo il ritiro da una grande alleanza come l’Unione Europea.

Al contrario, ritiene che la lungimiranza e l’acume che ha sempre contraddistinto il nonno l’avrebbero portato ad abbandonare il sogno imperialista per dare al Paese un nuovo ruolo di guida all’interno dell’Europa, al fine di migliorarla e guidarla nella nuova lotta al terrorismo.

Allo stesso tempo avrebbe compreso i rischi a cui un’Inghilterra ormai isolata si sarebbe esposta nell’affrontare gli attuali scenari politico-economici. Sostenne, infatti che: «Noi (scilicet:Inglesi: N.d.R.) ci salveremo dai pericoli che si avvicinano solo se progressivamente cancelleremo le frontiere e le barriere che aggravano e congelano le nostre divisioni». 

Eppure, nonostante la tendenza alla divisione registratasi all’interno quanto all’esterno dei confini nazionali, l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea è un sintomo evidente degli errori, delle mancanze e delle inefficienze che hanno caratterizzato e continuano a connotare l’Unione.

Forse è proprio la mancanza di leader lungimiranti come quelli che in un passato non troppo lontano hanno guidato le Nazioni nelle loro ore più buie che ha reso l’Europa incapace di mettere in discussione il proprio apparato e le proprie dinamiche interne, allontanandola dai bisogni di persone e imprese.

Riferimenti bibliografici

https://ilbolive.unipd.it/it/news/inghilterra-brexit-europa-storia

https://www.internazionale.it/opinione/david-randall/2016/06/29/brexit-unione-europea-ragioni

https://www.ilsole24ore.com/art/regno-unito-e-ue-storia-un-amore-mai-sbocciato-AEfh8P2G

https://www.riskcompliance.it/news/brexit-i-retroscena-che-ci-siamo-dimenticati/

https://www.huffingtonpost.it/entry/brexit_it_6189363ae4b0c8666bdfd128/

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https://it.euronews.com/2016/06/23/la-storia-del-regno-unito-nell-ue-le-tappe-principali

https://www.corriere.it/opinioni/17_aprile_11/giu-mani-c-hurchill-25e81ca6-1e00-11e7-a3e5-56b4898b2bcd.shtml

https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/londra-si-fa-pi-lontana-la-visione-di-churchill-resta

https://www.corriere.it/lettere-al-corriere/16_giugno_17/CHE-COSA-FAREBBE-CHURCHILL-SE-VOTASSE-SULLA-BREXIT_6d8d6458-3459-11e6-a404-40e2630a61a7.shtml

https://www.repubblica.it/venerdi/interviste/2016/06/20/news/mio_nonno_winston_sulla_brexit_voterebbe_no-142442137/

https://european-union.europa.eu/principles-countries-history/history-eu/eu-pioneers_it

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