A Dante (di Michelangelo Bonarroti)

da Lilibeth

Dal ciel discese e col mortal suo,
poi che visto ebbe l’inferno giusto e ‘l pio,
ritornò vivo a contemplare Dio
per dar di tutto il vero lume a noi.

Lucente stella, che co ‘raggi suoi
fe’ chiaro a torto ‘l nido, ove naqqu’io,
nè sare’ ‘l premio tutto’ l mondo rio;
tu sol, che la creasti, esser quel puo

Di Dante dico, chè mal conosciute
fur l’opre sue da quel popolo ingrato,
che solo a iusti manca di salute.

Fuss’io pur lui! ch’a tal fortuna nato,
per l’aspro esilio suo con la virtute
dare ‘del mondo il più felice stato.

II

Quanto dirne si de ‘non si può dire,
chè troppo agli orbi il suo splendor s’accese;
biasmar si può più ‘l popol,
che l’offese ch’al suo men pregio ogni maggior salire.

Questo discese a ‘merti del fallire
per l’util nostro e poi a Dio ascese,
e le porte, che’ l ciel non gli contese,
la patria chiuse al suo giusto desire.

Ingrata dico e della sua fortuna
a suo danno nutrice, ond’è ben segnio,
ch’a più perfetti abbonda di più guai.

Fra mille altre ragion sol à quest’una:
se par non ebbe il suo esiglio indegnio,
simil uom nè maggior non naqque mai.

(Michelangelo Buonarroti, Rime, 248-249)

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